Nucleare e gas diventano “puliti”? È solo una pericolosa illusione

Mentre l’attenzione dell’Europa resta assorbita dall’emergenza Covid, a Bruxelles e nelle capitali europee si discute anche di un’altra “crisi” globale oggi meno vistosa ma in sé persino più preoccupante, la crisi climatica che continua ad avanzare, e di come dare forza e concretezza al contributo dell’Europa per fermarla. In particolare, da settimane i governi europei stanno litigando su un tema in apparenza nominalistico e che invece è assai sostanziale: la tassonomia verde, cioè decidere quali fonti energetiche vadano considerate “green” e per questo privilegiate nelle politiche e nei finanziamenti pubblici. Qui le risposte alle due crisi, pandemica e climatica, inevitabilmente s’intrecciano, perché la scelta sulla tassonomia verde influenzerà i criteri di uso delle centinaia di miliardi messi in campo dall’Europa per la ripartenza economica post-Covid, la cui fetta principale è destinata a finanziare la transizione ecologica.

In fatto di tassonomia verde si litiga in Europa soprattutto su un aspetto: se nucleare e gas vadano compresi tra le energie “pulite”, ambientalmente sostenibili. In prima fila tra i contrari ci sono Spagna e Germania con i loro governi a guida socialista. Madrid vuole escludere dalle energie “virtuose” entrambe le fonti, Berlino si oppone in particolare all’idea di qualificare come “verde” l’energia atomica, coerentemente con la decisione del nuovo governo guidato da Scholz e nel quale i Verdi occupano un ruolo chiave di azzerare in tempi brevi la produzione tedesca di energia nucleare (le centrali tedesche in esercizio erano 17 all’indomani dell’incidente di Fukushima, a oggi ne rimangono attive solo tre che chiuderanno entro il 2022; il governo di coalizione tra socialisti, Verdi e liberali ha anche stabilito d chiudere entro il 2030 tutte le centrali a carbone).

E l’Italia? Come accaduto spesso negli ultimi anni in materia di lotta alla crisi climatica il governo italiano – in questo caso il governo Draghi – non ha preso finora una posizione chiara. Si è schierato invece con nettezza il Partito democratico: con il segretario Enrico Letta, con il capodelegazione al Parlamento europeo Brando Benifei, ha detto che il gas e il nucleare non hanno nulla di “green” e per questo vanno tenuti fuori dalla tassonomia verde.

Nell’attuale bozza la decisione europea – su cui dovranno pronunciarsi Consiglio e Parlamento – dà ragione ai Paesi che vorrebbero gas e nucleare dentro la tassonomia verde: a cominciare dalla Francia, che comprensibilmente difende il suo primato europeo nel nucleare (decine di reattori in funzione, da cui provengono circa i due terzi della produzione elettrica nazionale).

Una fake news

Ora, che il gas o il nucleare siano etichettate come energie “verdi” è con piena evidenza una “fake news”. Sul nucleare “pulito”, quello cioè da fusione e non da fissione che non produrrebbe scorie né rischio di incidenti, si fa ricerca da almeno mezzo secolo ma è tuttora tecnologicamente ed economicamente una chimera, mentre i piccoli reattori a fissione che taluni propagandano come ambientalmente sostenibili hanno gli stessi problemi (scorie, sicurezza) di quelli più grandi. In più il nucleare con le sue rigidità è la fonte meno adatta come complemento alle rinnovabili nella fase della transizione energetica. Esemplare il caso della Francia, che deve importare energia elettrica ad alto costo di giorno per poi vendere sottocosto di notte (anche a noi) l’elettricità prodotta nelle sue centrali nucleari la cui produzione non è modulabile e interrompibile; oggi, non a caso, proprio la Francia è il Paese europeo che paga più cara l’energia elettrica.

Quanto al gas, qui il discorso è ancora più elementare: è il combustibile fossile meno inquinante e meno climalterante e quindi quello preferibile nella transizione verso l’obiettivo del 100% di energie rinnovabili, ma è comunque una fonte fossile e come tale contribuisce sia alle emissioni di anidride carbonica responsabili della crisi climatica sia a quelle più generalmente inquinanti.

Per l’Italia, poi, c’è un ottimo motivo in più per allinearsi alla posizione di Spagna e Germania. Da una parte, grazie ai referendum del 1987 e del 2011, non abbiamo – per fortuna – centrali nucleari né attive né progettate, dunque per noi il nucleare è già e definitivamente “il passato”. Di elettricità prodotta con il gas ne abbiamo al contrario in abbondanza, più o meno metà del totale: realizzare nuove centrali a gas o nuovi impianti per l’estrazione di metano significherebbe legarci per un tempo troppo lungo a una fonte energetica fossile, certo preferibile al carbone e al petrolio ma che in base agli obiettivi europei andrà comunque eliminata entro la metà di questo secolo.

Insensatezza

Non è scandaloso che in Europa ogni Paese si batta per ciò che conviene di più ai suoi cittadini e alle sue imprese. E’ invece del tutto insensato che l’Italia sostenga decisioni che non solo rallenterebbero l’azione di contrasto della crisi climatica ma nemmeno rispondono a nostri specifici interessi nazionali. Bene ha fatto il Pd a dirlo con chiarezza: consapevole – così almeno vorremmo – che la credibilità progressista di una proposta politica di governo si gioca e sempre di più si giocherà sulla capacità di guidare una vera, tempestiva transizione ecologica delle nostre economie e società. Su questo fronte l’Italia è in ritardo, più precisamente è in ritardo la politica italiana. Migliaia di imprese italiane che puntano da anni su green economy ed economia circolare non solo danno prova di responsabilità sociale ma stanno ottenendo risultati di eccellenza in termini squisitamente economici. A tale sforzo è mancato fino ad oggi un adeguato sostegno da parte dei decisori pubblici: basti pensare ai tempi biblici per ottenere le autorizzazioni necessarie a realizzare un impianto per produrre energia rinnovabile, per colpa dei quali lo sviluppo delle energie rinnovabili è in Italia molto più frenato che in molti altri Paesi europei. Pesano ancora molto qui da noi i tanti, radicati conservatorismi che allignano nelle forze politiche e nelle rappresentanze sociali, da Confindustria a parte del sindacato, sarebbe una gran bella notizia se il Pd scegliesse una volta per tutte di mettersi alla guida politica dell’Italia più dinamica e lungimirante, dell’Italia cosciente che nella transizione ecologica è anche una grande occasione di innovazione tecnologica e competitività economica.