“Noi, i comunisti di San Lorenzo”:
il come eravamo di una sezione di Roma

Sfogli questo bel libro, ti soffermi sulle foto. Rileggi gli articoli di Gianni Rodari o di Arminio Savioli pubblicati sull’Unità. Insegui il filo della memoria. E dopo 275 pagine ti chiedi: ma come è possibile che tutto questo non esista più?

Il libro di cui parlo è intitolato “Come eravamo. Il popolo di Gramsci Togliatti Longo Berlinguer” (P.S. Edizioni) ed è la storia dei comunisti del quartiere romano di San Lorenzo. Si sono messi in sei a ricostruire i tasselli di una vicenda che ha attraversato più di settant’anni di storia. Dal primo nucleo nato dopo la scissione di Livorno, alla nascita di una delle sezioni più forti e combattive di Roma, fino alla fine della storia dopo la svolta di Occhetto e i due congressi che segnarono lo scioglimento del Pci.

L’insegna provvisoria

Tutti i frammenti di una storia

I sei autori (Adriana De Vito, Daniele Ercolani, Rolando Galluzzi, Teo Ruffa, Daniele Sellitto e Ugo Zuffardi) sono stati militanti di quella sezione, alcuni di loro ne sono stati segretari, tutti sono stati punti di riferimento del quartiere. I “frammenti di storia” che hanno messo insieme sono un tentativo di raccontare una grande esperienza politica ed umana che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone, che ha fatto nascere amicizie, storie d’amore, speranze. Che ha spinto a sacrificare il proprio tempo per una passione bruciante: quella per la politica. La politica senza interessi, senza scambi, senza secondi fini. La politica di quando non c’era il vento contrario dell’antipolitica.

Un’operazione nostalgica? Forse. Ma soprattutto – perché negarlo? – il segno di un rimpianto per ciò che è stato e non è più, come scrivono gli autori. “Alla base di questo lavoro c’è anche un’ambizione – aggiungono – : non disperdere i momenti salienti di una esperienza politica durata settant’anni. Conservarne la memoria per non dimenticare mai che democrazia, libertà civili, diritti individuali e sociali non sono conquistati una volta per tutte”. Sarebbe utile se lo stesso lavoro lo facessero altre sezioni, con altre storie e altri percorsi, in modo da costruire una sorta di “memoriale dei comunisti italiani”.

 

Togliatti in sezione

L’Unità passava di mano in mano

Il punto di fondo è questo: conservare la memoria. Nel libro un posto d’onore è riservato all’Unità, al giornale fondato da Antonio Gramsci che in quel quartiere, in via dei Taurini 19, ha avuto la sua sede dal 1957 fino al 1992 quando si spostò in via Due Macelli. Chi in quegli anni era iscritto alla cellula del Pci dell’Unità – come chi scrive – sapeva di far capo proprio alla sezione di San Lorenzo che distava qualche centinaio di metri dalla sede del giornale. Era il modo che aveva quel partito di tenere insieme storie ed esperienze diverse: gli intellettuali e il popolo, il giornalista e il ciabattino, il tipografo e il professore universitario. E in questo stava la sua forza e la sua capacità di innovazione politica.

L’apparato fotografico del volume è ricchissimo: dal bombardamento del 1943 ai gruppi antifascisti durante la resistenza, dalle prime grandi manifestazioni popolari con Palmiro Togliatti alle assemblee in sezione contro gli sfratti. Dai cortei per il comizio di Berlinguer ai volantinaggi, dalla diffusione dell’Unità alle feste di partito, dai balli in piazza alle gite fuori porta. Un mondo di battaglie civili e politiche, di sentimenti, di passioni, di identità che si muove lungo la storia tormentata di questo paese e della sua capitale.

Capodanno in sezione
Assemblea con Petroselli

Diffusione dell’Unità

Il compagno ciabattino raccontato da Rodari

“Un buon osservatorio del quartiere romano di San Lorenzo – dopo la sezione di partito s’intende – è la botteguccia del compagno Luigi Cori, calzolaio e ciabattino in via dei Campani”. Inizia così il reportage di Gianni Rodari, pubblicato sull’Unità il 27 gennaio del 1957 e riproposto nel libro. “Ogni giorno Gigetto Cori si porta a bottega una decina di copie dell’Unità: le passano a ritirare alcuni clienti fissi, scambiando quattro parole, o il compagno che quel giorno non ha le trenta lire per prendere il giornale in edicola”. E’ il racconto di un altro mondo e di un’altra epoca, certo. Ma stava proprio in quel continuo rapporto con il quartiere, in quell’essere sempre punto di riferimento per qualsiasi problema, grande o piccolo che fosse, la grandezza del Pci e del suo giornale, oggi colpevolmente chiuso.

Alla fine, appunto, fuor di nostalgia per una storia ormai finita, resta la domanda di fondo: come è stato possibile che sia andata dispersa quella straordinaria comunità? Come è stato possibile che una umanità che aveva un forte spirito di appartenenza si sia disgregata e non si riconosca più? Quali errori sono stati commessi perché la grandezza di un’esperienza costruita da milioni di uomini e donne sia diventata – usando le parole di una bella canzone di Francesco Guccini – la piccolezza di “una politica che è solo far carriera”?

Nelle scelte che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso portarono allo scioglimento del Pci si possono trovare molte delle risposte a queste domande. Travolti dalla furia di diventare nuovi alla fine ci siamo ritrovati ad essere vecchi. E oggi cerchiamo di riacciuffare, dopo trent’anni, tutto quello che abbiamo buttato al vento. Ricordarsi che cosa abbiamo gettato via, pensando di diventare più leggeri, può servire per cercare di capire perché oggi siamo qui.

 

Adriana De Vito Daniele Ercolani Rolando Galluzzi

Teo Ruffa Daniele Sellitto Ugo Zuffardi

COME ERAVAMO. Il popolo di Gramsci Togliatti Longo Berlinguer

P.S. Edizioni