Pasta e amicizia per noi dell’Unità. Ricordo di Aldo e di Pommidoro

Un volto abbozzato nel tufo, ruvido e terragno, le fattezze e la postura di un lucumone, la mitica figura di sommo magistrato etrusco. Ecco, se dovevo immaginarmi come fosse un antenato di quel popolo antico – ma un capo, con responsabilità di comando e di governo – Aldo Bravi, “Pommidoro”, scomparso lunedì, ne era il ritratto perfetto.

Ultimo, mitico rappresentante di una generazione di osti – che avevano cominciato con una modesta vineria/trattoria in piazza dei Sanniti, nel cuore di San Lorenzo, piccolo compatto quartiere di Roma, antifascista e romanista – Aldo aveva portato al massimo dell’eccellenza e della fama il piccolo negozio di famiglia.

La sua vita era stata segnata dai bombardamenti alleati del 19 luglio 1943. Le bombe dovevano rendere inservibili le strutture ferroviarie a ridosso di San Lorenzo, ma finirono col distruggere il quartiere e fare strage dei suoi abitanti. Aldo perse sotto le bombe parte della sua famiglia, tra gli altri – se ricordo bene – la mamma e una sorellina.

La sua fede antifascista e la sua appartenenza al socialismo non hanno mai subito la benché minima incrinatura, ma Aldo non ha mai perdonato del tutto agli alleati che bombardavano Roma lo strazio suo e del quartiere. “Sì, sono stati i nostri liberatori, ma…”, ripeteva ogni volta che la mattina del 19 luglio abbassava la serranda per ricordare quel giorno terribile.

La memoria della guerra

Anche quella tragedia aiuta a capire – me ne sono convinto sempre più ascoltando i suoi ricordi degli anni di guerra – perché quel ragazzino segnato così duramente dalla ferocia della guerra, sia diventato in seguito un uomo sempre più taciturno, un viso immobile nel quale però gli occhi guizzavano senza tregua e registravano, radar che coglievano tutto ciò che accadeva nel loro campo visivo.

Sì, parlava poco, ascoltava paziente anche lunghi sproloqui altrui, ma quando si decideva ad aprire bocca Aldo, lasciava il segno e non c’era scampo per gli sbruffoni e gli sciocchi.

Abituato, man mano che la fama della sua cucina si diffondeva, ad ospitare personaggi sempre più importanti e famosi (Da Pasolini a Capello, dai baroni della Sapienza – più di un Rettore ha avuto la sua consacrazione tra i tavoli di Pommidoro – ai magistrati, e poi ministri e parlamentari) Aldo si inorgogliva come un bambino delle celebrità che si avvicendavano in piazza dei Sanniti, rispettava tutti ma senza inutili o goffi paraculismi.

I valori del socialismo, la consapevolezza di fare bene il proprio mestiere gli consentivano trattare con rispetto e ammirazione (quando era il caso) ma senza alcuna forma di subalternità il letterato e il politico, il giornalista e il parlamentare.

Aldo e Anna, la complicità degli affetti

Tanto era riservato e taciturno Aldo, tanto era allegra, esplosiva, chiacchierona sua moglie Anna, la regina della cucina. Le piaceva cantare, le piaceva – nelle ore morte del pomeriggio – rintanarsi nel cinema Palazzo per godersi il primo spettacolo dei film. Era un continuo viavai, il suo, tra la cucina e i tavoli perché aveva sempre voglia di raccontare, di chiedere, di sapere. E sorrideva sempre anche quando sul suo viso si leggeva la fatica.

La vita e l’attività di questi due personaggi – cosi diversi e così complementari, uniti da una solida complicità di affetti e di convinzioni condivise – per qualche decennio si sono intrecciate con la redazione dell’Unità di via dei Taurini, la propaggine di San Lorenzo al di qua di via Tiburtina, che guarda verso l’Università e Castro Pretorio.

Pommidoro, e noi dell’Unità

Per tanti di noi Pommidoro è stato non soltanto il posto dove si mangiava (e si mangiava bene) ma anche un rifugio sicuro, un luogo di straordinario arricchimento della nostra formazione umana e professionale. Grosso modo, ci dividevamo, noi dell’Unità che frequentavamo Pommidoro, in due categorie: i redattori più anziani che con Aldo e Anna avevano già una sperimentata dimestichezza, i più giovani che vi approdavano come per una sorta di consacrazione ulteriore: l’incontro con un mito.

Degli anziani ho il ricordo indelebile di due commensali abituali: Flavio Gasparini, capo dello Sport, e Totò Di Mauro, giornalista parlamentare. Due colleghi di una generosità senza limiti. Tra Aldo e Flavio c’era la complicità che si crea d’acchito tra i cacciatori. Tra Aldo e Totò era un gioco continuo di punzecchiamenti: sembrava di avere in scena contemporaneamente Rugantino e il sindaco del rione Sanità. Da crepare dal ridere.

Con noi giovani – qui il ricordo si fa più personale – Aldo e Anna erano protettivi, indulgenti. So per certo che quando ritenevano che fosse necessario, Aldo e Anna avevano le loro durezze.

Ma hanno avuto sempre una parola di incoraggiamento, un gesto solidale, per quelli di noi alle prime armi, con problemi di varia natura: economici, professionali, sentimentali, di ambientamento nella grande città, nella quale poteva non bastare talvolta lo scudo protettivo della nostra militanza, del giornale/partito.

“Intanto mangia”

Non so quante volte – nella fase un po’ più sgangherata della mia vita e anche più dura dal punto di vista lavorativo – Anna, quando tornavo da via dei Taurini a piazza dei Sanniti, dove abitavo, mi ha fatto trovare annodata in una grossa tovaglia di quelle usate dai contadini la cena pronta da portarmi a casa. Una sera d’estate rimasi senza corrente elettrica (bollette dimenticate e non pagate, immagino). Scesi sconsolato da Pommidoro, che stava per chiudere. “Intanto mangia”, mi disse Anna. E mentre mangiavo vedevo Aldo e uno dei suoi generi armeggiare con una lampada, un filo, una presa, una scala…. La scala servì per far passare dalla mia finestra il filo e la lampada. Così ebbi luce anche quella notte.

Ogni volta che – da qualche anno a questa parte – passo davanti alla serranda chiusa di Pommidoro, penso a quel filo, a quella lampadina, a quella scala. Alle risate squillanti di Anna, a quel volto da guerriero etrusco di Aldo.