L’errore di Letta
sul finanziamento
pubblico ai partiti

Il finanziamento privato dei partiti non fa bene all’etica pubblica e fa male alla vita dei partiti. Questo secondo aspetto non ha mai tanto interessato quanto il primo. Eppure, come vedremo, si tratta – parliamo qui del Pd – di un aspetto tutt’altro che irrilevante. Vediamo di esaminare brevemente entrambi.

Per non essere preda delle lobby

Foto di Venita Oberholster da Pixabay

Etica pubblica. Se un partito vive di finanziamenti privati deve dotarsi di norme di trasparenza severissime, che alzino un sistema di dighe al fine di impedire che il regime privatistico si traduca in diseguaglianze di potere. Ci siamo chiesti perché sia così difficile che le leggi fiscali rispettino il dettato costituzionale che comanda la progressività? Ora, in quanto organizzazioni che hanno in mano la selezione dei rappresentanti, i partiti sono facile preda di coloro che (privati o gruppi) hanno più interessi da proteggere e che usano i soldi e le lobby per far pressione sui rappresentanti affinché scrivano leggi favorevoli o non scrivano leggi sfavorevoli.

Questo succede normalmente negli Stati Uniti, che hanno un aggressivo sistema di finanziamento privato delle campagne elettorali; e dove una decisione della Corte Suprema ha riconosciuto alle multinazionali “il diritto di voce” mediante i soldi! Chi ha più soldi ha più capacita di influenzare il gioco politico, scrivono Anne Case e Angus Deaton in Morti per disperazione e il futuro del capitalismo (Il Mulino, 2021).

Per scongiurare questo scenario, i paesi europei si sono dotati di misure di controllo e, soprattutto, di finanziamento pubblico. La Germania, dove i partiti sono organi di diritto pubblico, prevede l’intervento del legislatore per controllare sia l’aspetto economico sia l’ordinamento interno così da renderlo “conforme ai principi fondamentali della democrazia”. Ciò ha giustificato, come sappiamo, l’esclusione dei comunisti e dei nazisti dal Parlamento. Ma ha anche consentito il controllo del finanziamento ai partiti stabilendo un contributo pubblico proporzionale ai voti ricevuti e in rapporto ai voti validi, e un tetto minimo di voti necessari per accedere ai finanziamenti. Una politica che l’Italia ha in parte seguito fino a qualche decennio fa per poi abbandonarla.

L’errore che Letta fece 7 anni fa

Ricordiamo la decisione del governo a guida Enrico Letta (approvata dal Parlamento a fine febbraio 2014) con la quale venne abolito il finanziamento pubblico nella convinzione che il sistema dei partiti avrebbe guadagnato in onestà e le casse pubbliche subìto minori vessazioni.

Sono due le forme di corruzione politica delle quali preoccuparsi: l’uso improprio di risorse pubbliche e la violazione dell’eguaglianza di opportunità di influenzare la politica. La prima preoccupazione ha ispirato la legge approvata nel febbraio 2014 che dà ai cittadini la facoltà di destinare il 2 per mille dell’Irpef ai partiti di loro gradimento.

L’idea guida è che privatizzando la scelta alla sorgente si possa controllare meglio l’operato dei partiti che sono in questo modo direttamente nelle mani dei cittadini. Ma affidare l’esistenza dei partiti alla volontà dei singoli (oltretutto non di tutti egualmente, ma solo di coloro che pagano l’Irpef e, poi, in proporzione a quanto guadagnano) può facilmente legare il potere dell’influenza politica alla diseguaglianza delle possibilità economiche dei singoli, generando appunto una gravissima corruzione politica.

Il grave effetto sulla vita dei partiti e in particolare del Pd

Ma non è tutto qui. Gli effetti come premesso sono gravi anche sulla vita interna dei partiti, in primis del Partito democratico. Chiediamoci se ci ha guadagnato in autonomia dai potentati esterni e interni o se è davvero più rispondente ai contribuenti che lo finanziano. Non sembra di potere essere certi che sia così.

Oltre a ciò, il Pd è stato danneggiato dalla legge che ha voluto, non solo perché è diventato effettivamente più povero, ma anche perché ha reso alcuni dei suoi dirigenti dei potenti notabili a caccia di finanziamenti per le proprie fazioni. Questo ha contribuito a falcidiare la presenza femminile (farsi raccoglitrici di finanziamenti riesce a loro meno bene anche perché sono meno potenti nella vita sociale) e, inoltre, ha costretto le donne a stare in cordata con quel notabile o quell’altro. Insomma, mentre non migliora la vita pubblica, il finanziamento privato ha peggiorato la vita interna dei partiti, rendendola meno collettiva e più divisiva. Un problema che nel Pd è sotto gli occhi di tutti.