Orbán, Salvini
e il richiamo
dell’istinto sovranista

Problemi in vista per Matteo Salvini. Stavolta l’amico Viktor Orbán non gli ha fatto un favore, anzi rischia di provocargli un brutto strappo alla tonaca di catecumeno europeista, quella che il capo della Lega si è cucito addosso per accomodarsi anch’egli nella ecumenica maggioranza che sostiene il governo Draghi. L’ungherese, infatti, traendo le conseguenze politiche della sua rottura con il partito popolare e il gruppo del PPE al parlamento europeo nel quale fino a un mesetto fa albergavano i suoi di Fidesz, ha annunciato ieri di voler incontrare presto l’amico italiano e il capo del governo polacco Mateusz Morawiecki per promuovere la formazione di un supergruppo della destra sovranista europea. La nuova formazione dovrebbe raccogliere le truppe divise, attualmente, in due gruppi diversi: l’ECR (conservatori e riformisti europei) e ID (Identità e democrazia). Nel primo, che ospitò a suo tempo anche i Tories britannici, militano oggi i deputati del PiS di Jarosław Kaczyński, i deputati italiani eletti con la lista di Fratelli d’Italia e vari altri partitini ultraconservatori e fondamentalisti. Nel secondo, i leghisti italiani, gli adepti del Rassemblement National di Marine Le Pen, i nazionalisti dalle sospette nostalgie di Alternative für Deutschland, separatisti belgi, suprematisti bianchi olandesi e varia altra umanità accomunata dall’odio per l’Unione europea e le sue istituzioni. Fatti i conti, i 76 eurodeputati di ID, più i 61 di ECR più i 12 di Fidesz usciti dal PPE prima che li cacciassero fanno un totale di 149 parlamentari, due in più dei 147 del gruppo socialista & democratico. L’estrema destra, insomma, si piazzerebbe al secondo posto per numero di seggi nello schieramento parlamentare europeo.

La prospettiva di diventare i secondi in Europa scavalcando gli odiati socialisti per i sovranisti di tutte le bandiere è allettante, non c’è che dire. In altri tempi Salvini sarebbe saltato sul carro senza la minima esitazione. Solo che i tempi sono cambiati, al punto che tra i commentatori politici italiani c’è oggi chi non esclude, anzi, un progressivo avvicinamento della Lega al PPE, al quale farebbe da apripista Giancarlo Giorgetti. Almeno in tempi brevi perciò il paradosso di un Salvini che entra nel salotto buono del moderatismo europeo mentre il suo sodale ungherese ne viene, praticamente, cacciato non pare insomma di grande attualità. Anche perché, se e quando dovesse porsi la questione, ci sarebbe un considerevole fuoco di sbarramento. Un fuoco sostenuto dalle munizioni delle componenti più sensibili allo spirito del popolarismo  cristiano che nel 1995 espressero il loro non possumus nei confronti dell’adesione di Silvio Berlusconi e la cui resistenza fu vinta soltanto dall’intervento imperioso (e, si dice, benedetto da solidi argomenti pecuniari) dell’allora patron indiscusso del PPE Helmut Kohl.

I ribelli di Visegrad

Vediamo ora se Salvini eviterà di cadere nella (involontaria?) trappola che l’amico magiaro rischia di aprirgli sotto i piedi oppure se si farà sedurre ancora dal canto delle sirene del sovranismo d’antan e s’affilierà, come ha fatto allegramente fino all’altro ieri, alle teorie della “democrazia illiberale” e alle manovre di disturbo del funzionamento dell’Unione europea in cui, talvolta anche contro gli interessi dell’Italia, si sono specializzati i “ribelli di Visegrád”.

Ma a parte quel che farà Salvini, l’operazione promossa da Orbán non sembra avere, almeno a breve termine, grandi chance. Il più pesante dei suoi limiti si è manifestato già nella evidente incongruità nell’invito, il quale è stato rivolto al capo di un partito, Salvini appunto, e al capo di un governo, Morawiecki, lasciando fuori due personaggi che in teoria non avrebbero dovuto mancare ma la cui presenza avrebbe mandato subito tutto all’aria: Kaczyński, che in quanto capo del PiS avrebbe dovuto essere il corrispettivo del capo della Lega, e Giorgia Meloni.

Uno sgarbo?

Cominciamo dalla seconda. Sarebbe interessante sapere come l’ha preso, la capa di Fratelli d’Italia, lo sgarbo dell’esclusione dalla proposta di vertice venuta da Budapest. Neppure un mese fa, fonti vicine alla leader di FdI avevano fatto circolare il testo di una lettera in cui il capo del governo magiaro chiedeva e offriva collaborazione “in nome dei nostri princìpi comuni”. C’è stata una svolta? È possibile, giacché qualche ragione che potrebbe spiegare il mancato invito esiste: non è per niente facile immaginare un percorso facile per un negoziato che si proponga una convivenza nello stesso gruppo al  Parlamento europeo dei due mattatori della destra italiana. La Lega e FdI possono essere alleati in Italia, anche se ora come ora la prima sta al governo e i secondi all’opposizione, ma in Europa sono concorrenti. Già in passato Meloni ha respinto, piuttosto seccamente, le avances venute da esponenti di ID (non Salvini comunque) perché traslocasse da loro con il suo drappello di sei parlamentari. D’altronde, nell’ECR, la sua formazione ha una visibilità seconda solo  ai più organizzati polacchi, mentre in ID i deputati di Fratelli d’Italia sarebbero un gruppetto fra i tanti, subissati dalla Lega, dalle truppe lepeniste e dai coriacei ultranazionalisti tedeschi.

Il rapporto con i russi

Ma la difficoltà più grande riguarda i rapporti tra gli ungheresi di Orbán e i polacchi di Kacynski. Gli uni e gli altri fanno fronte comune contro Bruxelles alla guida del gruppo di Visegrád quando si tratta di opporre princìpi di sovranità e, più prosaicamente, avanzare rivendicazioni di fondi europei. La loro comunanza di interessi arriva a cementarsi nel sostegno reciproco che si offrono nella prospettiva di opporre il veto, Budapest per Varsavia e viceversa, nell’ipotesi che i loro ripetuti e gravi colpi allo stato di diritto portino alla fine a sanzioni dell’Unione che possono arrivare fino alla sospensione in virtù dell’articolo 7 del Trattato europeo. Ma c’è una cosa che li divide profondamente: il rapporto con la Russia e con Putin. La destra polacca cavalca alla grande la storica ostilità popolare contro il grande vicino dell’est. Fino al punto che Kaczyński continua a sostenere la tesi di una responsabilità diretta del Cremlino nell’incidente aereo di Smolensk in cui 11 anni fa morì, insieme con 89 personalità del regime, il suo fratello gemello Lech che da presidente della Repubblica si stava recando a una cerimonia di commemorazione delle vittime del massacro di migliaia di ufficiali polacchi compiuto durante la seconda guerra mondiale dai sovietici a Katyn’.

L’ostilità verso la Russia e Putin fu uno dei motivi che gli osservatori accreditarono per la freddezza con cui a Varsavia fu accolto, durante la campagna delle ultime elezioni europee, Matteo Salvini, notorio e dichiarato ammiratore dell’autocrate del Cremlino. Cosa che lo accomuna, anche questa, a Orbán, il quale ha spinto le proprie simpatie per la Russia fino a rompere il fronte unico europeo per l’acquisto dei vaccini anti-covid per puntare tutto sullo Sputnik, cui ha aggiunto anche il vaccino cinese, tanto per segnalare all’Europa quanto non se ne fidi, neppure in tempi di pandemia.

Insomma, l’iniziativa di Orbán non avrà davanti a sé una strada facile. D’altra parte, hanno avuto vita grama tutti i progetti di alleanze internazionali promossi da paesi governati dalla destra. Partiti e regimi che fanno della parola d’ordine del sovranismo e del proprio interesse nazionale sopra ogni altra cosa il perno della propria politica non convivono facilmente con gli altri. Neppure in un gruppo parlamentare.