Ora la NATO si tenga fuori dall’affare Cina-Taiwan

Stupisce molto, e altrettanto preoccupa, la soave leggerezza con cui alcuni osservatori italiani hanno commentato la grave crisi in atto provocata dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan e dalla violenta reazione cinese. La speaker della Camera dei rappresentanti americana – è stato detto – aveva tutto il diritto di recarsi sull’isola, che è uno stato indipendente retto da un regime democratico e minacciato dal vicino colosso continentale. Le cose non stanno così. Per l’organizzazione delle Nazioni Unite e per la stragrande maggioranza degli Stati del mondo (tutti meno quattordici) Taiwan non è uno stato indipendente, ma – come sostiene il regime di Pechino – una provincia “ribelle” della Cina. Dal 1979 questa è la posizione anche degli Stati Uniti, formalizzata, al termine di un complesso negoziato tra il capo del governo della Repubblica popolare Zhou Enlai e il segretario di Stato americano Henry Kissinger, nel riconoscimento del governo di Pechino come unica autorità statuale della Cina. Da allora i rapporti tra Washington, Pechino e Taipei sono stati retti dalla cosiddetta “ambiguità strategica”, sancita anche da una legge approvata dal Congresso Usa: il governo americano si impegna ad “appoggiare” Taiwan nel caso di un’aggressione violenta, lasciando volutamente nel vago se l’appoggio sarebbe anche di carattere militare, ma riconosce il diritto di Pechino a rappresentare tutta la Cina.

Il cambio di strategia della NATO

nancy pelosi 3Tutto questo è, o dovrebbe essere, ben noto a quelli che in Italia si sono precipitati a sostenere le ragioni di Nancy Pelosi con un eccesso di zelo che ha fatto torto non solo alla storia e ai princìpi del diritto internazionale ma anche al presidente Biden, al Segretario di Stato e perfino al Pentagono che nel segno della politica e del buon senso fino all’ultimo momento avevano cercato di impedire il viaggio che appariva come una provocazione, tanto inutile quanto pericolosa sul piano dei rapporti già piuttosto turbolenti per tanti altri motivi tra Washington e Pechino. Nel coro dei realisti più realisti del re americano si è distinto Paolo Mieli, il quale se l’è presa pure con papa Francesco, che veramente sull’argomento non aveva speso una parola, invitandolo a non accusare, ora, la NATO di “abbaiare” alle porte di Pechino. Il riferimento è a una dichiarazione del papa nei primi giorni dell’aggressione russa all’Ucraina.

Che c’entra la NATO? Vorremmo poter dire – Mieli permettendo – che non c’entra niente. Ma purtroppo non lo possiamo dire. La crisi innescata dalla caparbietà della speaker del Congresso Usa arriva poco più di un mese dopo il vertice di Madrid in cui, per la prima volta nella storia, in un comunicato finale dell’organizzazione è stata menzionata proprio la Cina, con la sua “influenza crescente sui vicini meridionali dell’Alleanza” esercitata insieme con la Russia. È la sanzione scritta nero su bianco di una mutazione strategica che è arrivata proprio nel momento in cui con la prospettiva dell’ingresso nell’alleanza di Svezia e Finlandia si poteva pensare che la NATO stesse rafforzando invece la sua core mission che sarebbe, per statuto, quella di garantire la sicurezza in Europa e nell’Atlantico del nord insidiata ai giorni nostri dall’avventurismo della Russia di Putin. La cosa può apparire paradossale e per qualche verso lo è, ma il trend è chiaro: proprio mentre deve fronteggiare una minaccia tutta europea la NATO “atlantica” cambia natura e obiettivi e diventa alleanza globale. Nella considerazione di Washington e di molte cancellerie europee decenni di multipolarismo e di articolazioni politiche e diplomatiche dalla fine della guerra fredda ad oggi scompaiono risucchiate dal buco nero di una nuova fase di confrontation globale: occidente libero contro oriente dispotico considerato come un blocco, nonostante le pure evidenti divergenze di potere e di interessi che esistono tra la Russia e la Cina e con le quali una politica e una diplomazia intelligenti dovrebbero saper interagire.

Una nuova bipolarità da guerra fredda

Questo appiattimento su una nuova bipolarità da guerra fredda è il punto di arrivo di un processo lungo. Lo scivolamento graduale dell’alleanza “nordatlantica” verso altre costellazioni strategiche è in atto da almeno un trentennio. Diciamo dagli interventi nelle guerre balcaniche in poi o quanto meno dall’applicazione dell’articolo 5 del Trattato all’indomani dell’abbattimento delle torri gemelle. Era in qualche modo scritto nel destino della NATO dai giorni in cui, quando con la caduta dell’impero sovietico e il venir meno del pericolo per combattere il quale l’alleanza era stata creata, fu deciso invece di tenerla in piedi, cercando ragioni che giustificassero la persistenza di una relazione speciale tra le due sponde dell’Atlantico che non aveva più il suo fondamento nell’esistenza, allora, del pericolo da est. Né, va detto, in una coincidenza di interessi economici e commerciali e neppure in convergenze di culture e di stili di vita. La comune appartenenza al mondo in cui le libertà e i destini dei popoli vengono decisi con i metodi della democrazia è certamente un grande valore, ma, nonostante la triste considerazione del fatto che la grande maggioranza della popolazione del mondo vive sotto regimi non democratici, ha comunque uno spettro ben più ampio dei trenta paesi che fanno parte dell’alleanza. E poi sappiamo bene quante deroghe, e quanto gravi, ai suoi princìpi i paesi della NATO, Stati Uniti in testa, si siano concesse e si concedano in nome degli “interessi della sicurezza” dell’Occidente.

Sarebbe molto utile se questo processo strisciante di trasformazione delle nostre alleanze e dei nostri interessi strategici diventasse oggetto in Italia di un dibattito politico pubblico anche in questo periodo di confronto in vista delle elezioni. Il nostro governo, e quello che verrà, si impegnino a rifiutare ogni coinvolgimento della NATO nel confronto sulla Cina e Taiwan.