Parigi-Berlino, l’asse mai morto

Primo: diffidare dei luoghi comuni. Il luogo comune che si sta diffondendo tra i commentatori e nella parte (molto minoritaria, purtroppo) di opinione pubblica che si appassiona ai temi europei è che con l’avvento di Emmanuel Macron e la probabile, pur se nient’affatto scontata, conferma al potere di Angela Merkel nelle prossime elezioni di autunno stia per “rinascere” l’asse franco-tedesco. Le virgolette sono, come si dice, d’obbligo. L’espressione “rinascere” è impropria perché una qualsiasi cosa per poter rinascere dovrebbe, prima, essere morta e questo non è il caso della relazione speciale che la storia, non solo quella del secolo scorso, ha imposto a Parigi e a Berlino (per quattro decenni a Parigi e a Bonn, et pour cause).
L’asse franco-tedesco non è un problema, è un fatto. Un fatto solido come il granito fin da quando alla fine degli anni ’40 cominciò con la nascita della CECA il lungo e faticoso cammino verso l’integrazione europea e il primo passo doveva per forza essere quello di spezzare la costrizione storica al conflitto sul confine del Reno in cui era cresciuto il continente fino alle orribili stragi di due guerre mondiali. Si trattava di rendere, come allora disse brillantemente Robert Schuman, la guerra tra la Germania e la Francia non solo “impossibile”, ma addirittura “impensabile”. Proposito che si è realizzato e che speriamo nessuno possa mai neppure in un futuro lontano mettere in discussione. A dispetto delle tante chiacchiere e dei tanti vittimismi sulle pretese egemoniche dell’Europa “forte”, dell’Europa “ricca” ed egoista, dell’Europa carolingia (per i più colti) sull’Europa mediterranea e più recentemente su quella orientale, bisognerebbe riconoscere che l’asse franco-tedesco non è stato, non è e presumibilmente non sarà mai l’espressione di una “naturale” volontà di conculcare in modo diciamo così “imperialistico” gli interessi e i diritti degli altri europei. Non c’è stato, non c’è, un eccesso di egemonia. Semmai il contrario: una notevole difficoltà a farsi carico delle responsabilità che la geografia e la storia hanno imposto alle due nazioni che occupano il centro dell’Europa.
Il problema che la special relationship a cavallo del Reno pone agli altri europei non è, insomma, né geografico né storico. E’, come si sarebbe detto nel politichese di una volta, “tutto politico”. Lasciando agli storici le considerazioni sul passato più lontano delle politiche delle istituzioni europee, dovrebbe apparirci evidente che negli ultimi anni l’asse franco-tedesco, con il corollario “carolingio” del Belgio e del Lussemburgo e un’estensione “germanica” verso i Paesi Bassi e quelli scandinavi, ha dettato le scelte di politica economica e ha piegato verso una direzione precisa, liberista e monetarista, lo sviluppo della costruzione europea. C’è stata, è vero, una certa dialettica tra i due protagonisti principali: più statalista e con qualche non repressa tentazione protezionistica Parigi, più rigorosa in fatto di disciplina di bilancio e più propensa a far girare l’economia più con il motore delle esportazioni che con quello della domanda interna Berlino. Comunque pur se negli ultimi quindici anni gli interessi sono talvolta entrati in conflitto, le politiche economiche non sono mai state davvero divergenti. Non lo sono state neppure con l’avvento all’Eliseo di François Hollande, il quale ha portato alle più penose conseguenze l’attitudine disastrosa di (quasi) tutti i leader socialisti europei a conformarsi al pensiero unico monetarista imposto dalle destre.
Il problema, per come la vediamo noi, sta proprio qui. Può darsi che con un Macron consolidato e una Merkel confermata i francesi tenderebbero a mettere in discussione il cursus tedesco in materia commerciale con una qualche introduzione di ragionevolezza in fatto di esportazioni; e può darsi anche che otterrebbero quello che con gli italiani è materia di perenne contrasto, ovvero una qualche flessibilità in materia di disciplina di bilancio. Può darsi perfino che Berlino e Parigi si inoltrino sulla strada indicata dagli italiani in fatto di revisione o interpretazione larga del fiscal compact, visto che anche il debito della virtuosissima Germania è ben al di sopra del fatidico 60% del Pil e che le elezioni potrebbero rafforzare la posizione della cancelliera nei confronti del superfalco ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble oppure – ipotesi remota – portare al potere i socialdemocratici. E però non c’è da farsi illusioni: certo, l’austerity dura e pura del passato non verrà riproposta, anche perché stavolta ci sarebbero anche le autorità di Bruxelles a mettersi per traverso, ma non ci saranno correzioni fondamentali della politica economica e finanziaria nel senso degli investimenti, della promozione della domanda interna, delle politiche sociali e del lavoro e della regolamentazione dei mercati finanziari. Le posizioni di Macron in materia sono abbastanza note anche perché ha avuto modo di manifestarle chiaramente come ministro di Hollande. Al limite, potrebbe manifestare una qualche maggiore disponibilità Frau Merkel, se dovesse essere costretta a una nuova groβe Koalition con la Spd e non dovesse essere troppo condizionata da destra non solo dai populisti radicali di Alternative für Deutschland ma anche dai falchi della Csu bavarese.
E l’Italia come si porrebbe di fronte alla riproposizione dell’asse franco-tedesco in questi termini? Secondo noi dovrebbe innanzitutto evitare di gridare allo scandalo di fronte a quello che scandalo non è, ovvero l’esistenza di un rapporto privilegiato tra Parigi e Berlino che, come abbiamo cercato di dire, altro non è che l’espressione delle loro speciali responsabilità. Poi dovrebbe evitare di cedere alla tentazione di giocare una partitella in proprio se si arrivasse alla ridiscussione del fiscal compact e alla definizione di criteri di maggiore elasticità sul calcolo del deficit. L’ossessione della flessibilità di cui ha dato ampia prova Matteo Renzi fin qui scambiando e spacciando per grandi vittorie insignificanti concessioni dello zero-virgola è sbagliata e fuorviante. Lo strumento per cambiare davvero politica, e per salvare da un altrimenti inevitabile declino l’Unione europea, è la mobilitazione delle risorse, dal bilancio comunitario (possibilmente molto incrementato) alla Banca europea degli investimenti alla promozione di legislazioni che favoriscano gli investimenti nei singoli paesi. E poi una iniziativa forte di riforma e regolamentazione dei mercati finanziari, tale da contrastare e far regredire la finanziarizzazione dell’economia.
Inutile dire che questo è il piano su cui dovrebbe muoversi la sinistra. Finora non lo ha fatto ed è anche per questo che l’Europa si trova nei guai.