Basta nostalgia di Draghi: contro la destra servono radicamento e idee

Dalla caduta del governo Draghi, siamo imprigionati, come era inevitabile, in una serie di tecnicismi elettorali, che riguardano soprattutto le candidature nei collegi. Si tratta di organizzare, il meglio possibile, le forze del centrosinistra per impedire o almeno arginare quella vittoria storica del centrodestra che i sondaggi sembrano da tempo annunciare. Questa situazione, che ora bisogna accettare per quella che è, discende dalla politica che la sinistra italiana, e in essa (ma non solo) il Pd, ha perseguito negli ultimi anni, con il sostegno al referendum costituzionale del 2020, che ha ridotto drasticamente, di un terzo, e senza compensi istituzionali, il numero dei parlamentari, e con la successiva inerzia verso la necessità inderogabile di una riforma della legge elettorale, che correggesse il sistema di voto in senso proporzionale con una adeguata soglia di sbarramento. Come tutti sanno, questi errori “tattici” non furono semplici sviste, ma sono derivati dalla persuasione “strategica” e troppo unilaterale, più volte teorizzata, che occorresse costruire una gioiosa coalizione “di sinistra” con il M5S, cioè con un movimento populista che era nato, per dirla in breve, per scardinare o persino annientare la tradizione della sinistra italiana. Si comprende allora perché, la caduta del governo Draghi e il crollo repentino di quel potenziale alleato, abbiano generato un vuoto e un disorientamento nel Pd e in tutta la sinistra.

Una “modernizzazione inclusiva”

Nel mezzo dei tecnicismi a cui ora siamo costretti, sarebbe opportuno non perdere di vista la posta in gioco delle prossime elezioni. “O il Pd o Meloni”, come si è espresso il segretario Letta, è un modo sintetico e un po’ sbrigativo per indicare l’alternativa reale che abbiamo di fronte e che rende queste consultazioni effettivamente “storiche”. A un grande partito spetterebbe il compito di articolare l’analisi, di spiegare agli elettori come stanno le cose. È in gioco la prospettiva, e la possibilità, di una “modernizzazione inclusiva” di questo paese, nel segno di una crescente interdipendenza economica e giuridica, a partire dal Sud e dal sistema della formazione, che riesca a innescare un autentico trend di sviluppo, oltre le provvisorie (per quanto necessarie) misure di assistenza e di sostegno alla povertà. Il caso di Roma, Capitale della Repubblica, che può finalmente disegnare un vero piano di sviluppo, con progetti per 19 miliardi di euro e nuovi poteri straordinari (che la Camera deve ora convertire in legge), rappresenta come il simbolo di questa auspicabile “modernizzazione inclusiva” della nazione.

Dall’altro lato non c’è il fascismo (e sarebbe opportuno non ricorrere a questo argomento improprio). Perché il fascismo ha significato, nella storia d’Italia, abolizione delle libertà parlamentari, persecuzione del dissenso, leggi razziali e guerra. Il rischio non è il fascismo, ma una “soluzione autoritaria” sì, una modernizzazione escludente e non inclusiva, una negazione dell’interdipendenza, una chiusura all’Europa e al mondo. Un passo indietro di dimensioni epocali, che potrebbe arrivare a toccare (come è stato variamente argomentato) anche il dettato costituzionale, la forma democratica e parlamentare dello Stato.

L’organizzazione delle forze è complicata dall’ipotesi di un “terzo polo” che, secondo le previsioni, potrebbe raccogliere tra il 5% e il 10% dei consensi. Quello che manca, ancora una volta, è l’analisi, cioè la consapevolezza che sta accadendo qualcosa di nuovo nella politica italiana. Il “centro” (per usare un’espressione assai inadeguata) che si delinea è del tutto diverso dalle forze politiche, di analoga collocazione, a cui siamo stati abituati nel passato. Tralasciando Di Maio (di cui non sapremmo definire il profilo culturale), i due maggiori leader di questa ipotetica formazione politica provengono l’uno (Renzi) dal filone dossettiano l’altro (Calenda) da una cultura politica ampia e variegata, che ultimamente ha ritenuto di potersi richiamare alla tradizione dell’azionismo e del liberalsocialismo. Sono figli della nostra storia democratica, non rappresentano un liberalismo statico, individualistico o anacronistico. Un tempo (di cui è lecito avere qualche nostalgia) la sinistra sapeva leggere le forze in campo, la fase politica reale, senza lasciarsi trasportare da simpatie personali e da impressioni momentanee.

Soluzione deludente

L’accordo in due punti stipulato tra Letta e Calenda rappresenta, proprio in questo senso, una soluzione deludente, ed è auspicabile che, nei prossimi giorni, possa essere corretto e migliorato. Deludente non solo per la seconda parte, dove la distribuzione dei collegi è pensata ancora secondo la logica dei veti, delle esclusioni e delle reciproche difese, ma soprattutto per la prima parte, che ripropone, senza uno sforzo di autentica progettualità, la pura e semplice «difesa del governo Draghi». Sarebbe stato opportuno, da parte di due forze che si propongono di unirsi e di sfidare la destra, uno sguardo innovativo e originale sul futuro della nazione. Non si può vincere questa partita in termini di semplice continuità, solo raccogliendo i voti dell’opinione moderata. L’alleanza tra sinistra e centro, per sé utile, auspicabile e legittima, deve contendere alla destra il consenso delle fasce popolari (casa per casa, come si dice), delle situazioni di disagio, riportare al voto quei giovani delusi e senza speranze che ormai da tempo disertano le urne. Deve disegnare una prospettiva di sviluppo e di giustizia. Senza una novità nel discorso politico, difficilmente fermeremo il rischio autoritario che avanza.

E la sinistra?

Infine, una parola sulla sinistra. Oggi è percorsa da una comprensibile inquietudine, che si manifesta spesso nel desiderio di fondare nuovi partiti, aggiungere altre forze a quelle (dio sa quanto limitate e imperfette!) che già esistono e che si muovono nel confine del socialismo europeo. Un desiderio che prende a volte la strada della nostalgia (perché abbiamo vissuto stagioni migliori) e altre volte la via di un sogno utopico, di una cosa del tutto nuova. Alcuni pensano che l’opposizione alla guerra, al modo limitato e sbagliato in cui è stata affrontata la questione ucraina, sia sufficiente a costituire un soggetto nuovo e più coerente. Ma un partito politico non è un postulato etico, è una comunità di donne e di uomini, con una storia, un programma, un destino. Non si può improvvisare. La storia di scissioni e frammentazioni è la storia stessa della sinistra italiana, e non è la sua parte migliore e più viva. Una volta Gramsci scrisse che la scissione di Livorno «è stata senza dubbio il più grande trionfo della reazione». E al V congresso Togliatti affidò a Luigi Longo la relazione sul «partito unico della classe operaia e dei lavoratori italiani». Si potrebbe continuare con gli esempi storici, fino ai giorni nostri. La via dell’unità è sempre stata la strada maestra nel percorso del movimento operaio. La sinistra italiana va cambiata profondamente, non c’è dubbio, ma senza disperderne ulteriormente la forza e il patrimonio di idee.