Referendum, la democrazia rappresentativa va riformata, non demolita

Ci sono dei momenti in cui non è possibile tacere, occorre alzarsi in piedi, ed esprimere il proprio giudizio a voce alta. Sono i momenti in cui vengono prese decisioni che peseranno nella vita di un popolo, di una comunità, di una nazione. Tacere, in questo caso, non significa evitare la propria assunzione di responsabilità: vuol dire semplicemente accettare che altri decidano per noi, e prendano nelle loro mani le sorti nostre e della nazione. Pura irresponsabilità.

Il referendum sulla riduzione dei parlamentari è uno di questi momenti, e non è perciò possibile tacere. Colpisce invece il silenzio abbastanza diffuso: nasce da una grave sottovalutazione della posta in gioco, e dal pensare che in discussione sia solo il destino dei parlamentari, che sono – forse andrebbe ricordato – i rappresentanti del popolo.

Il popolo è sovrano, il parlamento è il centro della vita politica

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Foto di Niek Verlaan da Pixabay

La riduzione del numero dei parlamentari va collocata in un quadro complessivo, se se ne vuole afferrare l’importanza. E in modo più specifico va situata nella crisi della democrazia rappresentativa – problema enorme, reale, profondo che non riguarda solo l’Italia ma, almeno, tutto il continente europeo. Essa deriva da una crisi profonda del rapporto tra governanti e governati, tra dirigenti e diretti, che dura ormai da decenni, e che concerne il problema decisivo di ogni vivere civile, che si può riassumere in una domanda tanto semplice quanto essenziale: chi è il sovrano? chi è il soggetto, e il titolare, della sovranità?
In una democrazia rappresentativa il popolo è il sovrano, la fonte del potere da cui traggono fondamento e legittimità le istituzioni proprie di un regime democratico, a cominciare dal Parlamento – il centro della vita civile e politica di una comunità, di una nazione. Toccare il Parlamento – proporre in questo caso di ridurre il numero dei parlamentari – significa quindi intervenire in quello che è il cuore pulsante di un sistema democratico. Si può fare, non c’è niente di sacro, di intoccabile. Ma bisogna sapere quello che si fa, perché si fa e dove si vuole andare.

Ora, quello che colpisce di più nei sostenitori del Sì è che un’azione di questo genere venga presentata come un modo per rafforzare la democrazia nel nostro paese, un modo per ristabilire rapporti più forti tra governanti e governati. È possibile fare una affermazione di questo genere? È credibile?

Il M5s vuole la democrazia via rete

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Bisogna partire dal punto che evocavo all’inizio: dalla crisi della democrazia rappresentativa, e dalle varie proposte che sono state fatte per contenerla e ristabilire un rapporto positivo tra dirigenti e diretti. Una di queste proposte è stata fatta dal Movimento 5 stelle, il quale ha contrapposto alla democrazia rappresentativa la democrazia diretta, come lo strumento in grado di uscire dalla crisi della rappresentanza, attraverso – e questo è un punto essenziale della loro proposta – l’uso della Rete come una sorta di assemblea permanente, nella quale chiamare il popolo a decidere, con una conseguente, naturale, riduzione – in prospettiva la dissoluzione – del ruolo stesso del Parlamento e quindi del ruolo dei parlamentari.

La pulsione contro il Parlamento è nel dna del Movimento 5 stelle, ed è alla base di questa loro iniziativa: viene da lontano.
Certo, in questa strategia c’è una pulsione antipolitica: cioè, in concreto, contro il sistema politico italiano e in primo luogo contro il Parlamento che il Movimento si è proposto all’inizio di distruggere, e di cui è però diventato – effetti del potere – oggi uno dei pilastri.
Ma non è, genericamente, l’antipolitica il fondamento della loro scelta oggi, c’è anche questo, ma non è l’essenziale. L’obiettivo è più vasto, ed è di lungo periodo. In gioco è una idea della democrazia, ed su questo terreno che il Movimento 5 stelle va combattuto. Dagli effetti – la riduzione dei parlamentari – bisogna risalire alla causa, ed è questo che va messo in luce per capire l’entità della posta in gioco. Chi non capisce questo è meglio che smetta da far politica, perché, come diceva un vecchio combattente, chi sbaglia l’analisi sbaglia anche la politica.

La crisi della democrazia rappresentativa

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Alla base dell’azione del Movimento 5 stelle continua ad esserci la persuasione che la democrazia rappresentativa sia finita, e che la strada da imboccare sia la democrazia diretta imperniata sull’uso della rete. In questa prospettiva il Parlamento è un ferro vecchio di cui liberarsi. Oggi la proposta è ridurre il numero dei parlamentari, la prossima sarà la riduzione del Parlamento a una sorta di strumento tecnico, senza potere politico.

La prospettiva è questa: la sostituzione della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta e la riduzione della politica a tecnica, amministrazione, basata sulla rete, con uno svuotamento di tutti gli istituti propri di una democrazia rappresentativa. Sono entrambe soluzioni che portano a un moderno regime dispotico. C’è la storia che ce lo dice.

Questo è dunque in gioco nel referendum: una concezione della democrazia.
Intendiamoci: quando il Movimento 5 stelle ha sottolineato – con una virulenza del linguaggio che è spia di una concezione – la crisi della democrazia rappresentativa, ha colto un punto reale. Non è stato il solo. Sono decenni che se ne parla.

Il consenso che ha avuto è derivato dal fatto che ha riproposto come problema centrale il problema della sovranità, in una fase storica in cui gli strumenti della rappresentanza parlamentare erano in una gravissima crisi, aprendo le porte del potere a nuovi ceti spesso incompetenti, come si vede ogni giorno, che ne erano stati storicamente esclusi. In questo senso ha allargato lo spazio democratico nel nostro paese e questa funzione gli va riconosciuta.

La democrazia diretta e la dissoluzione del Parlamento

Se l’analisi coglieva una effettiva situazione di crisi, sia pure esasperandoli (“dobbiamo aprire il Parlamento come una scatoletta”), la proposta politica è però totalmente sbagliata. Ieri ed oggi. Non è con la democrazia diretta, la dissoluzione del Parlamento, la riduzione degli organi della democrazia parlamentare che si esce dalla crisi. È questa concezione della democrazia – da cui deriva la proposta di ridurre il numero dei parlamentari – che va respinta. Bisogna ragionare sull’ “intero” non sulla “parte” – il referendum – per capire dove rischiamo di andare.

La strada è infatti opposta: si tratta di lavorare a riformare la democrazia rappresentativa, a costruire strumenti che allarghino la partecipazione, a individuare nuove forme di relazione tra governanti e governati, fra dirigenti e diretti.
Questo è il problema, e su questo sono chiamare a misurarsi le forze della sinistra, a cominciare dal Pd, che invece procede come un cieco senza sapere dove andare.
Accodarsi al Movimento 5 stelle è un errore politico grave, perché riguarda la prospettiva, il futuro della democrazia nel nostro paese. Accettare di ridurre il numero dei parlamentari in questa situazione è triste conformismo – malattia antica delle forze di sinistra – dettato per di più da esigenze di puro potere. Come curare il malato facendolo morire , dicendo di volerlo guarire. Bisogna imboccare la strada opposta, e occorre farlo presto.