Camusso: un gruppo
dirigente, non Mandrake
alla guida della Cgil

La battuta è di Susanna Camusso. Aveva accennato  a Mandrake, l’eroe dei fumetti che risolve tutto, rispondendo a una domanda di Marco Damilano, concludendo le “giornate del lavoro”a Lecce, sul prossimo Congresso Cgil. Aveva detto che in sostanza per far ripartire il Paese, per affermare un disegno di trasformazione, non basta uno o una che rappresenta tutti. C’è bisogno di un progetto e di un gruppo dirigente unito. Non basta un Mandrake. La Cgil continua ad essere una grande organizzazione perché ha i delegati, ha una direzione collegiale, perché le Camere del lavoro contano. “Anche noi siamo stati attraversati da certe discussioni ma abbiano pensato che le primarie, i plebisciti, servivano a rompere le radici collettive di partecipazione e se la gente non ha i luoghi dove discutere, prima o poi la distanza si verifica”.

2dic2embre 017 manifestazione CGIL Foto Umberto Verdat

Un’affermazione che però è stata in parte contraddetta nei giorni seguenti. Con l’avvio di un dibattito non nelle sedi competenti, ma sui social, da Facebook, a Twitter, ai siti on line (Il Diario del Lavoro, Firstonline, ecc.). Con polemiche non molto chiare sui contenuti, bensì sulla possibilità o meno che la segretaria uscente pronunciasse il nome di un possibile candidato, frutto di una sua consultazione interna (Maurizio Landini).  Al quale si contrapporrebbe Vincenzo Colla.

Ora quel che colpisce è la tesi diffusa che tra i due  ci sarebbe un formidabile contrasto: il primo considerato un “movimentista” o addirittura “un estremista-massimalista”, il secondo un serio “riformista”. E a me vien da ricordare come Cofferati entrò come segretario riformista-migliorista e ne uscì con l’etichetta di massimalista.

Il problema è che però entrambi (Landini e Colla) hanno sulle spalle un’identica eredità lasciata dalla Camusso e mai contestata. Ovverosia un Piano del lavoro, una Carta dei diritti, un progetto di contrattazione inclusiva capace di coinvolgere le categorie nella tutela dei precari, affrontando le problematiche del lavoro 4.0, il patto di fabbrica concordato con la Confindustria, una possibile proposta di una legge sulla rappresentanza. Aggiungendo poi l’esteso rinnovamento attuato nelle diverse e molteplici strutture del sindacato a tutti i livelli, con uno spazio notevole e nuovo  dato alla presenza femminile. 

Così come non sembra che esistano divisioni, contrapposizioni, nelle misure avanzata nel documento congressuale. Per citarne alcune:  l’Agenzia per lo sviluppo industriale, il diritto alla formazione permanente, il reddito di garanzia (che non è il reddito di cittadinanza), una nuova legge sulle pensioni, una riconsiderazione del welfare contrattuale, la parità di genere.

Ora come andrà a finire? Lo Statuto varato all’ultimo congresso nel 2014 ci regala solo due righe a pagina 41: “L’Assemblea Generale elegge il Segretario generale e la Segreteria”. Qualcuno ha sostenuto che nel regolamento congressuale  si parlerebbe di un quorum per eventuali auto-candidature. Ho letto anche questo dispositivo ma non ho trovato traccia di una tale ipotesi. Fatto sta che se non si avanzassero proposte si arriverebbe al Congresso, a gennaio del prossimo anno, senza conoscere il nome del nuovo segretario generale.  Che non potrà cadere dal cielo.

Qualcuno che spiega meglio l’iter congressuale è Nino Baseotto, attuale responsabile dell’ufficio organizzazione Cgil. Racconta come Susanna Camusso “abbia fatto l’ascolto del gruppo dirigente compresi i segretari delle categorie nazionali regionali e delle camere del lavoro.  Lo sta concludendo e ne darà conto alla segreteria confederale. Da qui uscirà una valutazione e anche una proposta da consegnare al nuovo gruppo dirigente”. E poi? “L’idea prevalente è quella di non arrivare al dopo congresso senza una proposta. Rischiamo che anzichè  la Cgil, a discutere quale deve0 essere l’assetto del gruppo dirigente, chi deve essere il prossimo segretario generale, siano i giornali o i social.  Non siamo il sindacato a cinque stelle”.

Nel passato come andava: “La Cgil”, risponde Baseotto, “ha sempre costruito la sua proposta per tempo e con la discussione interna. Questa volta c’è da parte di molti una sottolineatura dell’importanza non solo della figura del prossimo segretario generale, ma dell’importanza di  sottolineare  il dato  collegiale del gruppo dirigente che poi è il tratto  nostro. Stare al passo con i tempi vuol dire immaginare un segretario della Cgil inteso come il capitano di una grande squadra. La Cgil è una cosa troppo complessa per potersi riassumere in un uomo solo”.

Chi conosce bene questa organizzazione è Carlo Ghezzi, in procinto di lasciare la Fondazione Di Vittorio per assumere un ruolo di direzione all’Anpi. E’ lui a ricordare come i segretari siano stati scelti, nel passato, con largo anticipo prima dei congressi. Ad esempio capitò per Lama e anche per Cofferati. Oggi siamo difronte ad una situazione completamente nuova.

Con alcuni elementi di carattere politico che investono ad esempio il rapporto col nuovo assetto governativo. Con una dialettica molto in superficie che rispecchia quella presente un po’ nella sinistra politica, nello stesso Pd. Con chi vedeva e vede nell’alleanza 5Stelle-Lega il pericolo principale e quindi sostiene la necessità di operare nelle contraddizioni esistenti. E chi non fa alcuna distinzione.  Non sembra però un elemento che possa portare ad una rottura. Anche se questo affiora, leggendo certe sortite, con il pericolo che non si riesca a trovare una sintesi. La Cgil, anche fuori dal sindacato, è vista un po’ come un’isola che racchiude fiducia e speranze per lo stesso futuro della sinistra. Il suo esempio, le sue proposte, possono essere la legna, il combustibile, per costruire una risposta vera a quello che sembra un dissolvimento generale di un tempo che fu. E che può rinascere, in modi e contenuti diversi,  senza lasciare spazio ai nuovi barbari.