Passare all’economia green e togliere a Putin ogni arma di ricatto

Cosa c’entrano Vladimir Putin e il suo delirio neoimperialista con la crisi climatica? Apparentemente quasi nulla, nella sostanza moltissimo, quasi tutto.

Foto di Gerd Altmann, da Pixabay

L’influenza della crisi climatica sulla sicurezza

Proprio nel pieno dell’aggressione russa contro l’Ucraina, mentre noi europei facciamo i conti con l’impensabile, così credevamo, di un paese sovrano e democratico a una manciata di chilometri dai confini dalla nostra “casa comune” – Paese esso stesso quanto mai europeo per storia e oggi per vocazione -, invaso e devastato da uno degli eserciti più forti del mondo, proprio ora l’Ipcc, l’Agenzia delle Nazioni Unite che analizza l’evoluzione dei cambiamenti climatici, ha pubblicato il suo nuovo Rapporto, che mette a fuoco non tanto le cause ormai risapute del “climate change”, prima fra tutte l’uso di combustibili fossili, e le sue conseguenze sul piano ambientale – aumento delle temperature medie, innalzamento del livello dei mari… -, ma soprattutto l’impatto che la crisi climatica produrrà, che già in parte sta producendo, sulla vita, la sicurezza, il benessere di noi umani. Scrive l’Ipcc: “E’ fondamentale rispettare il taglio delle emissioni climalteranti del 45% entro il 2030 e arrivare al ‘net zero’ entro il 2050. Non ha dunque più nessun senso finanziare i combustibili fossili, ogni altro atteggiamento è criminale. Ma più che rallentare i fossili è importante ora aumentare la produzione di energia verde, l’unica che assicura sicurezza energetica, accesso universale, posti di lavoro”.

 la pubblicazione del Rapporto Ipcc

La coincidenza temporale tra la guerra in Ucraina e la pubblicazione del Rapporto Ipcc naturalmente è casuale, ma aiuta a orientarsi sia nelle scelte necessarie a stabilizzare il clima sia nella comprensione della posta messa in gioco da Putin.

Come è noto, la più temuta – dall’Europa – conseguenza pratica, materiale, della prospettiva di una Russia “nemica”, persino più nemica di quanto non fosse decenni fa l’Unione sovietica, riguarda il campo dell’energia e in particolare della rilevantissima quantità di gas che acquistiamo da Mosca. In questo senso il caso dell’Italia è paradigmatico: il 60% dell’elettricità italiana viene prodotta bruciando gas, quasi metà del gas che utilizziamo arriva dalla Russia. Al caro-bollette degli ultimi mesi collegato in larga misura all’aumento del prezzo globale del gas, adesso rischia di sommarsi, anche per effetto delle sanzioni anti-Putin, un problema assai più drammatico di scarsità fisica della risorsa disponibile per l’interrompersi o l’assottigliarsi dell’afflusso di gas russo.

Come fronteggiare questo pericolo? Qualcuno in Italia propone un ritorno in grande stile al passato. Costruire centrali nucleari, ipotesi che pure lasciando da parte i problemi ambientali e di sicurezza dell’energia atomica tutti al momento irrisolti è fortunatamente priva di ogni concretezza se non altro per i suoi costi stratosferici e i suoi tempi geologici; oppure scavare nuovi pozzi di gas a casa nostra, per esempio nel mare Adriatico.

Ecco, qui torna utile leggere in parallelo i fatti della guerra scatenata da Putin e i dati del Rapporto Ipcc.

Abituiamoci a gestire una energia di guerra

Nessuno sa quanto durerà e quanto sarà profondo il collasso nei rapporti sia politici che economico-commerciali tra l’Occidente e la Russia: dipende soprattutto dal grado di folle, criminale irresponsabilità cui vorrà e potrà spingersi Putin. E’ possibile che nei prossimi mesi saremo costretti a gestire come europei una sorta di “energia di guerra”, e ovviamente in questo caso dovremo attingere quanto più possibile a fonti di approvvigionamento energetico tradizionali alternative al gas russo: puntando di più sui gasdotti che arrivano da Algeria e Azerbaigian e sui terminal metaniferi esistenti, anche intensificando per quanto possibile la produzione nazionale nei pozzi già aperti.

Questo nel breve, speriamo brevissimo, periodo. Poi c’è il futuro, e il futuro ce lo spiega il Rapporto Ipcc.

Entro 25 anni dobbiamo azzerare l’uso di carbone, di petrolio o di gas. Dunque cercare nuovo gas, scavare nuovi pozzi in giro per l’Italia o in mezzo al mare non ha nessun senso. Invece proprio il dramma ucraino rende ancora più urgente un diverso obiettivo. Quale sia lo ha sintetizzato in un’illuminante articolo sul “Corriere della sera” l’amministratore delegato di Enel Francesco Starace, dunque non uno “scapigliato” e visionario ecologista ma il capo di una delle principali aziende elettriche del mondo: bisogna “ridurre drasticamente la dipendenza da gas” sia nei consumi elettrici che in quelli termici. Starace ha anche indicato target concreti: installare nei prossimi tre anni 60 GW di potenza elettrica rinnovabile, come proposto dall’associazione di rappresentanza dei produttori di elettricità, e poi darsi un programma decennale di sostituzione di caldaie a gas per usi civili con pompe di calore. Queste due “azioni”, attivabili ricorrendo anche alle risorse del Pnrr e che necessitano di interventi normativi per “disboscare” la giungla di iter autorizzativi e ostacoli burocratici che in Italia ha di fatto bloccato lo sviluppo delle energie rinnovabili, consentirebbe di avvicinare il traguardo di “zero fossili” per produrre energia.

cambiamento climaticoPer l’Italia, più in generale per l’Europa, scelte così rispondono a un interesse molto più che ambientale. L’ha capito per esempio il governo tedesco, che sta perseguendo l’obiettivo di portare entro il 2035 la Germania, come noi largamente dipendente dal gas russo, a produrre il 100% dell’energia utilizzata con fonti rinnovabili. L’Italia, il governo italiano, non hanno dimostrato finora altrettanta saggezza e lungimiranza.

L’Europa in questi due anni non solo ha saputo reagire con forza e relativa compattezza allo choc della pandemia, ma ha scelto di fondare l’impegno straordinario per la “ripartenza” economica dopo il Covid sulla transizione ecologica, cui è stata destinata la fetta più grande dei 700 e più miliardi del Next Generation Eu. Ora davanti alla guerra scatenata da Putin alle nostre porte, è necessario per tutti noi europei dimostrare la stessa lucidità. La transizione ecologica, il traguardo di azzerare al più presto l’uso delle energie fossili non è solo la sfida obbligata, comune a tutto il mondo, per fermare la crisi climatica. Per l’Europa non più “dominus” incontrastato dell’economia mondiale, è l’occasione per rimanere protagonista sulla scena globale puntando sull’economia “green” che la vede da tempo battistrada. E per l’Europa che importa buona parte dell’energia fossile che consuma, è anche la via più sicura per togliere una formidabile arma di ricatto dalle mani dei Putin di oggi e di domani.