“Paisan, addio”: film sull’agricoltura che cambia e sul lavoro della Lega di cultura di Piadena

Non c’è niente di più innaturale che dimenticare, diceva Pier Paolo Pasolini. Ma niente di più facile, anche. Ecco perché è prezioso “Paisan, ciao”, il film di Francesco Conversano e Nene Grignaffini, Raicinema e Movie movie. Un lavoro che mette in dialettica opposizione il lavoro nelle campagne, quello che si è fatto da secoli, e l’industria agraria di oggi, quella che ha spopolato e impoverito la terra.

La famiglia Azzali. Foto di Giuseppe Morandi. Dal libro fotografico “I Paisan”.

Bellissime e raggelanti le riprese dei campi e delle serre oggi, una texture che di naturale non ha proprio più nulla, disegni geometrici fatti da forze invisibili e senza vitalità. O la danza dell’albatros meccanico, che in realtà è un sistema di innaffiamento largo decine di metri. Bellissime e calde e vive invece le foto appese tra le cascine e i campi abbandonati, le voci di chi sa come si lavorava ed è capace di pesare la differenza.

I danni dell’agricoltura industriale

La differenza è pesante. E’ vero, il lavoro era faticoso: dovremmo salutare con gioia l’alleggerimento della fatica. Ma l’agricoltura meccanica, che volta la testa alla terra, alla natura e alle stagioni, e che preferisce l’omogeneità di aspetto alla ricchezza dei sapori, ha portato a un impoverimento enorme.
Non solo per i consumatori. Sono spariti i salariati agricoli: un tempo erano giovani, anziani, donne del paese. Oggi i braccianti sono gli ultimi lavoratori della terra, ne servono tanti e tutti insieme perché la chimica fa maturare verdure e frutta d’un botto, e quando non lavorano non si vedono più, tornano a essere migranti poveri. E’ sparito un sapere antico, che oltre alla produzione sapeva come si conserva e si trasforma, curava la bontà e la diversità del cibo. E una comunità solidale, che attorno al lavoro costruiva senso di vita, sentimenti e conoscenza.
Lo spazio di questo sapere è nelle foto di Giuseppe Morandi, della Lega di cultura di Piadena. Insieme a Gianfranco “MicioAzzali, uno degli animatori della Lega di cultura di Piadena, che ha fatto il bergamino, così si chiamano gli allevatori salariati di bovini.

La Lega di cultura di Piadena, una storia di 60 anni

Peter Kammerer, Giuseppe Morandi e “Micio” Azzali nella cucina della cascina Azzali. Foto di Ella Baffoni

La storia della Lega di cultura è antica, nasce negli anni sessanta nella cascina Azzali grazie anche al contributo di Mario Lodi e Gianni Bosio. Un gruppo di giovani che studia, s’informa, vuol fare politica, cioè cambiare le cose. Le cose si cambiano anche con la militanza, le assemblee, i picchetti a fianco degli operai delle piccole aziende in lotta. In due ponderosi volumi sono raccolti volantini e manifesti di decenni, una storia combattente. Ogni anno, una grande festa popolare nella cascina del Micio, a Pontirolo, frequentata da un gran numero di gruppi di musica e canti popolari. E da compagni di strada. Da Sandro Portelli a Giovanna Marini, per citarne solo due. Bloccata recentemente dal covid, quest’anno, sessanta anni dopo, si farà, il 25 e 26 marzo. Aperta a tutti, e con lo stesso spirito di sempre.

Giuseppe Morandi e “Micio” Azzali

“Non so se sono belle. Le mie foto sono vere – dice Morandi – è la vita quotidiana. Le persone guardano in macchina, non si truccano o si nascondono, sono orgogliose del loro lavoro. E’ la mia gente, non li ho pettinati o sistemati. Ricordate “Novecento” di Bertolucci, che pure è venuto a girare qui? Un contadino che portava un sacco da 80 chili si ferma a limonare con la Sandrelli: ecco, no. Uno che porta un sacco da 80 chili prima lo porta dove deve, solo poi cerca la morosa”.
Li accusano, quelli della Lega di cultura, di essere fermi con lo sguardo all’indietro. Alla nostalgia dei bei tempi andati. “Eh no, quale nostalgia – dice Gianfranco “MicioAzzali – Questa era la terra più ricca, generosa e fertile d’Europa. Ora è impestata e inquinata da fabbriche inutili e da veleni. Sì, guardiamo indietro perché un popolo senza storia e senza memoria non ha futuro, e nel nostro futuro c’è anche quel passato. Bisogna tornare a un’agricoltura umana: se continuiamo con la chimica la terra diventerà sabbia”.
Un fotografo è bravo se sa vedere. Giuseppe Morandi, insieme a Micio Azzali e ai suoi compagni, vede le radici, legge il cambiamento, e guarda lontano. Quelli della Lega di cultura hanno l’esperienza della vita in cascina, una comunità a volte di centinaia di persone che, pur nella miseria, si aiutavano: a partorire, a allevare i figli, assistere gli anziani e i malati. Oggi abbiamo le famiglie mononucleari nella loro solitudine, o la miseria dei badanti e delle case di riposo. Gli orrendi allevamenti intensivi e crudeli, la perdita di frutti antichi e di biodiversità. E l’insipida omogeneità dei supermercati, il vero cervello dell’agricoltura industrializzata e del cibo in serie.

Così è cambiato il lavoro sui campi

Foto di Giuseppe Morandi. Dal libro “Vecchi e nuovi volti della Bassa padana”

Grazie a quell’esperienza la Lega di cultura trova una relazione con i bergamini di oggi. Ieri erano i loro padri ad accudire le bestie, oggi sono spesso stranieri, indiani o sik, africani o asiatici. Anche loro sono salariati agricoli, hanno gli stessi desideri dei paisàn, anche se le loro vesti da festa parlano di altri soli e altri paesi, e nel film le loro musiche fanno da contrappunto alle canzoni popolari registrate dall’Istituto De Martino o dall’Archivio di etnografia e storia sociale.
Paisàn, addio” è il titolo del film che speriamo di poter vedere tutti sugli schermi Rai, e non solo in rare anteprime come quella di Piadena. Ma non è un vero addio. Perché la Lega di cultura, altro che nostalgia, guarda avanti. Ci sono, poco visibili forse, molti tentativi di coltivare la terra e allevare gli animali in modo meno violento. Sono piccole aziende bio che allevano all’aperto “galline felici”, mucche d’alpeggio e maiali bradi. Coltivano grani antichi e frutta saporita con i semi d’un tempo. Con loro lavorano i nuovi bergamini, i nuovi braccianti pagati il giusto, come il giusto vengono pagati i prodotti e, grazie ai gruppi di acquisto solidale, senza ricarichi della filiera distributiva. Piccoli semi: ma se la terra è fertile, attecchiranno.
Scriveva Pasolini, che il cambiamento delle campagne lo aveva già visto: “Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, / dalle chiese, / dalle pale d’altare, / dai borghi (…) E io mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non ci sono più”. “Paisan, addio”, ma la Lega di cultura di Piadena c’è.