Parte il MES: 37 miliardi senza condizioni, ma i 5Stelle non ci stanno

Tutto chiaro, niente imbrogli, niente trabocchetti o “vigilanze rafforzate” partorite dalla mente fertile di commentatori ostili. Ma, stando alle prime reazioni, i Cinquestelle non ci stanno. Eppure il MES che è stato varato ieri dall’Eurogruppo dopo neppure due ore di videoconferenza tra i 19 ministri dell’economia dell’area euro offre tutte le garanzie possibili e immaginabili all’Italia: sulla somma di 36-37 miliardi, pari al 2% del suo PIL, che il nostro paese riceverà (o dobbiamo ancora dire: riceverebbe?) dei 400 della dotazione complessiva del fondo grava una sola condizione ed è che i soldi vengano spesi per obiettivi sanitari, relativi alla lotta al Coronavirus. Si tratterà di un prestito al tasso dello 0,1%, ovvero tra dieci e venti volte inferiore a quelli medi che l’Italia paga sul mercato dei titoli, da rimborsare in dieci anni. C’è poi una precisazione che rende il prestito ancora più appetibile: nella valutazione delle spese autorizzate si terrà conto non solo di quelle dirette, ma anche di quelle indirette. Per esempio, si dovrebbe poter finanziare la costruzione di nuovi ospedali, assunzioni e addestramento di personale sanitario e parasanitario, le necessarie modifiche del sistema dei trasporti pubblici per renderli inattaccabili dai contagi o, magari, anche la sistemazione delle aule scolastiche in modo da garantire la loro compatibilità, a settembre o quando sarà la riapertura, alle condizioni di sicurezza imposte dall’epidemia. E si potrebbe cominciare presto perché i tempi saranno molto rapidi: i governi interessati potranno presentare la loro richiesta di adesione a partire dalla metà di questo mese fino a dicembre e le erogazioni avverranno, presumibilmente, nell’ordine in cui le richieste sono state presentate. Poiché ci sono ottimi motivi per ritenere che i governi di almeno 18 dei  19 i paesi  dell’area euro aderiranno (l’unico paese in cui ci sono stati, almeno finora, dubbi è l’Italia) e la disponibilità del fondo non è illimitata, è importante tener d’occhio i tempi.

Piazza pulita

Le notizie arrivate ieri sera da Bruxelles, che erano state anticipate da una lettera diffusa l’altra sera dal commissario Gentiloni e dal vicepresidente della Commissione Dombrovskis e che ha chiarito anche il punto della copertura delle spese “indirette”, fanno piazza pulita delle infinite e defatiganti discussioni che hanno accompagnato (solo in Italia) il cammino verso la decisione. Logica vorrebbe che tutti quelli che avevano alzato barricate costruite di dubbi e riserve d’ogni genere, fino a parlare di “tradimenti”, “svendite degli interessi italiani alle banche tedesche” di troike in arrivo e simili amenità, prendessero atto ora che la sostanza della loro opposizione si è sciolta ieri sotto il cielo insolitamente sereno della capitale belga come neve al sole del riscaldamento globale.

Valdis Dobrovskis e Paolo Gentiloni

Ma non sempre (anzi quasi mai) è la logica dei fatti a guidare la politica e perciò resta ancora un’incognita. Ci sarà, e quanto sarà forte, una resistenza politica alla presentazione della richiesta da parte del governo Conte? L’opposizione dei sovranisti di scuola salviniana o melonista è del tutto scontata, mentre ben più ragionevoli dovrebbero dimostrarsi Berlusconi e i suoi, il cui europeismo funziona un po’ a intermittenza ma sono comunque legati al grande carro del PPE. La vera incognita sono i cinquestelle che nei mesi scorsi, a partire dal tempo in cui condividevano governo e pulsioni antieuropee con la Lega, si sono sempre sdraiati sulle posizioni preconcette, i luoghi comuni e la disinformacija praticati dai sovranisti e dai media di complemento.

Per l’impegno assunto dallo stesso Conte quando andò a trattare nel Consiglio europeo, l’adesione dell’Italia al MES dovrà essere portata in Parlamento. Si vedrà allora se la composita brigata del “facciamo da soli” avrà la forza di creare difficoltà insormontabili, come si schiereranno i pentastellati e se, eventualmente, si spaccheranno nel voto. La prima reazione venuta ieri sera dal “capo politico” facente funzioni Vito Crimi è negativa. “”Non possiamo esultare – ha detto – per i risultati dell’eurogruppo sul Mes” che, “sebbene debolmente migliorato, resta uno strumento inadeguato per rispondere all’emergenza che stiamo attraversando, sia per la quantità di risorse che può mettere in campo, sia perché continua a essere insidioso nelle potenziali condizionalità future, sulle quali non sono stati ancora fugati tutti i dubbi”.

Cambiamogli nome

Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni

Preso atto che Crimi ritiene che 37 miliardi di euro da poter spendere subito siano risorse “inadeguate”, forse sarebbe il caso che ci spiegasse che cosa dovrebbe fare di più e di meglio Bruxelles per “fugare tutti i (suoi)  dubbi”.  Vedremo se sarà con queste posizioni che i cinquestelle arriveranno al voto parlamentare. Voto che, comunque, è nell’interesse assoluto del paese che avvenga il più presto possibile. E sul quale il presidente del Consiglio dovrebbe deporre le riserve, che ormai non hanno più alcuna ragione di esistere, con le quali ha accompagnato l’accettazione del ricorso al fondo anche quando era ormai chiara l’inesistenza di condizionalità. Al punto che più d’uno ha proposto anche che il MES, sul quale evidentemente in Italia pesa una sorta di damnatio nominis, si cominci a chiamarlo in un altro modo.

La giornata di ieri ha portato qualche positivo elemento di chiarezza pure sull’altro capitolo, ben più sostanzioso, del pacchetto di interventi delle istituzioni europee per combattere la pandemia e i suoi devastanti effetti sull’economia: il Recovery Fund. Fonti vicine ai tecnici incaricati dalla Commissione di studiare i dettagli del piano hanno fatto trapelare che si sta lavorando su ipotesi di equilibrio tra sovvenzioni a fondo perduto e prestiti favorevoli più alle prime che ai secondi. Il vicepresidente Dombrovski, che pure è parso per un attimo rivestire i panni del cerbero della disciplina di bilancio che fu nella Commissione passata chiarendo che passata l’emergenza si tornerà ai criteri di controllo dei deficit di prima, ha anche assicurato che il RF verrà finanziato col ricorso alle dotazioni del bilancio pluriennale 2022-2027, un’impostazione che fa intendere la volontà di aumentare il bilancio stesso. L’importante è che si faccia presto e che i soldi, con l’adozione di un provvedimento-ponte, comincino ad arrivare già questo autunno.