Oggi poveri delfini delle Faroe
ma domani poveri noi

È scritto nella Genesi (1,26): “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. La terra madre nostra. Ancora in Genesi si dice: “Soggiogatela”. L’ineluttabile antropocentrismo biblico per secoli ha fatto il paio con l’espandersi della specie umana e il sedimentarsi di tradizioni fertilizzate da miti primigeni che celebrano la lotta contro la penuria e la fame, fino a questo trionfo sulla Natura e i viventi non umani che sta diventando, ormai passati i fasti positivisti e l’ebbrezza del progresso esponenziale, una tragica vittoria di Pirro.

L’Atlantico diventato rosso di sangue

Abbiamo visto di nuovo il mare delle isole Faroe, nell’Atlantico del Nord, diventare rosso per la mattanza di delfini e globicefali (sono cetacei pure loro, detti anche delfini pilota), a quasi 1500 hanno reciso la spina dorsale, fra le strida e il cieco terrore di questi animali. La consuetudine, chiamata grindagràp, rimanda a climi ostili, penuria di cibo, legami di famiglie e clan che nell’uccisione rituale si rinsaldano. Un arsenale arcaico che oggi parla poco pure agli abitanti del piccolo arcipelago di proprietà danese ma fuori dalla Comunità europea e fa il paio con i massacri di delfini nella baia di Taiji, in Giappone. Si intercetta un branco (nel caso, di stenelle), lo si accerchia, si uccide. Per tradizione, per lucro, non per fame. E giù titoli sui giornali, indignazione per la barbara usanza. i delfini ci piacciono, ci commuovono, sembra che sorridano e fanno simpatici versi, dal vivo e nei cartoni animati. Ucciderli, nella terza decade del XXI secolo, ci pare ripugnante e abbiamo molte ragioni di condividere i divieti di predarli (fino a non molti anni fa il musciamme, ovvero il filetto di delfino essiccato, era un bocconcino ben noto ai marinai e non solo a loro). Non minori ostilità scatena, nel nostro sensibile Occidente, la caccia, che giusto in questi giorni si riapre in Italia, con limitazioni e burocrazia sempre più stringenti: cosa non si fa per sparare a una beccaccia (girano armi sempre più sovradimensionate rispetto agli animali da uccidere).

Cani, se ne macellano 30 milioni

Un po’ meno battage viene sollevato dai media sui 30 milioni di cani macellati ogni anno in Asia, dal Vietnam alla Corea del Sud, dalle Filippine alla Cina. Non sono un cibo d’emergenza, come succedeva un tempo in Alaska o in Canada. È carne apprezzata, degna di apposite fiere, e in Nigeria e Namibia ci sono grossi allevamenti di cani da macello. Merita ricordare che non sono diversi geneticamente, fisicamente, emozionalmente dal quel bastardino adorato che avete adottato e che adesso sta dormendo sul tappeto dopo essersi preso una bella razione di coccole. Chi ha stomaco e vuole rovinarsi un pochino la vita guardi le foto pubblicate da molte organizzazioni in lotta contro il consumo e la tortura di cani. In una di queste immagini, due bestiole stavano chiuse in una piccola gabbia e i loro occhi comunicavano qualcosa che andava oltre la rassegnazione, era una quieta disperazione in attesa del coltello. Uno, seduto, appoggiava il collo sul capo dell’altro accucciato. Ho pensato: è una vera fortuna che non esista un Dio della bellicosa e/o soccorrevole Provvidenza, altrimenti si sarebbe già stufato da tempo del nostro mal usato libero arbitrio con qualche apocalittica sculacciata.

Ma sì, si mangiano pure i gatti e, come per i cani, i roditori selvatici, gli uccelli e tutti i viventi che trovate in selezionati mercati cinesi, il macello avviene davanti agli occhi degli animali in gabbia: sono esseri inferiori, giusto? cosa volete che capiscano? I nazisti almeno illudevano biecamente i predestinati alla soluzione finale che le camere a gas fossero docce (nota bene per i più duri d’orecchi: la frase precedente non è una sottovalutazione dell’Olocausto). Tranquilli, nessun Dio ci farà pagare per questo, per qualche annetto ancora la sovranità dell’homo sapiens durerà incontrastata. O almeno penseremo che lo sia, nonostante storia e natura ci stiano ammonendo da tempo. Proviamo a passare dal raccapriccio per i delfini agli allevamenti intensivi? A guardarci un po’ dentro emerge la sensazione netta che maiali e bovini e conigli e agnelli siano sempre le vittime, ovvio, ma che pure noi umanotteri siamo in attesa di un posto d’onore nella sfilza dei martiri. Nei delfini trucidati alle Faroe c’è mercurio, un metallo che in passato non frequentava gli oceani. C’è nei delfini e nei pesci di grande pezzatura, vedi il prelibato pescespada. Negli allevamenti di pesci italiani capita di peggio, nonostante la nostra sia una legislazione restrittiva al riguardo. Acquacoltura sostenibile, dunque? In attesa che vengano verificati regolarmente gli scarichi di nutrienti in mare (ora il problema viene rimandato agli indicatori europei, che non saranno pubblicati prima del 2022), conviene meditare sul fatto che in Italia è autorizzato in acquacoltura l’uso di sei farmaci, di cui cinque antibiotici e un anestetico, ma anche antiparassitari e antifungini possono in alcuni casi essere usati “in deroga”.

Ogni allevamento è uno strumento di tortura

In parole poverissime: ogni allevamento intensivo, in mare o a terra, è il luogo d’elezione – causa sovraffollamento, stress animale etc – per infezioni batteriche e virali. Rappresenta, oltre a un infernale meccanismo di tortura, una bomba a tempo per bovini, suini e umani. Circa il 70% degli antibiotici venduti in Italia è destinato agli animali da allevamento, non fossero inzeppati di antibiotici e via “medicando”, i golosi porcelli e compagnia morirebbero. Secondo l’ultimo report EMA (Agenzia Europea per i Medicinali)-ESVAC (European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption), siamo secondi nella classifica dei paesi dell’Unione Europea per quanto riguarda la vendita di antibiotici destinati agli animali d’allevamento. Un dato micidiale. Mai sentito parlare di antibiotico resistenza? Poco, troppo poco. Secondo gli scienziati, come ha ricordato in questi giorni l‘immunologa Antonella Viola, la farmacoresistenza negli umani potrebbe diventare, a meno di un cambiamento di rotta, la prima causa di morte nel 2050.

I delfini delle Faroe vanno in prima pagina, purtroppo sugli allevamenti intensivi, uno dei tanti sconvolgimenti operati a danno di un pianeta che sta vivendo una fase fortemente critica dell’antropocene (l’uomo che soggioga tutto, ricordate?), vige una discreta omertà, mentre un‘opinione pubblica sensibile al tema sarebbe una mano santa per disegnarci un futuro migliore o un futuro comunque. In Cina non è bastata la recente, mastodontica, epidemia di peste suina africana – della quale si sa il giusto, secondo le tradizioni del regime di Xi Jinping – e i grandi protagonisti della macellazione suina, da Muyuan Foods alla Guangxi Yangxiang, continuano a puntare decisi su mega-allevamenti, edifici a più piani, fino a 13, in grado di ospitare decine di migliaia di scrofe. Fabbriche di maiali, falansteri con spazi risicati che fanno impallidire gli allevamenti intensivi americani. Un microuniverso di dolore orwellianamente organizzato, in spregio a qualsiasi dignità di viventi complessi e sensibili. Un inferno. Aspettiamo qualche titolone o un servizio tv in prima serata. E nell’attesa pensiamo agli occhi innocenti dei reclusi nei lager del cibo.