Oltre i talk show, Memorial Italia alle radici della guerra in Ucraina

Nei talk show sulla guerra in Ucraina gli studiosi dell’area post-sovietica, quando invitati, sono relegati ad una battuta, mentre sono protagonisti filosofi e geo-politologi, o anche storici ma rigorosamente estranei allo studio dell’Europa orientale. Benvenuta, quindi, l’iniziativa di Memorial Italia che ha pubblicato con il Corriere della sera un agile volume dal titolo Ucraina. Assedio alla democrazia, con il sottotitolo: Alle radici della guerra. Studiosi della cultura russa e ucraina e dell’Unione Sovietica, gli autori si propongono “di aiutare a comprendere le cause di questa vera e propria guerra di conquista, per capire le dinamiche del presente alla luce di un passato che spesso si ignora o si dimentica”.

Memorial Italia è la corrispondente nel nostro paese della ONG russa nata al tempo della perestrojka per raccogliere le documentazioni relative alle violazioni dei diritti umani in epoca staliniana e sovietica, messa definitivamente fuori legge in Russia il 28 febbraio, quattro giorni dopo l’inizio della “Operazione militare speciale in Ucraina”. Il punto di vista è chiaro fin dalla definizione di “guerra di conquista” ma autrici e autori non sminuiscono bensì vanno dentro le questioni più controverse e cruciali, quali quello della “promessa infranta”, ovvero dell’ampliamento della NATO ad est (Riccardo Maria Cucciolla e Niccolò Pianciola) e del grande consenso che sostiene Putin in patria (Alexis Berelowitch).

Le idee sbagliate sul conflitto

Marcello Flores (che ha curato anche il coordinamento) e Niccolò Pianciola aprono il libro con un articolo sulle “idee sbagliate sul conflitto”, le considerazioni date per scontate e ripetute, senza che mai ci si faccia carico “dell’onere di provarle con rilevante e significativa documentazione”. La prima idea sbagliata è quella, più volte sostenuta da Vladimir Putin, che “russi e ucraini sono parti di una stessa nazione”, tesi che lo ha portato ad affermare che l’esistenza dell’Ucraina è “un regalo di Lenin”.

I due studiosi ripercorrono il formarsi della idea nazionale ucraina da Pietro il Grande attraverso l’Ottocento (in parallelo con la maggior parte dei movimenti nazionali europei) contro la repressione zarista della lingua e cultura ucraina, fino alle rivoluzioni del 1917, durante le quali fu eletta la Rada, un parlamento di 900 membri a prevalente orientamento socialista (Società dei progressisti ucraini, Partito socialdemocratico ucraino, Partito socialista rivoluzionario ucraino).

Dopo la presa del potere dei bolscevichi furono proclamati due stati ucraini, uno a Kyïv e l’altro a Leopoli che scomparvero in breve tempo, il primo conquistato dai bolscevichi, il secondo dalla Polonia. Leopoli e la Galizia furono poi riconquistate da Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale. “Insomma – scrivono Flores e Pianciola – Putin per cancellare l’esistenza autonoma della popolazione ucraina, deve cancellare la forza del movimento autonomista. Fu proprio il giudizio sull’esistenza di questa forza che portò Lenin a configurare l’amministrazione dell’Ucraina comunista in una forma nazionale”. Anzi, “si può dire che il movimento di resistenza nazionale e contadino in Ucraina modellò l’impalcatura amministrativa e la gestione delle differenze etno-nazionali nell’intera Unione Sovietica”. Forse, aggiungiamo noi, se Putin non avesse liquidato sbrigativamente, in nome delle aspirazioni imperiali, il recente passato, avrebbe potuto capire che quella che si prospettava in Ucraina non era una passeggiata.

Seguono le altre pseudo-verità, dal colpo di Stato del 2014 al genocidio in Donbass. Cito solo le cifre sul presunto genocidio: “La guerra nel Donbass in otto anni ha causato 14.000 morti (dati Alto commissario ONU per i diritti umani), di cui 3600 civili, 4600 dell’esercito ucraino, 5800 delle forze separatiste”. Due terzi delle vittime risale a prima degli accordi di Minsk (febbraio 2015). Ciò che caratterizza il genocidio è l’odio e la distruzione fine a se stessa di una popolazione, la divisione delle vittime fra le forze in campo non consente in questo caso di parlare di genocidio. Si può, invece, parlare di crimini di guerra per l’alto numero di civili uccisi, ma “è ipotizzabile che le vittime civili non siano state colpite intenzionalmente e sistematicamente né da una parte né dall’altra”.

La lingua tra città e campagna

C’è un filo che unisce i diversi temi e articoli: la difficile transizione dei due paesi nei trenta anni che ci separano dal crollo dell’Unione Sovietica. A cominciare dal fatto che “l’URSS scomparve senza volerlo. Si sciolse in modo inconsapevole… Non si vide la crisi perché questa non poteva esistere: la verità si confondeva con la propaganda… Facendo un salto da allora a oggi, capiamo che questo modo di essere della dittatura è di nuovo in piedi… Il presidente della Russia ordina la guerra in un altro paese pensando che questo sia come lo racconta la propaganda, dominato da una cricca di fascisti… ma l’esercito si imbatte in una realtà differente”. (Marco Buttino).

Simone Attilio Bellezza esamina la divisione delle élite politiche in Ucraina, fra fautori di una trasformazione più radicale (Unione Europea) e fautori di rapporti più solidi con Mosca e l’economia controllata di Putin. Nelle difficoltà di governo, le divergenze si sono esasperate come “contesa sulla memoria storica e sulla differenza linguistica”, anziché elaborarsi in consapevolezza storica. Per esempio: “il simbolo del nazionalismo ucraino, Stepan Bandera, era davvero animato da un pensiero antidemocratico simile ai fascismi, ma decenni di repressione sovietica lo avevano trasformato in un martire della libertà (fu assassinato nel 1959 da un agente sovietico)”. Anche la questione linguistica è differente da come spesso viene presentata: “In Ucraina il russo è maggioritario nelle città, mentre l’ucraino e il suržuk (un miscuglio delle due lingue) lo sono nelle campagne”. La divisione politica del paese non corrisponde mai “a una divisione su linee linguistiche e il dissidio sulla memoria è frutto di un’interpretazione scorretta degli eventi storici”.

L’identità post sovietica

Per quanto riguarda la Russia è interessantissimo il saggio di Carolina De Stefano su Mosca e la difesa delle minoranze russe nelle repubbliche ex sovietiche. La “questione russa” è reale, con la dissoluzione dell’URSS più di 25 milioni di russi si trovarono fuori dei confini, ma spesso Mosca ne fa un uso strumentale per mantenere un’influenza nello spazio ex sovietico. Il problema si combina con la difficoltà di costruire una identità russa post-sovietica: “contrariamente alle altre repubbliche, che hanno avviato un difficile percorso a partire dalla contrapposizione allo Stato sovietico, in Russia l’idea di nazione si fondeva indissolubilmente con quella imperiale e sovietica … alla Russia sovietica mancavano alcune istituzioni tipicamente nazionali, a partire da un partito comunista russo”.

Il patriarca Kirill e Vladimir Putin

Nei 30 anni successivi alla dissoluzione dell’URSS, la politica russa ha oscillato fra il diventare “uno stato nazione federale multietnico fondato su un principio di cittadinanza” e il mirare alla ricostruzione di uno spazio imperiale, visto come condizione per la sopravvivenza dello Stato russo. Il primo percorso avrebbe implicato il coraggio di riconoscersi come media potenza e dare priorità alla costruzione di istituzioni democratiche all’interno. Un peso non indifferente nella direzione imperiale ha invece la sostanziale continuità fra le strutture statali sovietiche e quelle russe. Il prevalere, a partire dalla terza presidenza Putin (2012), di una visione neo-imperiale e marcatamente slavo-ortodossa, comporta – già lo vediamo – grandi problemi per la stabilità regionale, per la democrazia interna e, in futuro, potrebbero emergere nuove rivendicazioni nazionali delle minoranze non russe all’interno della Federazione.

La “promessa infranta”

La “promessa infranta”, l’allargamento della NATO, percorre l’intero libro da punti di vista diversi, compreso lo shock rappresentato dal bombardamento di Belgrado nel 1999.

Provando a sintetizzare un percorso non lineare: 1) la promessa non è mai stata codificata in un accordo, 2) e tuttavia l’allargamento della NATO non era nello spirito dei negoziati che portarono alla riunificazione della Germania, 3) la forza trainante dell’espansione negli anni Novanta non furono gli Stati Uniti ma i governi dell’Europa centrorientale, mentre a Mosca Eltsin bombardava il Parlamento e mentre scoppiava la prima sanguinosa guerra in Cecenia, 4) Ci sono stati diversi tentativi di collaborazione NATO-Russia (Partnership for Peace), 5) Gli allargamenti della NATO spesso seguono eventi militari sanguinosi o percepiti come pericolosi. Es: aprile 2008: La NATO non accetta un percorso accelerato di ingresso di Ucraina e Georgia. Quattro mesi dopo Putin occupa il 20 per cento della Georgia. In conclusione, sembra di poter dire che, dal post guerra fredda emergono molti percorsi interrotti, a cominciare da quello di interdipendenza delineato da Michail Gorbaciov, e una sostanziale assenza di elaborazione strategica di tutte le forze in campo compresa l’Europa, che ha lasciato gioco ad impulsi pericolosi.

Alexis Berelowitch analizza i numeri del consenso interno a Putin, dai quali si vede ad esempio che quella schiacciante maggioranza si divide, al suo interno, ad esempio, fra vecchi e giovani. Molto minore il consenso fra i giovani, spiegabile non solo con il fatto che fra questi non c’è la nostalgia per l’Unione Sovietica che non hanno conosciuto, ma anche il più facile accesso all’informazione attraverso i social. Inoltre, per chi è abbastanza vecchio da ricordare il 1968, colpisce questa considerazione: “A giudicare dalle risposte che danno i loro parenti e amici in Russia agli ucraini che tentano di spiegare cosa sta accadendo nel loro paese, l’argomento che ha trovato il terreno più fertile è quello che l’armata russa ha preceduto di poco l’ingresso delle forze NATO in Ucraina. Esattamente lo stesso argomento usato dalla propaganda sovietica al momento dell’entrata delle forze del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, nell’agosto 1968. Anche allora si trattò di giocare sulla memoria dell’invasione a sorpresa dell’URSS nel giugno del 1941… “.