Orbán resta al potere, ma si sfascia l’alleanza sovranista di Visegrád

Viktor Orbán resta al potere. Secondo i dati disponibili a tarda notte il premier ungherese avrebbe vinto le elezioni parlamentari con oltre il 50% dei voti e avrebbe assicurato al suo partito, Fedesz, 134 dei 199 seggi in palio nel parlamento. Non si sa ancora come sia andata l’altra consultazione che si è tenuta ieri, cioè il referendum sull’ennesimo provvedimento governativo contro i diritti civili, la libertà dei cittadini e l’Europa: una legge, approvata qualche mese fa e condannata dal Parlamento e dalla Commissione Ue che proibisce di parlare di omosessualità e tematiche di genere in tutti i contesti pubblici in cui ci siano minori.

Orbán con il presidente serbo Vučić

Sempre che i dati siano confermati – in Ungheria non esistono exit polls e proiezioni, per cui bisogna attendere lo spoglio dei voti depositati nelle urne e inviati per posta, il partito di Orbán avrebbe mantenuto la maggioranza dei due terzi che aveva avuto nelle elezioni precedenti e che gli ha consentito prima di scavalcare e poi di modificare la Costituzione per mettere le mani su tutti i poteri dello Stato, dalla Banca centrale all’informazione pubblica ai tribunali alla Corte suprema e consolidare quel modello di “democrazia illiberale” che è diventato il modello ideale per i sovranisti di tutta Europa.  Una vittoria, insomma, non un trionfo.

Eventuali brogli

Il rivale di Orbán, l’economista Péter Márki-Zay, un cattolico conservatore che aveva accettato di guidare la lista unica dell’opposizione messa insieme dai socialisti alla destra moderata, ha ammesso la sconfitta ma con la riserva, inevitabile date le circostanze, di un’attenta valutazione di eventuali brogli. Ipotesi tutt’altro che astratta in presenza di una macchina del potere potentissima e spregiudicata che durante la campagna elettorale ha dato prova di parzialità e scorrettezze, per esempio negli spazi di propaganda nelle tv di stato e nei media controllati dal governo. C’è da dire, a questo proposito, che, caso senza precedenti in un paese dell’Unione europea le elezioni ungheresi sono state monitorate da un gruppo di osservatori dell’Osce.

Quelle in Ungheria sono state, insieme con quelle che si sono tenute, anch’esse ieri, in Serbia e nelle quali dovrebbe essere stato confermato il presidente della Repubblica uscente Aleksandar Vučić, le prime elezioni in Europa dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Per una strana coincidenza sono andati al voto nello stesso giorno i due paesi europei che hanno tenuto, nei giorni scorsi, la posizione più “comprensiva” nei confronti dell’avventura di Putin in Ucraina. La Serbia in nome di una consolidata solidarietà slava, culturale e religiosa ma condita anche di qualche solido argomento economico, con la Russia. L’Ungheria, che pure avrebbe nel suo passato qualche ottima ragione per non amare troppo i russi, per una scelta precisa di Orbán. L’amicizia per il capo del Cremlino, dichiarata e ostentata da molto tempo è stata per il leader ungherese un’arma da usare nella sua ostinata battaglia contro le regole e i princìpi dell’Unione europea. Uno strumento che l’ungherese non ha esitato ad usare anche a costo di rompere il sodalizio con gli altri paesi del gruppo di Visegrád e in particolare con la Polonia, la cui ostilità nei confronti del Grande Vicino dell’est va indietro, nella storia, ben oltre l’Unione Sovietica e ne fa il paese più determinato nella strategia di contrasto a Mosca della NATO. La rottura dell’alleanza di Visegrád indebolirà certamente la fronda politica che polacchi e ungheresi hanno fatto insieme a Bruxelles in difesa delle loro pretese di godere tutti i vantaggi dell’appartenenza all’Unione senza pagare il prezzo del rispetto dello stato di diritto. E forse avrà qualche conseguenza politica anche negli altri paesi giacché esso è stato una sponda importante per la destra più destra in tutto il continente e indurrà anche nei sovranisti di casa nostra qualche divisione, che si sovrapporrà a quelle che già esistono in merito al giudizio su Putin e sulle sue avventure.

Isolazionismo

Vedremo gli sviluppi su questo fronte. Intanto torniamo all’Ungheria. Già prima del voto gli osservatori si chiedevano quale impatto avrebbe avuto sull’opinione pubblica magiara la particolare forma di isolazionismo praticata dal governo Orbán in merito alla crisi ucraina. L’Ungheria non ha condannato apertamente l’invasione dell’Ucraina, non ha aderito alle sanzioni (nonostante si trattasse di una decisione delle autorità brussellesi), ha fatto sapere che non ha la minima intenzione né di inviare armi nel paese aggredito né di ridiscutere le forniture di gas e petrolio dalla Russia. Essendo un paese della NATO che ha un (piccolo) confine con l’Ucraina ha dovuto accettare obtorto collo l’invio sul proprio territorio di una delle otto forze d’intervento da stanziare sull’ala orientale dell’alleanza deciso nell’ultimo Consiglio atlantico, ma il governo ha subito precisato che non considera il proprio apparato militare a disposizione di chi voglia combattere la Russia. Tanto è bastato per prendersi una dura reprimenda da Volodymyr Zelensky, il quale in una delle sue numerose uscite televisive in occidente ha criticato apertamente Orbán citandolo per nome.

A giudicare dall’esito del voto, sul quale la tragedia del paese vicino ha prevalso di gran lunga, ovviamente, su ogni altra considerazione, l’atteggiamento isolazionistico se non esplicitamente filorusso del governo di Budapest in termini elettorali parrebbe aver pagato, mentre non sarebbero state altrettanto apprezzate le chiare prese di posizione dell’opposizione unita contro la guerra di Putin e a favore delle sanzioni.

In Ungheria sembra rafforzarsi una spinta nazionalista, che potrebbe trarre alimento anche dalla prospettiva che le difficoltà dell’Ucraina riaccendano le antiche rivendicazioni magiare sulla Transcarpazia, così come gli scenari che vedono un’Ucraina indebolita se non smembrata dall’aggressione russa parrebbero poter risvegliare quelle della Polonia sulla Galizia e la Volinia. Se la tenuta al potere di Orbán dovesse significare un incentivo al nazionalismo in quella tormentata parte d’Europa ci sarebbe un motivo di preoccupazione in più.