Parchi, la legge compie trent’anni ma sulla tutela c’è ancora tanto da fare

Fermo restando che l’ideale sarebbe che non dovesse esservi una legge che tutela le “meraviglie della natura” perché questo compito dovrebbe far parte della sensibilità dei singoli cittadini a proteggere il bene comune natura (e non solo natura considerando la grande quantità di prodotti della cultura materiale di cui è straricca l’Italia tanto che l’UNESCO ha accettato di catalogarne una sessantina come patrimonio dell’Umanità); fermo restando tutto questo, dopo decenni di sonnacchioso interesse per la natura e per la necessità di salvaguardarne le sorti, il 6 dicembre del 1991 il Parlamento italiano approvò la legge quadro sulle aree protette “in attuazione degli articoli 9 e 32 della Costituzione e nel rispetto degli accordi internazionali”. Una legge che, come indica l’articolo 1, “detta principi fondamentali per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire e di promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese”.

Da Yellowstone (1872) ad oggi

La necessità di tutelare la natura e le sue componenti animali e vegetali salvaguardandole da possibili manomissioni umane, si era già sentita da tempo e gli Sati Uniti il 1° marzo del 1872 avevano istituito il Parco Nazionale di Yellowstone nel Wyoming con estensione dei suoi 9.000 chilometri quadrati in Montana e Idaho.

Un Parco nazionale. Questo è stato a lungo il principale strumento di protezione della natura. Anche In Europa. Anche in Italia dove negli anni Venti e Trenta furono istituiti quattro Parchi nazionali: Parco nazionale del Gran Paradiso (1922), Parco nazionale d’Abruzzo (1923), Parco nazionale del Circeo (1934) e Parco nazionale dello Stelvio (1935) sono i quattro che a lungo sono rimasti come i “parchi storici”. Cioè facenti parte di una storia iniziata e a lungo non portata a conclusione. Conclusione che fu realizzata con la legge n. 394 alla quale sto facendo riferimento. La quale, peraltro, ha avuto il merito di prevedere non solo Parchi nazionali, ma molte altre forme di protezione della natura quali Parchi regionali, oasi, riserve e, finalmente, aree marine protette.

Aree protette nell’11% del territorio

Usciti dal sonno che, sragionando, aveva anche generato mostri peggiori di quelli disegnati da Francisco Goya nella sua famosa acquaforte, con quella legge la protezione della natura si è estesa sino a comprendere 871 aree protette su una superficie di circa l’11% del territorio nazionale che è una dimensione enorme. E sono già 24 i soli Parchi nazionali.

Tutto bene, dunque, e tutti contenti? Non tutto, non tutti e non dovunque. Perché agli iniziali entusiasmi è seguito un progressivo raffreddamento. Soprattutto in quei parchi e aree a vario titolo protette nei cui confini rientrano non solo le componenti naturali da difendere da manomissioni, ma anche quelli che colposamente o dolosamente sono stati responsabili di quelle manomissioni.

Gli ostacoli alla “protezione per legge”

Da molti di questi la istituzione di una protezione per legge è stata vista come una inaccettabile limitazione delle proprie libertà. E dove non è stata accettata il Parco viene mal sopportato. Si tratta, come è evidente, di quei Parchi nei cui confini rientrano anche cittadini residenti i quali, spesso, sono anche supportati da amministratori che attribuiscono al Parco la responsabilità di vari “non poter fare”. Non poter fare cosa? In genere abusi nell’edilizia, nello smaltimento dei rifiuti, nella produzione agricola e industriale, nel turismo perfino.

Perché tutto questo? Innanzitutto per un “malinteso” modo di intendere la libertà che deriva anche dalla ignoranza. Voglio dire che vivere in un’area naturale protetta dovrebbe essere visto come un privilegio e non come una limitazione di libertà (e che libertà!). Ma poiché non tutti nascono con queste (e altre) sensibilità e consapevolezze, occorre che dal Ministero (ex dell’ambiente), agli amministratori regionali e comunali, alle scuole si alimenti pure questo istruttivo messaggio. Anche ricorrendo ad esempi significativi.

Civitella Alfedena nel parco nazionale d’Abruzzo

L’esempio virtuoso del Parco D’Abruzzo

Quando fu istituito, ormai poco meno di cento anni fa, il Parco d’Abruzzo, i pastori che vi risiedevano si chiedevano perché dovevano fare i conti con una legge che proteggeva i lupi che gli mangiavano le pecore. Poi questi conti li hanno fatti; sono stati indennizzati dei danni subiti; le bellezze di quella grande area protetta hanno richiamato turisti in gran numero che hanno portato danaro in buona quantità (Civitella Alfedena è stata a lungo un Comune con i maggiori depositi bancari) e vi sono stati Comuni che hanno chiesto di entrare nel Parco anziché di uscirne.

Benedetto Croce nel 1920, in qualità di ministro per la Pubblica Istruzione, osservava che “se la civiltà moderna ha sentito il bisogno di difendere per il bene di tutti il quadro, la musica, il libro, non si capisce perché si sia tardato tanto a impedire che siano distrutte le bellezze della natura”. E, in più, auspicava che i parchi diventassero fonte di “probabili, per non dire certi, guadagni da parte dello Stato”.

Questo invito alla riflessione insieme con l’efficace slogan del Wwf “i parchi occupano, occupiamoci dei Parchi” potrebbe essere il tasto su cui insistere per acquisire consensi. Consenso che si dovrebbe acquisire già come “ringraziamento” all’esistenza di un’istituzione che tutela la natura, ma che è difficile garantirsi con parchi ancora “giovani” (l’Abruzzo è ormai centenario).

Educare, informare, comunicare

C’è dunque anche un problema di educazione di informazione e comunicazione per acquisire consenso.

Ma anche i Parchi devono fare la loro. Che non è solo l’importante compito di proteggere ambiente, natura e biodiversità. C’è anche un problema, non trascurabile, di governance. Cioè di quel complesso di condizioni volte al buon funzionamento e al raccordo dei differenti protagonisti e interlocutori sul territorio protetto e alla trasparenza dei processi decisionali.

Cioè un modo di governare, basato su un approccio condiviso e allargato, capace di mettere in comunicazione tra loro attori pubblici e privati, interessi economici e singoli cittadini. Cioè, ancora, un modo che dovrà includere la partecipazione ed il coinvolgimento già nella fase preliminare di adozione delle scelte. Si tratta di un processo decisionale partecipato che è più difficile da gestire e meno rapido da realizzare, ma si conclude con un consenso più ampio perché più consapevole e meglio informato e, quindi, garantisce maggiore efficacia all’azione dell’Amministrazione.

Insomma trent’anni dopo la “benedetta” legge 394, ricerca e acquisizione del consenso vanno realizzati prevedendo momenti di concertazione, di partecipazione e di coinvolgimento volti ad accrescere la consapevolezza delle comunità locali sulle problematiche del territorio (non solo ambientali) e sulle politiche messe in atto per la loro risoluzione.