In Danimarca
il conflitto di classe
è anche di genere

Pochi giorni fa in Danimarca si è interrotto (ma come vedremo non concluso) un conflitto sindacale in cui questione sociale e questione di parità di genere si intrecciano in modo illuminante. Per cinque settimane hanno scioperato i paramedici, soprattutto donne, dopo avere rifiutato adeguamenti salariali del 5% in tre anni. Il rifiuto, esplicitato in un referendum, era in realtà più ampio di quanto dicessero le cifre, poiché molte, pur scontente della soluzione, avevano votato per il sì sapendo che un conflitto così aspro in sanità, specie in tempi di Covid, poteva condurre governo e parlamento ad imporre una composizione per legge. Cosa che puntualmente è avvenuta, ma che ora causa difficoltà al governo socialdemocratico sostenuto da Socialisti del Popolo e post-comunisti. Infatti l’autonomia paritaria, anche conflittuale, del confronto sindacale e di classe è (molto più della spesso rozzamente invocata “flexicurity”) ciò che davvero connota il “modello danese” (e nordico in genere).

Questione di classe e questione di genere

Si conferma l’indispensabilità del conflitto, anche nelle società più efficacemente regolate, come rilevato da gran parte degli osservatori nordici. Ma il conflitto nel caso specifico è stato essenziale anche in un senso più particolare. Esso, e ancora di più il rifiuto della mediazione che era stata offerta dall’arbitrato, ha imposto una questione di classe ed insieme di genere: l’inaccettabilità di una regola risalente al 1969, per cui alcuni settori “a maggioranza femminile” potessero e dovessero accontentarsi di salari minori rispetto ad altri. Come ha detto in un’intervista Susanna Camusso, parlando del nostro frequente ricorrere all’apporto di “tecnici”: “quel che vedo … è l’appiattimento verso le politiche messe in campo … la dialettica bloccata … Mentre è il conflitto che fa avanzare il mondo” (Sebben che siamo donne, “Il venerdì”, 20 agosto 2022).

Il concetto si addice anche al conflitto danese, e riguarda l’evoluzione delle istanze di genere all’interno della questione sociale. Come sempre per comprendere occorre la visuale storica: nel 1969 certe regole appartenevano al momento di massima costruzione del welfare, che portava nel mercato del lavoro (in Scandinavia come da noi) milioni di donne assicurando diritti di welfare universali (de-mercificati) a milioni di lavoratori.

Una “regola” vecchia di 52 anni

Dunque, la discriminazione sindacale “di genere” parve accettabile per almeno tre ragioni: a) essa era interna ad uno sforzo di investimento pubblico particolarmente concentrato; b) ciò comportava un rischio (particolarmente dallo shock petrolifero del 1973) di inflazione oggi assente; c) esercitare un lavoro di cura in modo comunque garantito e professionalizzato rappresentava ancora per le donne una conquista in sé.

Ma dopo 52 anni questa “regola”, fra quelle che rendono ancor oggi il salario medio femminile sensibilmente inferiore a quello maschile in tutta la Scandinavia, è inaccettabile. Che essa sia giunta fino a noi, e che sia occorso un lungo conflitto per sancirne tutta l’inaccettabilità, significa che anche nei paesi di solito (talvolta troppo acriticamente) ritenuti socialmente più avanzati, alla questione di genere è stato offerto un contesto regressivo.

Negli ultimi decenni essa è stata intrappolata in soluzioni “tecnocratiche” (le immutabili regole ordoliberali di bilancio) ma decorate da una retorica incentrata sulla lotta ai “tetti di cristallo” che opprimevano le carriere femminili. Come denuncia meritevolmente Nancy Fraser, in questo quadro ordoliberale o neoliberale qualcuno ha potuto fingersi “progressista” ponendo la questione “dei diritti” (non solo femminili) in modo altamente distorto. Si è crescentemente ignorata la condizione dell’immensa maggioranza delle donne, mentre i “progressisti” si sono focalizzati su una lotta per le eguali opportunità “di genere” di cui, nelle condizioni economico-sociali imperanti, si sarebbero giovate poche donne in posizioni apicali. E qualche attrice indignata perché i colleghi maschi guadagnano non 19 ma 25 milioni di dollari a film.

donneAd ogni modo, se in un modello di welfare avanzato le infermiere hanno continuato a sottostare alle regole del 1969 ciò è dovuto soprattutto al fatto che, almeno fino al governo socialdemocratico attuale di Mette Fredriksen, tutti i governi degli ultimi decenni (di centro-destra come di centro-sinistra) hanno adottato le “regole fisse” del bilancio ordoliberale. Anche in quei paesi che con più sicurezza avrebbero potuto e dovuto allontanarsene (Svezia e Danimarca fra tutti).

Imbarazzo del governo socialdemocratico

Ora però l’attuale governo, che in materia pensionistica, di periferie e di teorie economico-contabili ha dato prova di volersi allontanare dal passato, si trova ad un punto critico. Innanzitutto perché una soluzione per legge contraddice l’essenza dell’alleanza fra socialdemocrazia e sindacato, con quest’ultimo in posizione paritaria sia verso le controparti sia verso il partito di riferimento (evidenti le differenze storiche con la cultura politica della sinistra italiana). E poi perché la socialdemocrazia ha scelto di non governare più organicamente con i liberali centristi, ma di ridurre il loro ruolo a partito di sostengo esterno, per giunta minoritario rispetto a partiti di sostegno come Socialisti del Popolo (SF) e postcomunisti (EL).

Ecco perché Peter Hummelgaard, giovane ministro del lavoro, con la (modesta) zazzera bionda cosparsa di cenere, si è impegnato a formare una commissione che, dopo la risoluzione per legge del conflitto, “ascolti” il malcontento e anzi risolva in via più generale altre questioni: il problema “della contrattazione nel settore pubblico”, di “quali sono le ragioni dell’attuale livello salariale nel settore pubblico” e soprattutto “quanto ciò sia dovuto a diverse priorità nei negoziati sindacali degli ultimi anni”. Insomma, Hummelgaard ha in via allusiva confermato quanto annunciato altrove: la necessità di rivedere in profondità le rigidità di spesa e bilancio ordoliberali.

Ciò significherebbe concretizzare quella lotta ai metodi di calcolo “tecnocratici” in vigore fra i “ragazzi dei conti” del ministero delle Finanze, quelli che la socialdemocrazia di Mette Fredriksen, paladina della “priorità della politica”, attacca apertamente da anni. È insomma il momento di forzare davvero certe letali continuità con il passato e, come abbiamo sentito affermare da una sindacalista “ribelle”, a questo punto sarebbe davvero troppo cinico da parte della socialdemocrazia non farlo davvero. Altrimenti esploderebbe la rabbia livida presente in molte sue colleghe per l’intervento governativo e parlamentare. Tanto più che le rivendicazioni sono anche relative al sottodimensionamento degli addetti: Hummelgaard ha ripetuto che 1000 nuove assunzioni paramediche sono prossime, ma secondo altri ne occorrerebbero 5000.

Socialisti del Popolo e Lista Unitaria Postcomunista marcano stretto il governo che sostengono dall’esterno, e ricordano che normalmente al varo di commissioni simili in Scandinavia corrisponde uno stanziamento di risorse da distribuire già decise in partenza. Secondo loro servono oltre due miliardi di corone. Vediamo cosa risponderà il governo, ma è chiaro a tutti che se non venissero soddisfatte le richieste il conflitto, così problematico nel welfare sanitario specie in era Covid, riesploderebbe presto, compromettendo le relazioni industriali e il consenso socialdemocratico nel lavoro sindacalizzato. In conclusione: un esempio classico della inevitabile corrispondenza fra questione sociale, parità di classe e parità di genere. Ovunque si conferma quanto Susanna Camusso ha detto nella stessa intervista già citata sopra: “Se le donne rivendicano uno spazio, questo determina un conflitto … La trappola è avere pensato di sfondare il tetto di cristallo senza prima allargare le pareti della stanza”.