Nuovo governo, io non faccio il tifo.
Ma penso al piano B

Baciare il rospo? È un dilemma che ha senso se a porselo è la Principessa delle fiabe. Ma se la principessa ha mani palmate, colorito verdolino e magari due teste, c’è da scommettere che il bacio alla fine scoccherà. Dunque Carlo Calenda ha ragione e torto. Indubbiamente è nato, senza trasparenza né consapevolezza, un patto di potere tra due partiti molto diversi. Eppure molta parte del Pd e molta parte dei Cinquestelle sono anche simili, e simili agli altri partiti italiani, nell’attitudine palustre che è all’origine del trasformismo, l’indisponibilità della classe dirigente a discutere apertamente i propri errori e ad assumersene le responsabilità.

Alle origini del trasformisto a cinque stelle

Del trasformismo pentastellato offre un esempio tragicomico l’ometto che ha condizionato le sorti del Paese alle poltrone sulle quali aspirava a poggiare le proprie auguste natiche, Di Maio. Il trasformismo in versione Pd è meno tracotante, e più soffuso, discreto come un bisbiglio democristiano. Ma ha una tradizione, la principessa era un po’ batrace forse già in origine e col tempo ha rafforzato quel tratto: altrimenti il Pd non avrebbe rimosso la disfatta del 2018 nè dovremmo misurarci con categorie dello spirito misteriose come i franceschiniani, amici di Renzi fino a quando quello pareva un vincente e poi a lui avversi senza una spiegazione.

Ma tant’è, l’Europa è sollevata, Salvini pare sgonfiarsi, lo stato di diritto è (temporaneamente) fuori-pericolo. Il peggio è stato evitato, per ora. Dunque non resta che accontentarsi nel modo saggio suggerito da Pietro Spataro (LEGGI QUI L’ARTICOLO) e sperare che il governo riesca a fugare i nostri dubbi. Ma tifare perché riesca, questo forse è troppo. Credo anzi sarebbe più prudente cominciare a immaginare un ‘Piano B’ nel caso che questa maggioranza collassi. Evento non improbabile.

Malgrado nel Pd e tra i Cinquestelle non manchino segmenti in grado di concordare politiche nuove e intelligenti, a cominciare da Zingaretti e da Fico, quel partito trasversale di galantuomini dovrà vedersela con la vasta palude che gli gracida alle spalle. Tanto più perché i Di Maio, i Di Battista e le loro consorterie sono rospetti speciali. Al naturale perbenismo del trasformista – che cambia pelle secondo convenienza ma per nasconderlo deve recitare la parte dell’integerrimo genericamente indignato, fingersi coerente, invocare la liberatoria dell’estrema emergenza, sempre nel nome, si capisce, del popolo e del suo interesse – i pentastellati assommano la dipendenza opportunistica dai sondaggi e la mistica della loro radicale diversità. Quest’ultima li obbliga a sostenere con tenacia posizioni scaturite dal blabla di Internet invece che da un sistema di idee coerente, quest’ultimo rifiutato programmaticamente.

Come costruire un riformismo radicale?

Quando Di Maio nega che esistano soluzioni di destra e di sinistra, “ci sono solo soluzioni”, esprime il fondamento del trasformismo, che può essere una cosa il giovedì e il suo opposto il sabato.

Con un partner opportunista e confuso che rincorre il marketing neppure un Pd rifondato riuscirebbe a progettare quel riformismo radicale indispensabile per invertire il miserabile declino di questo Paese. Al più Zingaretti potrà incassare qualche accettabile compromesso nel nome del ‘realismo’, inteso come un tutti-frutti che risolve poco ma non scontenta, come sommatoria di blandi conformismi accettabili dall’Italia piccola piccola che Salvini, complice Di Maio, ha liberato di soggezioni e di pudori, e resta maggioritaria anche se è cambiato il governo.

Realismo, dunque. Chi lo invocherà ricorderà la ‘lezione danese’, indubbiamente istruttiva: però per ragioni diverse da quel che crediamo. Val la pena di studiarle, potrebbero insegnare qualcosa a quella parte della non-destra che non accetterebbe questo governo se la destra fosse appena decente. Oggi è quasi invisibile, ma diventerebbe l’ultima speranza dell’Italia nel caso Renzi o i rospetti staccassero la spina alla nuova maggioranza.

Le insidie del caso danese

In Danimarca il partito socialdemocratico (Socialdemokratiet)
è riuscito a tornare al governo (da qui l’interesse suscitato nella sinistra italiana) dopo aver superato quasi indenne le elezioni in virtù di un un mix trasformista: ha promesso di aumentare il welfare, e su quell’impianto tradizionale ha innestato “gradualmente alcune posizioni dell’estrema destra sui migranti” (così l’americana Foreign Policy, che esagera ma non tanto). Per esempio ha votato molta parte del cosiddetto ‘Piano Ghetti’, un set di norme per ‘danesizzare’ 23 enclaves urbane popolate da poveri, in gran parte migranti naturalizzati, in genere musulmani. Ai giovanissimi abitanti delle aree sospette, e solo a loro, verranno imposte sin da bambini lezioni sui ‘valori danesi’, affinchè crescano nei principi della Costituzione, apprendano le tradizioni del Paese, amino la patria e rispettino la legge (che li punirà con pene aggravate solo per loro se da grandi sgarreranno).

Non è difficile immaginare quale sarà l’esito sui malnati di questa integrazione coatta e differenzialista. Ma se Socialdemokratiet intendeva rubare consensi alla destra, l’operazione è riuscita. Però un numero leggermente superiore di elettori socialdemocratici è emigrato verso i tre partiti che avevano contestato fieramente il ‘Piano Ghetti’, soprattutto ‘Sinistra radicale’ (Radikale Venstre). E’ questa la sinistra autentica? Dipende. Radikale Venstre si definisce ‘social-liberale’ e siede a Strasburgo nell’Alde, il gruppo liberale (peraltro insieme a Venstre, ‘Sinistra’, il partito di centro-destra che ha promosso il ‘Piano-ghetti’).

Dunque qual’è la ‘lezione danese’? La ‘crisi dei migranti’ è una vicenda che orienterà questo secolo: se è diventato difficile leggerla attraverso definizioni come ‘socialdemocratico’, ‘socialista’, liberale, ‘sinistra’, forse le idee cui quelle parole si riferiscono vanno riformulate. Fin quando quei vasti territori semantici non verranno ridefiniti dovremo considerarle forme eteree, confuse, contenitori slabbrati nel quale finisce di tutto. E se la parola ‘sinistra’ confonde piuttosto che chiarire, forse è meglio non farne la propria bandiera.

Ha un valore affettivo per molti, ma mette a disagio una vasta non-destra, per esempio cattolica; e non sembra popolarissima tra i 20 milioni di italiani che nel 2019 non hanno votato (tre volte gli elettori di Pd, Leu e +Europa).

Del resto quel che importa non è darsi un nome ma ripensare tutto: questo dovrebbe essere il progetto di quanti si sentono incompatibili con la destra ma estranei a questa maggioranza. Ripensare priorità, metodi, l’identità del nemico. Inventare pensiero nuovo e soluzioni nuovissime. E se il risultato finale fosse chiamato ‘socialdemocrazia con principii’, ‘liberalismo sociale’, ‘nuovo umanesimo’ o Mafalda, sarebbe secondario. Non perché le politiche non abbiano un colore ideologico, una delle tante fesserie che i pentastellati ci avrebbero risparmiato se avessero impiegato i soldi restituiti allo stato per comprare libri e apprendere almeno i fondamentali. Ma perché nelle turbolenze che segnano la transizione tra due epoche tutto traballa, e se cambia il mondo non possono non cambiare anche profili e confini della ideologie (ma non i principi essenziali).

Se la non-destra riuscisse in questo sforzo di serietà e di immaginazione le prospettive di questo paese non apparirebbero mediocri quanto sembrano adesso.