Pace, guerra, diritto internazionale, le parole che Putin non capisce

In questi giorni tra persone che non sono direttamente coinvolte nella guerra, o meglio nell’invasione della Russia in Ucraina, ci sono discussioni, per farla breve, atte a stabilire da che parte stare. Per l’Ucraina, il paese invaso, per la Russia, il paese invasore, per la NATO, contro la Nato, contro gli USA, né per gli uni né per gli altri.

Qualche parola che può essere utile viene dalla lettura dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite che si occupa dell’uso della forza, in particolare della legittima difesa.

L’articolo 51 tradotto in italiano afferma: “Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere e il compito spettanti, secondo il presente Statuto, al Consiglio di Sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quell’azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.”

La legittima difesa si configura come una eccezione al divieto dell’uso della forza previsto nell’art. 2, par. 4, della Carta. Come riporta la Enciclopedia Treccani“Nel diritto internazionale, l’uso della forza, inteso come il ricorso da parte di uno Stato a operazioni militari contro un altro Stato, è stato legittimo – sia pure a determinate condizioni – fino alla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel secondo dopoguerra… Almeno fino al Patto della Società delle Nazioni (1919) gli Stati godevano di un illimitato diritto alla guerra. La guerra era, infatti, uno strumento ammesso nel diritto internazionale per risolvere le controversie internazionali, in specie quelle politiche, facendo prevalere il proprio sull’altrui interesse.

La cerimonia di firma della Carta dell’Onu

Il regime che regola l’uso della forza

Sempre dalla Treccani: Il regime giuridico internazionale relativo all’uso della forza è radicalmente mutato con l’entrata in vigore, il 24 ottobre 1945, della Carta delle Nazioni Unite che ha portato a compimento il processo finalizzato a limitare e bandire il ricorso alla guerra iniziato con il Patto della Società delle Nazioni del 1919 (che condizionava tale ricorso a una serie di vincoli procedurali, senza peraltro disciplinare i procedimenti di autotutela violenta diversi dalla guerra) e proseguito con la conclusione del Patto Kellogg-Briand del 27 agosto 1928 (che, pur prevedendo che le controversie dovessero essere risolte in modo pacifico, non bandiva espressamente le misure non implicanti l’uso della forza).”

Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite è imperniato su un divieto generale dell’uso della forza armata (esteso anche alla sua minaccia) stabilito dall’art. 2, par. 4 della Carta (che si riflette nell’obbligo di soluzione pacifica delle controversie tra Stati membri. Nell’ambito di questo sistema il monopolio dell’uso della forza è attribuito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Sicurezza Collettiva) che, a partire dall’ultimo decennio del 20° secolo, ha autorizzato gli Stati membri, in vari casi, a ricorrere all’uso della forza.

Il funzionamento, per vari aspetti imperfetto, del sistema di sicurezza collettiva non ha peraltro impedito che il divieto dell’uso della forza assurgesse a norma di diritto internazionale consuetudinario, come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia nella celebre sentenza del 27 giugno 1986 relativa al caso Nicaragua-USA. Si può anzi affermare che il nucleo duro della proibizione dell’uso della forza, costituito dal divieto di aggressione appartenga ormai al novero delle norme imperative del diritto internazionale.

Interpretazione estensiva

Il quadro giuridico delineato non è certo al riparo da continue sollecitazioni da parte delle grandi potenze, specie dopo gli attacchi terroristici contro gli USA dell’11 settembre 2001, invocando un’interpretazione estensiva della nozione di legittima difesa o delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza nel senso di contenere autorizzazioni “implicite” o addirittura la nascita di nuove eccezioni alla proibizione generale dell’uso della forza (per esempio, l’intervento umanitario). Ciononostante, tale prassi “interventista”, in tutte le sue ramificazioni, ha una portata giuridica inferiore al suo significato politico, perché poco omogenea, a volte contraddittoria e soprattutto contestata dalla stragrande maggioranza degli Stati.

Il Consiglio di Sicurezza

Come in tante questioni umane il diritto viene influenzato da chi è più potente ovvero vincitore sul campo. In ogni caso nel diritto internazionale, la legittima difesa – quale diritto di uno Stato di opporre una reazione armata, anche con l’assistenza di Stati terzi, a difesa della propria integrità territoriale e indipendenza politica – è un «diritto naturale», nel caso in cui si verifichi un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di sicurezza delle Nazioni non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Nel loro appello pubblicato su Le Monde 150 premi Nobel ricordano che la Russia non ha tenuto conto di aver firmato, con altri paesi, il memorandum di Budapest del 1994 che obbligava a rispettare l’indipendenza, l’integrità e i confini dell’Ucraina.

Mediatore: una donna

La legittima difesa può esercitarsi solo in caso di attacco armato in atto, sferrato da forze regolari attraverso una frontiera internazionale o attraverso l’invio di bande armate sul territorio di un altro Stato, quando tale operazione, per la sua ampiezza, configuri un’aggressione armata. L’art. 51 della Carta dell’ONU e la corrispondente norma di diritto consuetudinario vietano pertanto un’occupazione militare prolungata e l’annessione del territorio dello Stato autore dell’attacco.
Come chiunque può immaginare la discussione sulle singole parole che compaiono nel testo dell’articolo 51, nonché la definizione di aggressione o intervento armato sono e continuano ad essere di grande discussione tra gli esperti di diritto Internazionale. Anche se probabilmente la cosa non interessa molto a coloro che sono aggrediti e vittime di interventi armati. Anche in questo caso le parole sono pietre. In ogni caso sembrerebbe abbastanza accettato (ovviamente a parole) che un paese aggredito militarmente abbia tutto il diritto di reagire difendendosi anche con le armi. Naturalmente tutte queste parole sono molto chiare (forse) in tempo di pace. Quando la guerra, l’aggressione si è scatenata, la questione diventa immediatamente difficilmente risolvibile se il paese che ha invaso ed aggredito l’altro non ha nessuna intenzione di tener conto delle norme del diritto internazionale. Che funzionano benissimo quando regna la pace. Sembrano riflessioni tutto sommato ovvie e banali ma ci sono voluti migliaia di anni di guerre solo per scrivere quelle parole sull’uso della forza e del diritto alla difesa. Che poi quelle parole riescano a fermare una aggressione in atto è un altro discorso, ovviamente. Tanto più se tra i paesi coinvolti uno è membro del Consiglio di Sicurezza che dovrebbe essere l’organismo che è autorizzato ad usare la forza per ristabilire la pace.

Tutte queste parole comunque non hanno senso perché non si tratta di aggressione né di invasione né di guerra bensì, come dicono i Russi, di una semplice missione militare speciale di cui guarda un po’ non parla la carta delle Nazioni Unite. Bisognerebbe spiegarlo agli aggrediti e bombardati che sarebbero molto sollevati…

Bombe sì in missione speciale. Quello che non si capisce della natura umana è la necessità di usare delle parole per giustificare degli atti che porta ad un’aggressione armata con grandi mezzi contro un altro stato sovrano e che per loro natura sono stati anche formalmente giudicati inammissibili dalla comunità umana, ma alla fine delle seconda guerra mondiale. Alla fine delle guerre si riflette sul valore della pace, ma poi gli anni passano e se ne discuterà sempre dopo la fine della nuova guerra, tra vinti e vincitori. Forse come si vede nei colloqui di pace e tra i ministri della difesa (!) donne non ce ne sono, bisognerebbe inserire norme vincolanti per avere la metà di donne negli organi decisionali della pace e della guerra. Accettate in tempo di pace, disattese in tempo di guerra. Mediatore: una donna.