“Nostalgia”: dal libro di Rea al film di Martone negli abissi di Napoli

Fin dall’antichità greca si sa che quando la creatività umana riesce ad aprire un varco nella dimensione vitale più profonda – interiore in senso proprio – può mostrare come le contraddizioni non conciliate e non conciliabili, in altre parole il tragico, costituiscano il nucleo dell’esistenza e la determinino in modo ineluttabile. Dunque, quando ciò accade l’espressività raggiunge una potenza tale da accordare all’unisono forme e mezzi estetici diversi, nell’ultimo secolo il cinema e la letteratura più di altri. Ne è esempio Nostalgia di Mario Martone, che nell’omonimo romanzo di Ermanno Rea, concluso da quest’ultimo significativamente a ridosso della morte, sembra avere trovato proprio la prospettiva per guardare negli abissi dell’esistenza. Il risultato è un film di rara intensità – tanto che rimane in testa ben oltre la visione – dove Napoli, città sia di Martone sia di Rea, diventa scenario e protagonista di una tragedia contemporanea. Non a caso Rea in Nostalgia aveva combinato ancora una volta, fino però a sovrapporli come prima non mai, i due temi ricorrenti della sua narrativa: Napoli appunto, con i suoi mille antitetici volti, e individui che stanno fino in fondo nelle contraddizioni della vita perché ad esse non possono sfuggire, tanto da morirne, come Francesca Spada ricordata in Mistero napoletano, o da dimettersi dal mondo, come Federico Caffè, cui Rea dedicò L’ultima lezione.

Favino e Ragno protagonisti straordinari

Il protagonista di Nostalgia è invece un individuo comune, Felice Lasco (nel film impersonato alla perfezione da Pierfrancesco Favino), che torna a Napoli, la sua città, inizialmente solo per rivedere un’ultima volta la vecchia madre, dopo 40 anni trascorsi come un esiliato fra Libano, Sudafrica ed Egitto, dove è diventato un borghese affermato nella professione e negli affetti. Ma quello del borghese è solo il suo volto presente, per certi versi sovrapponibile al quartiere di Napoli – il centro direzionale progettato da Kenzo Tange – dove appena arrivato ha scelto l’albergo in cui alloggiare. Il volto passato di Lasco coincide invece con il Rione Sanità, la zona più rappresentativa di Napoli e delle sue polarità, dove ancora vive sua madre e dal quale è risucchiato nel vortice dell’infinita contemporaneità del tempo, per usare un’efficace espressione di Carlo Levi, che sta a indicare l’impossibilità nella storia italiana di separare il passato dal presente e dal futuro.

Nel Rione Sanità Lasco è nato e vissuto fino alla prima giovinezza, trascorsa con l’inseparabile amico Oreste Spasiano, cui dà corpo uno straordinario Tommaso Ragno, attraversando più volte il confine fra divertimento e legalità, fino a che l’uccisione di un uomo separa entrambi definitivamente dall’innocenza e l’uno dall’altro. Felice ha la possibilità di lasciare il quartiere e di costruire la propria esistenza lontano dal crimine e nel mondo, mentre Oreste rimane nel rione condannato a diventare Malommo, il boss di quelle strade, dove la luce c’è, ma con fatica riesce talvolta ad avere la meglio sulle tenebre dei vicoli e del crimine, come mostra la tenacia di don Luigi Rega nel conquistare e difendere spazi di legalità. Il ritorno in città, o meglio nel Rione, diventa per Felice un vero e proprio nostos, cioè confronto con quel tempo eterno del suo passato che mai lo ha lasciato, per quanto ormai fatichi a parlare italiano, sia diventato musulmano e si muova come un estraneo fra le strade e i bassi del quartiere.

L’amicizia diventa la trappola paradossale del passato

Un confronto che tuttavia lo porta a voler credere, contro ogni evidenza e ogni avvertimento, che i sentimenti, come l’amicizia propria dell’età giovane, possano avere la meglio sul divenire dell’esistenza. Da qui la decisione di rincontrare l’antico amico, che amico però non può più essere, e di tornare a vivere stabilmente lì dove tutto ha avuto inizio. La trappola paradossale del passato, che non è più e tuttavia è presente come vincolo cui non si può sfuggire, sarà fatale per Felice Lasco, a dimostrazione della verità di quanto nel 1797 Schiller scriveva a Goethe sulla tragedia Edipo Re: «Ciò che è accaduto, essendo ormai immutabile, è per sua natura molto più terribile, e la paura che qualcosa possa essere accaduto affligge l’animo umano in modo ben diverso dalla paura che qualcosa possa accadere in futuro».

E proprio l’impossibilità di sfuggire alla prigionia del passato restringe le occasioni di redenzione e di salvezza, che nelle tesissime scene finali del film – basate significativamente sull’inizio del romanzo di Rea – sembrano affidate soltanto alla pura casualità perché prive di salde radici: Felice e Oreste camminano nella sera per i vicoli del rione e per un momento, solo per un momento appunto, si affaccia la speranza che non si incontrino o che il loro incontro possa non essere nefasto.