Oltre il velo di Masha. Dilaga la protesta, bagno di sangue in Iran

Agenti in borghese sguinzagliati tra la folla. Forze paramilitari, i temuti basiji, e uomini della guardia rivoluzionaria. Il copione è quello di sempre, idranti, manganelli e proiettili veri sparati nel mucchio, il terrore per tacitare la rabbia esplosa nelle strade dell’Iran dopo la morte di Masha Amini, 22 anni, arrestata per un velo fuori posto dalla polizia morale. Il bilancio delle vittime è un numero che lievita di giorno in giorno: 76 secondo Iran Human Rights. Ma sono stime.

Un momento delle proteste

Silenziati i social, arrestati 18 giornalisti, tra loro anche Nilufar Hamedi, il primo a raccontare l’assurda fine di Masha, internet rallentato ad arte per impedire lo scambio di notizie all’interno del Paese e non mostrare al resto del mondo le notti di rivolta e i nuovi crimini della repressione. Per limitare il contagio della protesta sono state chiuse le università, gli studenti invitati a seguire le lezioni a distanza. Serrate in diverse località anche le scuole, ufficialmente per la scarsa qualità dell’aria. Ed in effetti l’aria che tira non è delle migliori per gli ayatollah, decisi anche stavolta ad usare il pugno duro, mentre accusano i manifestanti di essere eterodiretti, burattini nelle mani di potenze straniere che odiano l’Iran e vogliono snaturarne la cultura e i valori dell’Islam.

La tempesta perfetta

I veli strappati e i capelli tagliati dalle donne in segno di protesta, nei video o per la strada, mostrano un’altra cosa. L’esasperazione per la violenza del regime, per le restrizioni e gli abusi che condizionano la vita delle donne e con loro quella delle loro famiglie. La protesta nata al femminile è oggi quella di uomini e donne che inveiscono contro la teocrazia iraniana e chiedono libertà. Si salda con l’insofferenza dei curdi – Masha era originaria del Kurdistan iraniano – di minoranze religiose e di maggioranze stremate da un’economia in pezzi, di periferie derubate dalla corruzione e impoverite dalla peggiore siccità degli ultimi 50 anni. Una tempesta perfetta tra sanzioni economiche, pandemia, disastri ambientali e l’impennata dei prezzi della benzina e dei generi alimentari amplificata dalla guerra in Ucraina.

Masha Amini

Non c’è solo il velo di Masha, dietro le notti incandescenti di Teheran e di almeno altre 80 città. Basta guardarsi indietro. Dopo la repressione dell’Onda verde del 2009, quando le frodi elettorali confermarono il secondo mandato presidenziale di Ahmadinejad, quando i cecchini del regime sparavano dai tetti delle case e i basiji seminavano morte aprendo il fuoco dalle moto in corsa, il silenzio delle piazze è durato poco meno di un decennio: migliaia di arresti, 40 morti ufficiali, mentre resta sconosciuto il numero reale. Nel 2017 e poi ancora l’anno successivo, è stato il caro prezzi ad innescare la protesta, ma anche la mancanza d’acqua in ampie regioni del Paese, che lamentavano il drenaggio delle risorse idriche – spesso ottenuto grazie a tangenti – verso le industrie e le città, a discapito dell’agricoltura: anche queste manifestazioni finite nel sangue. Nel 2019 la miccia è stata l’aumento del prezzo della benzina: 324 i morti ufficiali (oltre 200 in appena due giorni), vittime dell’”intervento tempestivo” dei pasdaran, mentre secondo un’inchiesta Reuters a morire sotto il fuoco della repressione sarebbero stati in 1500.

Le sanzioni e la trattativa sul nucleare

Vampate di rivolta che le difficili condizioni economiche rendono sempre più esplosive. Il governo del presidente Raisi del resto è stato spesso oggetto di critiche da parte di economisti locali, parlamentari e anche membri autorevoli del clero, per non aver saputo gestire la crisi economica, limitandosi ad attribuirne la responsabilità alle politiche del predecessore Rohani. Ai primi di settembre, il Gran Ayatollah Hossein Nouri Hamadani, noto per il suo sostegno ai conservatori e all’ayatollah Khamenei, ha ricordato che “il solo segnale del successo delle autorità è la felicità del popolo. Ma vediamo persone che non riescono a comprare nemmeno un chilo di frutta”.

Il presidente iraniano Raisi

Il ritiro degli Stati Uniti di Trump dall’accordo sul nucleare che avrebbe dovuto portare ad un alleggerimento delle sanzioni contro Teheran ha aggravato una situazione già estremamente precaria. E le proteste di questi giorni rischiano di far saltare nuovamente l’accordo che il presidente Raisi si preparava a ridiscutere con l’amministrazione Biden, dopo le trattative di Vienna che non avevano raggiunto una definizione conclusiva. I repubblicani Usa spingono perché gli Stati Uniti lascino perdere i negoziati, che non approvavano già in partenza. Per ora l’amministrazione Usa non sembra intenzionata a far saltare il banco, che potrebbe tra l’altro facilitare l’afflusso di gas sui mercati, agendo magari da calmiere dei prezzi. “Stiamo parlando di diplomazia per evitare che l’Iran si doti di un’arma nucleare. Se avessimo successo, il mondo, l’America e i suoi alleati sarebbero più al sicuro”, ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. Ma è tutto da vedere.

Dai manifestanti arriva la richiesta all’Occidente di esercitare pressioni sull’Iran, per dare voce alla protesta. Stati Uniti e Unione europea stanno valutando sanzioni ulteriori contro gli agenti della repressione in corso. Washington ha anche dato il via libera a Elon Musk per sopperire al blocco di Internet con il suo Starlink che consente l’uso del web via satellite, ma non sembra che ci siano le condizioni perché questo possa funzionare, perché necessita di un supporto tecnologico troppo costoso per i cittadini iraniani per poter ottenere una copertura adeguata.

Teheran protesta contro quelle che ritiene ingerenze e atti ostili per indebolire il Paese. I falchi invocano la linea dura e punizioni esemplari per gli arrestati, nella speranza di chiudere al più presto anche questo capitolo. Ma l’isolamento del regime degli ayatollah si fa sentire più che in altri momenti, quando l’Iran poteva trovare sponda a Mosca, anche nella gestione della partita nucleare. Putin al momento ha altro a cui pensare, con i possibili coscritti in fuga e un conflitto aperto. A Teheran si fa strada qualche voce più moderata. Nei dibattiti tv ci si azzarda persino a sostenere che l’imposizione di regole così rigide sull’abbigliamento delle donne le stia allontanando dalla religione. Il 97enne Gran Ayatollah Hossein Nouri Hamedani, che nel 2009 aveva approvato la repressione delle proteste, oggi mette in guardia. “I leader devono ascoltare le richieste del popolo, risolvere i loro problemi e mostrare sensibilità per i loro diritti”. Date le condizioni l’uso della forza, pare di capire, potrebbe rivelarsi un boomerang.