Parchi e aree protette,
la legge va bene
ma la politica
non sa guardare avanti

Credo che se si vuole compiere una riflessione sulla legge quadro sulle aree protette (la 394 del 1991 di cui ha scritto qui il professor Ugo Leone) si debba partire dalla attualità della funzione dei parchi naturali per sottolineare che la loro essenza sta nel rapporto, mai definito per sempre, della natura con l’uomo. A questo proposito riporto alcuni spunti del pensiero del professor Valerio Giacomini contenuti nel libro “Uomini e parchi”, pubblicato postumo nel 1981.

Giacomini, uno dei più importanti ecologi italiani e non solo, fu contestato dalla cultura ambientalista in quegli anni perché sottolineava la centralità dell’uomo in ogni processo o progetto di salvaguardia della natura. Lo faceva però non in chiave antropocentrica. Affermava che ”la semplice finalità protezionistica dei parchi non può essere sufficiente a giustificarne l’istituzione ma occorre che essa sia integrata con altre finalità perché la conservazione, cosi come lo sviluppo, sono dedicati all’uomo. Mentre lo sviluppo tende a raggiungere fini umani, soprattutto attraverso l’uso della terra, la conservazione mira al raggiungimento degli stessi fini assicurando la continuità di tale uso. Sono due processi compatibili se lo sviluppo è inteso in senso razionale e durevole”.

Il Parco allora dovrebbe essere un luogo di sperimentazione di un equilibrato rapporto tra uomo e natura. Un luogo di attività e non di inazione generalizzata.

Sulla base di questa visione Giacomini definiva il Parco naturale “l’assetto giuridico-amministrativo di un insieme territoriale, in virtù delle cui finalità globali e specifiche, la salvaguardia e lo sviluppo degli elementi naturali e umani presenti sono promossi e disciplinati in un regime di reciproca compatibilità”. In altre parole un Parco dovrebbe essere inteso come un modo di amministrare un territorio più e prima che un’area e un insieme di risorse, seppure preziose. Cioè come un luogo di sperimentazione.

L’invaso di Ridracoli nel parco nazionale delle Foreste Casentinesi

La Legge 394 ed il sistema nazionale delle aree protette

Le aree protette sono uno dei più importanti strumenti per la conservazione della natura. Nonostante oggi siano popolari e amate dall’opinione pubblica, soprattutto quella cittadina e più acculturata, non tutti hanno chiari funzioni e limiti. Perché sempre di strumenti si tratta, mentre sia per i cittadini che per il mondo politico vengono spesso intese come gli obiettivi stessi della conservazione. Quello che conta è “cosa proteggere” e “come” dentro le aree protette che sono appunto uno dei mezzi per raggiungere l’obiettivo della conservazione delle specie, dei sistemi ecologici, dei paesaggi ecc.; fissando anche delle priorità perché non illudiamoci, nel prossimo futuro non potremo proteggere tutta la biodiversità esistente, neppure tutta quella compresa nelle aree protette.

Le aree protette dovrebbero essere allora utilizzate come strumenti per attuare una strategia generale di conservazione. Purtroppo questo si verifica raramente.

Manca innanzitutto una seria programmazione nazionale (intendo una programmazione condivisa tra Stato e Regioni) per le aree protette. Seppure la legge 394 avesse previsto che ogni tre anni, d’intesa tra Stato e Regioni, si dovesse approvare un programma triennale finalizzato non solo o tanto a concedere dei finanziamenti, sia alle aree protette nazionali che a quelle regionali, ma soprattutto per fissare gli obiettivi di conservazione e per individuare le aree da destinare a futuri parchi. Dal 2001 non si ha più traccia di questo strumento previsto dalla 394. E da allora, complice la modifica del titolo V della Costituzione ognuno, lo Stato da una parte e le Regioni dall’altro, ha fatto per sé, senza confronto e dialogo. La Conferenza Stato-Regioni non ha mai più trattato dal 2001 il tema delle aree protette. Si è cioè rotto uno dei pilastri su cui, dopo un lavoro faticoso di mediazione tra lo Stato e le Regioni che ha dato vita alla 394, si reggeva quella leale e permanente cooperazione istituzionale invocata a più riprese negli anni Ottanta dalla stessa Corte Costituzionale. Quello scontro tra centralisti e regionalisti, che precedette il varo della legge quadro, ha lasciato il posto alla indifferenza ed alla inerzia.

Strategia per le aree protette cercasi

Manca poi tutt’ora una “strategia nazionale per le aree protette” che sia in linea con la strategia europea per la conservazione della biodiversità. Purtroppo la “strategia nazionale per la biodiversità”, approvata qualche anno fa, non è assolutamente adeguata a questo scopo perché non è altro che un insieme di buone intenzioni. Essa non contiene dei precisi obiettivi, degli indicatori di risultato, non specifica le azioni prioritarie da effettuare con l’individuazione dei vari soggetti responsabili e per ultimo essa non prevede le risorse umane e finanziarie occorrenti. Insomma, si tratta di uno strumento quasi inutile perché tra l’altro non ha alla base una analisi scientifica seria circa lo stato della biodiversità all’interno dei parchi, dei siti della rete natura esterni ad essi e anche del restante territorio. In altre parole, se non sappiamo come sta e dove è la biodiversità e dove è più minacciata, come possiamo impostare seriamente azioni e progetti per tutelarla e soprattutto come facciamo ad individuare gli strumenti più adatti per proteggerla? Senza obiettivi chiari e dei precisi risultati che si vogliono ottenere, anche di tipo numerico quanto ad habitat e specie, non sapremo mai in futuro se avremo ottenuto il risultato voluto e se una area protetta ha raggiunto gli obiettivi a base della sua istituzione. Soprattutto se quell’area protetta sia servita a qualcosa e se sì a cosa. Anche qui la Legge 394 aveva previsto la predisposizione della Carta della Natura e aveva stanziato diversi miliardi di lire per la sua predisposizione. Purtroppo, dopo 30 anni, dobbiamo registrare quasi un nulla di fatto.

Oggi credo si possa convenite che non esiste più nel mondo chi si illude di difendere la biodiversità, o anche solo le sue componenti più minacciate, solamente all’interno di “isole di territorio”, anche vaste e che siano parchi, riserve o siti di rete natura.

È chiaro che serve una rete che le colleghi, come ci ha spiegato quasi trent’anni fa l’UE con la Direttiva Habitat, attraverso tanti corridoi ecologici. Restando a noi, servirebbe gestire la biodiversità presente nelle aree protette attraverso la logica di sistema. Anche su questo tema e cioè la costruzione del sistema, o meglio dei sistemi territoriali dei parchi, la Legge (art. 1 bis della 394) ha previsto che si dovesse dare vita a dei veri e propri “accordi di programma” tra Stato, Regioni e singoli Parchi, per lo sviluppo di azioni economiche sostenibili, con riferimento alle attività agro-silvo-pastorali, all’agriturismo, al turismo ambientale ecc. e di azioni di conservazione. Purtroppo anche questa previsione è sparita dall’agenda di lavoro.

Una rete per la tutela della biodiversità

Una Rete per la tutela della biodiversità per l’Appennino e le Alpi dovrebbe avere lo scopo, attraverso una regia nazionale, di favorire lo scambio continuo di buone pratiche, la condivisione di progetti di tutela delle specie, penso al lupo e all’orso, di rinvigorimento dei collegamenti naturali esistenti e di valorizzazione dei territori rurali.

Infine, l’ultima perla delle tante previsioni della Legge 394 ancora totalmente inattuate è costituita dall’art. 7 (misure di incentivazione). Esso prevede che ai Comuni che hanno territorio in un parco nazionale o regionale sia attribuita la priorità nella concessione dei finanziamenti dell’UE, dello Stato e delle Regioni richiesti per interventi compresi nel perimetro del Parco e riguardanti una serie di interventi che vanno dalle opere di restauro del territorio e dei centri storici, alle attività agricole, a quelle agrituristiche e forestali ecc. Il medesimo ordine di priorità è riservato anche agli operatori privati.

A mio parere la mancata attuazione dell’art. 7 è una delle ragioni principali per cui ancor oggi le comunità che vivono nelle aree protette si sentono spesso abbandonate. Mi riferisco essenzialmente alle comunità umane insediate nei Parchi di montagna, soprattutto quelli dell’Appennino, dove in molti casi sui Parchi si erano accese aspettative in gran parte andate deluse.

Nonostante molte sue parti non siano state attuate considero la 394 una buona legge che conserva ancora piena validità ed attualità, sia nei suoi principi di fondo, sia nei suoi meccanismi gestionali. I tentativi di modifica che si sono succeduti in questi anni avevano il grave torto di guardare esclusivamente alla governance delle aree protette nazionali, muovendo unicamente e goffamente, dalla coda anziché dalla testa. Si sono focalizzate prevalentemente sulla composizione dei Consigli direttivi dei Parchi nazionali, su chi nomina direttori e presidenti, senza compiere una analisi seria del perché alcune importanti parti della legge quadro non sono state ancora attuate. Se c’è un tema che richiede un aggiornamento della 394 questo riguarda il suo rapporto con la Direttiva Habitat del 1992. Va fatto a questo proposito uno sforzo per coordinare tra di loro queste due normative, per semplificare i rispettivi adempimenti autorizzativi e per rivedere le modalità pianificazione del territorio compreso nei Parchi, sia nei contenuti che nelle procedure.

Quindi non è la Legge 394 ad avere fallito o ad essere inadeguata, tutt’altro, è la politica che non è stata capace, partendo dalla attuazione della legge, di spingere ancora più avanti le azioni sistemiche di conservazione e di ripristino di habitat e specie naturali presenti nel nostro paese.

Le comunità di montagna presenti nei Parchi

L’Espresso ha titolato un articolo di Franco Arminio “Salvare i paesi”. L’autore spiega che per lo sviluppo locale servono gli “allenatori dei paesi”, animatori dello sviluppo locale che facciano parte di un programma o di un progetto pubblico di respiro territoriale adeguato, che restano a vivere nei paesi almeno tre anni e che dialogano ogni giorno con le persone che lavorano o che potrebbero lavorare nel territorio. Certamente anche più figure di questo tipo da sole non possono né affrontare e tanto meno risolvere i numerosi problemi che da tempo affliggano le aree interne. Servono azioni agili da parte delle istituzioni, il rafforzamento delle strutture tecniche dei Comuni, serve che i sindaci per primi si ricordino i contenuti dei programmi o delle strategie alla cui predisposizione hanno partecipato, occorre mettere in relazione le strutture che fanno i progetti di sviluppo con quelle che li debbono attuare. Non sempre servono solo o tanto finanziamenti aggiuntivi, serve spendere quelli che ci sono in maniera mirata, destinandoli a persone precise e correndo anche il rischio di sbagliare. I Parchi debbono fare qualcosa, giocare la loro parte e non mi si dica che non possono farlo perché non è il loro mestiere. Mettere insieme, ad esempio, quattro agricoltori per costruire una filiera di prodotti agricoli o zootecnici locali o agevolare un gruppo di giovani che vuole creare servizi e strutture per il turismo in natura significa fare il proprio mestiere di Parchi.

Oggi insieme a molte delle cose che purtroppo ancora mancano per rendere davvero virtuosa la politica delle aree protette, serve una cosa semplice ma purtroppo rara: il buon senso. Quel buon senso che andrebbe ritrovato da parte di chi gestisce i Parchi e da tanti amministratori nazionali e regionali non sempre vicini, come dovrebbero, a questi territori che forniscono alle aree più ricche e urbanizzate, con un termine forse troppo abusato, i così detti “servizi ecosistemici”. Quegli stessi territori che in cambio non ricevono quasi nulla.

L’autore è stato Presidente del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e di Federparchi