Palermo, 30 anni fa chiuse l’Ora. Due settimane dopo uccisero Falcone

Seimila firme perché L’Ora “deve assolutamente continuare a vivere”. Una sfida “a chi si sta stropicciando le mani perché questa voce scomoda da domani tace”: “Torneremo”. Trent’anni come oggi scrivevo l’ultimo mio editoriale da direttore e “chiudevo” una prima pagina con il titolo ottimistico e menzognero: “Arrivederci”. Era invece l’ultimo numero. La parola fine di novantadue anni di una storia gloriosa e bistrattata, quella del giornale L’Ora, nel quale avevo iniziato e imparato a lavorare dieci anni prima, uscendo da pensosi studi universitari e tumultuose vicende del “movimento” (per cui sprofondo in questi giorni in un ingorgo di ricorrenze: contemporaneamente si compie anche mezzo secolo di questa mia professione).

Il giornale fondato a inizi Novecento dai Florio

Il “giornalelora” fiorito all’alba del Novecento all’occhiello dell’effimera “belle epoque” degli industriali Florio, rifondato nel 1954 da un editore-partito che si sarebbe rivelato un quarantennio dopo così insipiente da mandarci a casa alla vigilia delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Perché il proprietario del giornale attraverso un’apposita sua casa editrice era stato negli anni d’oro e roventi il Pci, appena trasformato e rinominato in Pds da Achille Occhetto per salvarlo e salvarci dal crollo delle rovine del Muro: partito nel quale avevo cominciato a militare con i calzoni corti; svolta alla quale avevo aderito con convinzione, pur considerandola più che tardiva.

Lo leggo a tante migliaia di chilometri di distanza su un lancio dell’agenzia Reuters in inglese che il vecchio “chief” del Pci verrà eletto a Rimini nuovo “chief” del nuovo partito, e che si è commosso. Inviato dall’Unità a seguire la guerra del Golfo faccio quella notte avanti e indietro dalla “camera sigillata” che dovrebbe proteggerci dalle testate chimiche che si sospetta Saddam Hussein stia vomitandoci addosso con i missili Scud che spara nel nostro cielo di Gerusalemme. Pulisco e ripulisco con una pezzuola la maschera antigas per leggere l’aggiornamento notturno, qualche missile dopo: i delegati non l’hanno più eletto segretario, il nostro caro Akel al primo scrutinio com’era previsto, e si dovrà aspettare il giorno dopo per capire come far ripartire la macchina già ingolfata del nuovo partito, evidentemente carica di troppi bagagli ingombranti del passato.

Torno a Roma dopo quattro mesi di Palestina e Medio Oriente, mi accennano che apriremo una corrispondenza da quelle parti, Gerusalemme o Cairo si vedrà, “sei disposto? Be’ tieniti pronto…”, ma non se ne fa nulla: il giornale è in subbuglio e si prepara – non lo sapevamo – l’allontanamento del direttore Renzo Foa ritenuto troppo autonomo da Botteghe, o forse troppo “occhettiano”. A fine anno, la proposta. O meglio la convocazione: “La segreteria ha deciso che sei tu l’uomo giusto per rimettere in carreggiata il tuo vecchio giornale… ha sospeso le pubblicazioni, la redazione è in cassa integrazione, c’è chi nel partito in Sicilia vorrebbe svenderlo. Ma noi intendiamo riprovare a rilanciarlo, sarà dura, ma avresti il nostro pieno appoggio, ci stai?”. Faccio una vacanza di fine anno in un posto lontanissimo, in Cina, poi torno – in incognito – a Palermo dopo una vita, prendo contatti con la redazione che da Roma e da parte di un dirigente siciliano del partito mi hanno dipinto in assetto di guerra contro la mia eventuale nomina, ma scopro che sono balle (il mio “gradimento” in assemblea sarà quasi unanime): il giornale è molto diverso da come lo ricordo, crisi di finanze e di idee, risorse ai minimi termini, ma tanta voglia di lavorare e tornare in edicola. Alla fine accetto, con un contratto triennale, in vista delle difficoltà e dei tempi lunghi per un vero rilancio… Scopro troppo tardi che Arci e Lega ambiente palermitano organizzano intanto un “presidio” con lo slogan “giù le mani della mafia da L’Ora” per il giorno del mio arrivo… Le mani della mafia sarebbero le mie?

L’editore mi fa avere le risposte a un sondaggio commissionato l’anno prima a un’agenzia demoscopica per spiegare i motivi della caduta libera delle vendite in edicola. Non mi colpiscono tanto le repliche degli intervistati (ex lettori o lettori potenziali che evidentemente non hanno mai avuto tra le mani il giornale) ma le domande: “Ha rilevato un appannamento della critica e del ruolo di opposizione politica che L’Ora ha svolto storicamente?”. “Le sembra che ci sia uno spazio eccessivo per le notizie di cronaca?”… Cestino il tutto per evitare inutili pesi eccessivi nel mio trasloco a Palermo.

L’eredità straordinaria di Vittorio Nisticò

Vittorio Nisticò, storico direttore de l’Ora

Di quei quattro mesi successivi ho più volte scritto, e ci sono le collezioni del giornale a documentare il nostro sforzo di riaccendere l’antenna puntata sulla città e la regione che per tanti anni aveva funzionato sulla palazzina neorazionalista vetro-cemento di piazzetta Napoli. Il direttore storico, Vittorio Nisticò, padre-padrone delle professionalità di tanti di noi, scandita in almeno tre generazioni di giornalisti, amava parlare del “popolo” dei lettori, e degli “amici” de L’Ora, da tenere assieme quotidianamente, ascoltare con rispetto, e con i quali interloquire sui problemi della città e su quelli del mondo. Gli amici di quegli anni irripetibili erano valenti collaboratori, intellettuali, Leonardo Sciascia, Renato Gutttuso, Danilo Dolci, Enzo Sellerio, Gioacchino Lanza Tomasi, Vincenzo Consolo… Il popolo era la gente dei quartieri, la “città nera” del degrado e della criminalità, dei bisogni, della miseria delle clientele e della rabbia, e la “città bianca” era quella della borghesia, gente per bene, professioni e valori, accanto alla borghesia mafiosa soprattutto con le mani impastate di cemento : ripartizione ideata dal fine e appassionato poeta Mario Farinella, cronista che si era fatto le ossa raccontando l’epopea contadina della lotta per la terra e “seguendo” Mommo Li Causi il tribuno comunista che sfidò la mafia e fu ferito a Villalba dal boss Calò Vizzini e che Togliatti aveva mandato nella sua Sicilia nel primo dopoguerra dopo un ventennio di carcere e di confino e il Comitato di liberazione dell’Alta Italia.

La cronaca era politica, e la politica era narrazione, da scavare con un numero impressionante di inchieste, in una realtà incandescente di omicidi stragi e trattative tra politica, economia e mafia. Al mio ritorno a Palermo nel 1992 capitava un periodo di stanca dei delitti, di pax mafiosa, come quella del 1972, ai tempi in cui facevo il “biondino” (cioè l’apprendista “abusivo” nel nostro gergo di redazione): e nei periodi di bonaccia, i confini tra città bianca e città nera si confondono. Invece di abbassare l’attenzione invitai la redazione a cogliere i segnali cifrati che in questi casi l’antenna del giornale deve captare: la metafora dell’antenna era di Giovanni Falcone che avevo conosciuto quand’era il più promettente giudice istruttore della squadra messa assieme dal Consigliere Rocco Chinnici. Falcone in quel 1992 era al ministero, lo incontravo spesso nel finger di Punta Raisi nei fine settimana del nostro via vai tra Palermo e Roma: bisogna avere le antenne dritte – diceva – per cogliere i segnali che si celano sotto la coltre della Grande quiete, anni in cui la mafia è forse più pericolosa che nei periodi dei morti ammazzati, perché nel silenzio si rafforza e si arricchisce. Il 12 marzo il sangue che vidi raggrumarsi sulla chioma bianca di Salvo Lima, il vicerè andreottiano di Palermo massacrato proprio dalla mafia con cui aveva intessuto più di un dialogo nei tempi di quiete fu la conferma di quella intuizione.

L’omicidio Lima riportò l’Ora in testa alle vendite

Al telefono quella mattina Falcone ci disse, e noi scrivemmo, che l’omicidio Lima era come una bottiglia di spumante che si stappa di botto, e poi non si riesce a tenere o a rimettere dentro il vino. La città bianca e la città nera tornarono a comprare il giornale che per la prima volta nella sua storia superò le vendite in edicola del paludato concorrente Giornale di Sicilia. Media raddoppiata quel mese, e ancora il trend reggeva a maggio mentre al giornale mancavamo di tutto, non c’erano soldi per pagare le fotografie, per pagare in tempo gli stipendi, per la carta delle fotocopie. Arrivarono puntuali le minacce, gli avvertimenti. Nottetempo qualcuno distrusse a martellate il server delle agenzie, e tranciò i cavetti che collegavano alla tipografia le telescriventi. Miracolosamente quel giorno riuscimmo a fare il giornale. Il capo della Mobile al quale denunciai l’accaduto, chiedendo controlli e protezione della sede e dei redattori, mi rispose che erano fatti nostri, cose interne, e che non riteneva di sprecare uomini. Qualche anno dopo si scoprì che svolgeva a Palermo il doppio lavoro di poliziotto e di agente dei servizi. Scrivemmo dell’avvertimento in prima pagina, ma nessuno ci venne dietro. Sotto la casa di mia madre (dove andavo semplicemente a dormire, mentre passavo tutta la giornata al giornale) ogni tanto la sera passava una volante.

I miei interlocutori dell’”editore” a Roma – Fi.Pi., acronimo che non ricordo più come si sciogliesse – non mossero un sopracciglio per i miei racconti , cominciarono a non farsi trovare più al telefono: avrei voluto dar conto dei primi successi della grande fatica che la redazione stava impiegando in quei giorni. E chiedere il rispetto delle scadenze di pagamenti e sostegno per iniziative editoriali. Decine di fax senza risposta li ho fatti a pezzetti in un impeto di rabbia quando il comitato di redazione cioè l’organismo sindacale dei giornalisti piombò nella mia stanza per chiedermi conto della decisione che era stata loro appena comunicata della sospensione delle pubblicazioni per la crisi finanziaria della società. Scelta della quale ero stato tenuto all’oscuro.

Un patrimonio bruciato e disperso dall’editore Pci-Pds

Quando scrissi l’editoriale del nostro “arrivederci/addio”, cercai fino all’ultimo una frase “storica” da pubblicare sopra la testata come motto augurale di un prossimo ritorno in edicola (poi, non chiedetemi perché, l’occhiellone saltò dal menabò). Avevo scelto questa citazione di Giuseppe Saragat, ai tempi in cui era inquilino del Quirinale, che a differenza del nostro auspicio di riapertura, negli anni Cinquanta si sarebbe rivelata premonitrice: “Ci voleva l’attentato al L’Ora per scoprire che in Sicilia c’è la mafia”. Detta dal Presidente all’indomani dell’esplosione di cinque chili di tritolo mafioso sul tetto della tipografia di un giornale colpevole di avere iniziato mercoledì 15 ottobre 1955 la prima e più grande inchiesta – sviluppata in ventuno puntate – appunto, sulla mafia. Eravamo stati il primo giornale persino a declinare nel linguaggio giornalistico e politico la parola “mafia”, e fummo fonte per decenni di quel tanto o di quel poco dell’informazione nazionale sui canali che oggi diremmo “mainstream”. I quali senza noi del giornalelora come gli antichi geografi, sulla carta della Sicilia e delle regioni meridionali avrebbero scritto poco più di qualcosa come il classico ’hic sunt leones’ (qui non sappiamo che c’è, ci vivono soltanto animali feroci).

Fu così che quel patrimonio fu disperso, bruciato come i miei vani fax all’editore… e L’Ora, il giornale di cui Giovanni Falcone era più che un amico, non fu in edicola due settimane dopo, quando l’ammazzarono assieme alla moglie e agli agenti sulla strada per l’aeroporto.

L’8 e 9 MAGGIO “E’ SEMPRE L’ORA”: INIZIATIVE A PALERMO

Domenica 8 maggio alle 10 a Villa Bonanno, davanti alla Questura sarà inaugurato il Cippo Sofia dedicato dal Comune, alla famiglia di giornalisti de L’Ora, Nino, Marcello e Nino jr, che furono protagonisti della vita cittadina e prestigiose firme del quotidiano. Daniele Billitteri ricorderà la famiglia Sofia e in particolare Nino che lasciò il giornale L’Ora nel 1980 dopo essere stato punto di riferimento per le giovani generazioni dei cronisti di nera. Alle 11,30 in via Giornale L’Ora si terrà l’iniziativa “È sempre L’Ora” per ricordare come a trent’anni dalla sua chiusura la memoria, la tradizione e l’identità del quotidiano del pomeriggio siano ancora vivi e presenti nella realtà giornalistica italiana. Lunedì 9 maggio alle 21, nell’ambito del Supercineclub del Rouge et Noir di piazza Verdi 8, si proietterà “L’ultima minaccia”, il film simbolo del rapporto tra giornalismo e cinema. La proiezione sarà preceduta alle 20.30 da un incontro con Gian Mauro Costa e Franco Nicastro