Ora tocca a Fico tentare
il dialogo difficile col Pd

Uguale sia nella formula che, con molta probabilità, nel risultato. Ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, palesemente infastidito dai giochetti e i tira e molla di questi giorni portati avanti dalle forze politiche semi vincitrici, pur costretto a sottolineare che “a distanza di quasi due mesi dalle elezioni del 4 marzo va sottolineato il dovere di dare al più presto un governo all’Italia”, non ha voluto rinunciare a percorrere la seconda strada che aveva ipotizzato. Anche se ancora più difficile di quella che la presidente del Senato Casellati ha percorso con grande tenacia ma senza un risultato positivo.

Uguale quindi il mandato conferito alla terza carica dello Stato. Anche se fino alla convocazione al Quirinale era apparso possibile che fosse più allargato rispetto al precedente. Invece no. Il presidente Fico dovrà verificare la possibilità di un esecutivo Cinque Stelle con il determinante apporto del Pd. Apporto numerico ma soprattutto di idee e impegni per il Paese come ha dichiarato il nuovo esploratore uscendo dalla presidenza della Repubblica mentre, come d’abitudine a piedi, si avviava verso Montecitorio. Questa volta, nota a margine, accompagnato da una festosa compagine di tifosi del Napoli accolti con un sorriso.

Strada stretta, dunque. Irta di ostacoli. Creati sia all’interno dell’ambito delineato da Mattarella, cioè esponenti del Pd ma anche grillini, sia dai mal di pancia del centrodestra che con la vittoria in Molise pensava di avere una carta in più da giocare. E invece è rimasta senza conseguenze se non all’interno della coalizione in cui Forza Italia può rivendicare di essere di nuovo il primo partito.

Il Pd ritorna per forza di cose in campo. Se il presidente della Repubblica chiama non si può far finta di niente. Le posizioni delle diverse anime del partito restano però distanti. C’è il no netto dei renziani, ma anche la possibilità di dialogo espressa da altre componenti, a cominciare dal ministro Dario Franceschini. C’è bisogno di ritrovare “un senso di comunità” a cui si è appellato il segretario Martina. Unica considerazione unificante è che, nella situazione data, Luigi Di Maio per questo giro dovrà rinunciare a Palazzo Chigi. D’altra parte è una considerazione autorizzata anche dal fatto che a sostenere quella candidatura non c’è più nessun possibile partner, nemmeno Salvini.

Fino a giovedì. Questo il tempo concesso dal Colle all’esploratore. Il risultato dei colloqui al momento sembra scontato (e negativo) poiché sembra impensabile che i giochi di questi giorni, le tensioni e i ricatti, le tattiche e pretattiche, la chiusura ballerina di questo o quel forno a seconda delle dichiarazioni degli altri, d’improvviso si avviino su una strada di responsabilità comune nei confronti del Paese che di un governo nella pienezza delle sue funzioni comincia ad averne bisogno.

Se giovedì sarà sancito un nuovo fallimento al presidente della Repubblica non resterà che, sulla base anche di quanto accaduto in questi giorni e di quanto gli è stato e sarà relazionato dai due esploratori istituzionali, prendere la decisione di un governo cosiddetto del presidente. Dovrà Mattarella individuare chi potrebbe guidarlo avendo le capacità di ottenere una maggioranza parlamentare tale per cui un esecutivo nato in questo modo arrivi almeno a raggiungere alcuni risultati. A cominciare da una nuova legge elettorale per riportare gli italiani, coinvolti in un indecoroso teatrino, ad un voto che porti il Paese alla governabilità. Ma la difficoltà è farlo nascere un governo del genere. Sostenuto da chi? Con quali obbiettivi? Per quanto tempo? Vedremo.