Non gettiamo via lo smart working. Esperimento sociale di massa

Com’era quella che nulla sarà come prima? Se qualcuno ci aveva creduto può mettersi l’animo in pace. Pian piano tutti i tasselli stanno tornando a posto.

A uno ha pensato il ministro Brunetta: dal 15 ottobre la “vacanza” è finita. Cominciano i pubblici dipendenti: tutti ai propri posti in ufficio a timbrare il cartellino. Tutti in fila alla stessa ora intasando le città o accalcati sugli autobus già sovraffollati. Tutti insieme in pausa pranzo a fare finalmente felici ristoratori, paninari, baretti e simili. Mettendo così fine con atto d’imperio a un interessante esperimento sociale. Facile prevedere che i privati seguiranno presto l’esempio.

Lo smart working erano tutte rose e fiori? Certo che no. Si sono subito evidenziate criticità: le disuguaglianze di condizioni abitative, l’onere per chi lavora di provvedere a connessione e device, la flessibilità che rischia di trasformarsi in disponibilità h24. La contraddittorietà del lavoro da casa per la condizione femminile. E, più a lungo termine, l’isolamento sociale , la rottura di quella unità del posto di lavoro che è storicamente stata la base della sindacalizzazione.

Ma era, appunto, un esperimento sociale di massa. Dettato da condizioni eccezionali permetteva però di cominciare a ragionare – nel concreto dell’esperienza e non in base a modelli astratti – su cosa è il lavoro oggi e sul rapporto tra lavoro e vita. Un grande tema che dovrebbe appassionare e coinvolgere tutta la sinistra. O almeno una sinistra che non si voglia limitare a difendere la propria storia ma voglia provare a conquistarsi una base sociale a partire dalla vita e dai bisogni reali delle persone in carne e ossa.

Questo dibattito non c’è stato, o almeno non è stato abbastanza centrale e approfondito. Dal 15 ottobre farlo sarà ancora più difficile. E anche le nostre generose proposte per le città (a Roma chiediamo spazi per il coworking in tutti i quartieri) rischiano di restare lettera morta per mancanza di partecipanti.

Fine di un esperimento sociale

Ma io credo- con un salto forse un po’ ardito ma senza osare è difficile capire il mondo – che questo piccolo atto d’imperio di Brunetta ci dica molto di più del suo contenuto specifico. Ci testimonia qual è il vero obiettivo di fondo del governo Draghi: garantire che tutto torni come prima. Dove prima vuol dire ai tempi d’oro dei Monti, dei Cottarelli, dei paludati commentatori ospiti fissi dei talk show. Resta da liberarsi delle salvinate, certo, e delle improvvisazioni grilline, ma contano – in nome della competenza e dell’efficienza – di poterci riuscire. Non è detto che avranno successo perché le ragioni della fine di quella stagione sono ancora tutte lì. Ma l’obiettivo strategico è questo.

Intanto un obiettivo importante è stato raggiunto. Si è messa fine a quella che è stata un particolarissima ed originale esperienza sociale e politica. Mi capita di pensare che nel 2020, ai tempi del primo lockdown (quello vero) e del Conte 2, si sia sperimentata per alcuni mesi una nuova forma di coesione sociale, persino la riscoperta di un nuovo spirito nazionale. Nel momento del massimo bisogno e della massima sofferenza, abbiamo in tanti e tante ritrovato la fiducia nello Stato e nelle istituzioni, ci siamo di nuovo sentiti comunità. La politica non è stata più nemica, ma è diventata una risorsa, l’unica cosa che ci poteva aiutare. E quello strano signore che periodicamente ci veniva a dire cosa potevamo fare o non fare è diventato il simbolo di tutto ciò.

Tutto ciò ha poco a che vedere con la sinistra come l’abbiamo conosciuta e come continuiamo a pensarla. E certo la lingua di Conte non è la nostra lingua. Ma io penso che in quei mesi siamo davvero stati, tutti e tutte, migliori. Che in quei mesi abbiamo ritrovato tante di quelle cose che sono normalmente schiacciate dalle vite assurde che siamo costretti a vivere: l’importanza degli affetti, il piacere di un’ora d’aria rubata alla reclusione forzata, la bellezza delle nostre città non più sommerse dalle macchine, la solidarietà verso i più deboli. E’ da lì quindi che dovremmo provare a ricominciare. Perché in quel nostro essere migliori la sinistra c’era. Non solo con la faccia smunta del ministro della salute, ma con i nostri valori e le nostre speranze.
Di quello strano esperimento politico-sociale siamo stati parte fondante e costituente. Non buttiamolo via come una scoria del passato.