Non c’è alcuna “invasione”, l’immigrazione non è un’emergenza e si può governare

Se, a proposito di immigrazione, si volesse celebrare un anniversario  saremmo a un passo dall’anno giusto: mezzo secolo, 1973-2023.  Perché fu allora, cinquant’anni fa, che l’Italia divenne paese di immigrati dopo essere stata una formidabile fabbrica di migranti: cento e uno ingressi contro cento espatri, quell’uno (dove sarà finito?) di differenza che cambia la storia. Una storia che continua: nel 1981, l’Istat calcola la presenza di 320 mila stranieri, presenza che raddoppia nel giro di dieci anni, 625 mila nel 1991, anno memorabile per un giorno almeno, l’8 agosto, quando davanti al porto di Bari si presentò la motonave Vlora carica ad ogni ponte e ad ogni albero d’albanesi in fuga dall’Albania. Spettacolo che nessun umano si sarebbe potuto immaginare.  La Vlora era stata preceduta da altre navi partite da Tirana e approdate a Brindisi. Ma la Vlora resta insuperabile tra le memorie visive della nostra storia recente.

La storia non si ferma a Bari, seguiranno i barconi, Lampedusa, le navi che soccorrono e che non sanno dove andare, i blocchi, pure gli annegati e i morti di freddo.  Qualcuno, un obeso parlamentare leghista, propose l’ingresso in gioco delle cannoniere. Se ne inventarono di tutti i colori. Seguirono le leggi, i permessi di soggiorno, i centri d’accoglienza. Ma fu dai giorni della Vlora che il nostro linguaggio mutò: prima esistevano solo i vu’ cumprà, cioè quei ragazzotti, moltissimi senegalesi, che avevano in animo il commercio e che vendevano sulle spiagge italiane collanine, pantaloni e casacche sgargianti, amuleti d’avorio, elefantini di legno (mi vanto d’aver scritto allora per Garzanti, insieme con Pap Khouma, la prima testimonianza di un  immigrato da Dakar: “Io, venditore di elefanti”) ed esistevano le filippine, che nessuno nominava perché se ne stavano rinchiuse nelle case “a servizio”.

Come è mutato il linguaggio

La nave “Vlora” – foto Open Migration

Il nostro linguaggio mutò: l’immigrazione divenne ondata, valanga, tsunami, fiume, marea, invasione, bomba demografica. Una guerra dentro la nostra bella Italia. La politica della destra, per demagogia, inasprì lo scenario, per secondare irrazionali paure di fronte alla “novità”, banali pregiudizi (“gli stranieri ci rubano il lavoro”, “gli stranieri spacciano”, ecc.), disagi autentici. In realtà i numeri erano ancora modesti, soprattutto confrontandoli con quelli che altri paesi europei, dalla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, stavano misurando.

Decenni dopo sembra d’esser allo stesso punto, nella perenne emergenza, precipitati nella retorica e nella propaganda della fermezza, della difesa dei confini, dei blocchi, nell’esaltazione dell’italianità contro la minaccia che giunge da un altro mondo, nella considerazione astratta di una vicenda che è invece vissuta da donne, uomini, bambini reali, concreti, carne e ossa e pensieri e sentimenti e sofferenze.

Il nostro presidente del consiglio pensa, ad esempio, astrattamente, che “in Italia, come in qualsiasi altro stato serio, non si entra illegalmente; si entra legalmente, attraverso i decreti flussi”. Forse s’immagina che il giovane “ospite” di un hotspot libico, dopo mesi di deserto, di fame, di maltrattamenti, di torture, possa presentarsi ad un consolato e chiedere un timbro sul passaporto (quello stesso passaporto che, magari, gli è stato sottratto dai suoi aguzzini per impedirgli qualsiasi possibilità di movimento) per entrare legalmente in Italia. Invece, contraddicendo gli auspici del nostro presidente del consiglio, il giovane “ospite” dei lager libici sale su un barcone, pagando un costoso biglietto di viaggio. Può morire annegato: sarebbe capitato a quasi duemila come lui in questi mesi del 2022 (tremila l’anno scorso, cinquemila nel 2016). Potrebbe capitargli, se gli va bene, di arrivare a terra o di essere salvato dalle navi di una Ong,  “centri sociali galleggianti”, come li  ha definiti il ministro Crosetto, “taxi del mare” secondo un altro ministro, Tajani.

Feroci attenzioni

Le navi Ong godono delle più feroci attenzioni: ma quanti sono i migranti che scendono da quelle imbarcazioni? Secondo il ministero degli interni saranno circa il 10 per cento su un totale prevedibile di circa centomila stranieri in Italia alla fine dell’anno. Insomma una parte modesta. A metà novembre gli immigrati giunti in Italia sono stati novantamila, in Spagna trentamila, in Grecia quindicimila.

La nave Iuventa
La nave “Iuventa” della ONG Jugend Rettet

Siamo i più esposti: la penisola è un attracco comodo. Ma i migranti preferiscono la Francia, la Germania, i paesi nordici. Il peso maggiore, all’arrivo, spetta a noi. A noi spetterebbe il compito di far politica, di concordare regole, di governare investimenti, di costruire quindi una politica comunitaria che tenga conto di comuni responsabilità, oltre la repressione impotente, oltre i ghetti che possono diventare incendiari. Spetterebbe a noi dire la verità: i numeri intanto, le parole appropriate, cancellare certe espressioni dal nostro vocabolario (quanto conta la cattiva informazione, quanto conta l’allarmismo senza giustificazioni?). Non solo per solidarietà, ma nella certezza che non c’è modo, qui ed ora, di impedire la fuga dalle guerre e dalla fame, che troppa attrazione esercita il continente dei ricchi, che non esiste alternativa all’accoglienza (ci aiuterebbero pure a rimediare al nostro calo demografico, persino a pagare le nostre pensioni).

Non sarà il divieto di un ministro a chiudere una storia scritta nella geografia del mondo. Dopo mezzo secolo avremmo dovuto imparare a viverla.