No, il Pd non è l’argine all’avanzata della destra

«L’Italia è stata tradita. Il Partito Democratico la difende. E tu, sei con noi?». Nei giorni immediatamente successivi alla caduta del governo Draghi il segretario del Pd Enrico Letta diffonde sui suoi canali social un’infografica che ha fatto a suo modo discutere. D’altronde sono parole che mettono una certa impressione, sia per il tono nazionalistico che per la violenza nei confronti di avversari che, in maniera responsabile o meno, hanno comunque espresso la loro legittima sfiducia nei confronti dell’operato del governo. Ma, soprattutto, ciò che provoca un senso di forte straniamento è il fatto che provengano dal leader del principale partito di riferimento dei progressisti italiani. Quello che, in teoria, dovrebbe rappresentare l’argine all’avanzata della destra alle prossime elezioni

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Una lunga storia di cedimenti

In questa sede non ci interessa scrivere un appello accorato ai vertici del Pd per chiedere ai suoi dirigenti di ritrovare “un’anima” o di tornare alle radici della propria storia politica, anche perché fino ad ora questi tentativi si sono rivelati tutti vani e, d’altra parte, il tono che ha assunto la campagna elettorale dei dem ci dice molto di cosa sia diventato oggi quel partito (a partire dal fatto che la difesa incondizionata di Mario Draghi non comporti alcun imbarazzo in Letta&Co., nonostante le scelte e i discorsi dallo spirito profondamente antiparlamentarista del Presidente del Consiglio dimissionario).

Se dunque la prospettiva di un governo guidato da Giorgia Meloni mette paura a chiunque abbia un minimo a cuore le sorti delle nostre istituzioni, è vero anche che il Partito Democratico ha grandissime responsabilità politiche e culturali nell’aver aperto grossi spazi in favore dell’area dei post (?) fascisti che, ricordiamolo, solo fino a qualche anno fa praticamente non esisteva più. D’altronde, l’elenco di cedimenti e concessioni che il centrosinistra ha fatto e continua a fare all’estrema destra e alle sue rivendicazioni è lunghissimo.   

Si potrebbe partire dalla legge 92 del 2004 (primi firmatari gli ex missini Roberto Menia e Ignazio La Russa) con la quale, grazie al voto favorevole anche di Ds e Margherita, il Parlamento accolse una battaglia storica della destra italiana istituendo il Giorno del ricordo. Di questa ricorrenza si può dire tanto e, forse, non è il caso di addentrarsi tra le pieghe di un dibattito storiografico che ha visto esprimersi voci assai più autorevoli di chi scrive.

Sicuramente, però, il modo in cui le nostre istituzioni hanno deciso di impostare nella memoria ufficiale questa giornata non è privo di ambiguità e di rischi: sfugge a molti, infatti, che la data scelta, quella del 10 febbraio, corrisponde alla firma dei Trattati di Parigi, che posero fine alla Seconda Guerra Mondiale. Mentre in quel giorno, dunque, tutto il mondo ricorda la conclusione di una di una delle pagine più drammatiche della storia del ‘900, l‘Italia piange la legittima restituzione dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia dopo la liberazione di quei territori dall’occupazione militare del ‘41-’43.

E, se è giusta e comprensibile l’esigenza di tenere viva la memoria delle storie e delle testimonianze dei civili italiani che subirono il dramma dell’esodo, d’altra parte è preoccupante notare la disinvoltura con cui, anche per scelte di governi di centrosinistra e dei Capi di Stato Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, siano state conferite onorificenze a numerosi criminali di guerra e gerarchi fascisti come, ad esempio, Paride Mori, ufficiale del Battaglione bersaglieri volontari “Benito Mussolini”, e Vincenzo Serrentino, prefetto di Zara e giudice del Tribunale Straordinario della Dalmazia.

Qualcuno ricorderà che la medaglia a Mori nel 2015 fu prontamente revocata, ma la decisione arrivò solo perché la commissione governativa aveva accertato che il capitano era morto in combattimento e non vittima di un agguato dei partigiani titini. Nessun problema, dunque, col fatto che fosse un fascista. Tra l’altro, in quell’occasione i deputati del Pd Patrizia Maestri e Giuseppe Romanini ebbero a dire che la revoca della medaglia non doveva essere «letta come un mancanza di rispetto per l’uomo» (e che uomo…!).

E come non parlare, sempre a proposito di ricorrenze ufficiali dal sapore nostalgico, della Giornata degli alpini, istituita con voto quasi unanime di Camera e Senato proprio lo scorso aprile (complimenti, tra l’altro, a deputati e senatori per il tempismo) su proposta della Lega per promuovere «i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano». Sarebbe meglio non chiedersi che idea di sovranità, di interesse nazionale e di solidarietà abbiano i nostri parlamentari, se poi il giorno scelto per celebrare gli alpini è il 26 febbraio, quando cade l’anniversario della battaglia di Nikolajewka, episodio cruciale della campagna di Russia condotta dalle potenze dell’Asse.

Mentre esponenti politici del Pd più accorti e sensibili ai temi dell’antifascismo come Emanuele Fiano hanno fatto notare l’inopportunità della data scelta, il senatore Francesco Giacobbe si è espresso con toni entusiastici nei confronti della proposta proprio per la sua finalità di «conservare la memoria dell’eroismo dimostrato dal Corpo d’armata degli alpini nella battaglia di Nikolajewka», mentre il vicepresidente della Commissione Difesa della Camera, Roger De Menech, ha dichiarato che «in un momento in cui la guerra è al centro di tutte le nostre preoccupazioni, è un segnale importante di attenzione e di riconoscenza per quanto gli alpini hanno compiuto a difesa della nostra libertà».

Antifascismo e anticomunismo

Ma gli episodi di revisionismo di cui si è reso protagonista il Partito Democratico non finiscono qui: ha suscitato clamore la risoluzione con cui il Parlamento Europeo ha messo sullo stesso piano comunismo, nazismo e fascismo, ricorrendo ad una categoria superata sul piano storiografico come quella di totalitarismo. Se è vero che Pierfrancesco Majorino e Massimiliano Smeriglio non hanno partecipato a quel voto in polemica col contenuto del testo, è vero anche che, su diciassette componenti della delegazione del Pd a Bruxelles, ben dodici hanno votato a favore della risoluzione. Tra loro figurano nomi di primissimo piano del partito come Irene Tinagli, Alessandra Moretti e Brando Benifei (quest’ultimo, tra l’altro, appartiene all’ala sinistra dei democratici, quella che teoricamente dovrebbe essere maggiormente legata alla storia e alla tradizione della sinistra…). 

Nonostante le lacrime di coccodrillo versate nei giorni immediatamente successivi alla votazione – incluse quelle dell’indipendente Pietro Bartolo – tempo un anno e mezzo e il Pd ha compiuto un altro brutto scivoloneparlamento europeo sul tema, astenendosi sulla proposta della maggioranza di centrodestra del Consiglio Comunale di Genova di istituire un’anagrafe antifascista e anticomunista, salvo poi scusarsi subito dopo per bocca dei consiglieri comunali Alessandro Terrile e Cristina Lodi per non aver compreso il reale valore della delibera e, dunque, non aver votato in maniera contraria. È però emblematico che, in una città Medaglia d’Oro della Resistenza, un partito che dovrebbe essere custode di quei valori e di quella storia, abbia smesso di coltivarli al punto da farsi trovare impreparato dinnanzi alla proposta di Bucci e soci.

E che dire invece dell’immigrazione, uno dei punti di maggior scontro tra il Pd e Fratelli d’Italia? Naturalmente Giorgia Meloni non ha mancato di attaccare in questi giorni i Democratici, colpevoli, a suo dire, di una politica troppo morbida e lasca nei confronti degli sbarchi. Chiaramente si tratta solo di una delle tante menzogne di cui si serve la presidente di FdI per alimentare la sua propaganda fascistoide: ricordiamo tutti, infatti, l’attivismo di Marco Minniti da Ministro dell’Interno nei respingimenti e nel concludere accordi con la Guardia costiera libica per impedire che le persone partissero dalle coste del Paese nordafricano.

La piega xenofoba che avrebbero assunto le politiche migratorie del Pd già la si intuì quando nel 2014 il governo Renzi, facendo passare la linea di Angelino Alfano, smise di finanziare la meritoria operazione “Mare Nostrum” – nata a seguito della morte di oltre trecentosessanta immigrati al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013 –  poi sostituita con la ben più securitaria “Frontex Plus”.

Tornando a Minniti, l’attuale presidente di Med-Or è stato protagonista di un’altra pagina poco onorevole per il centrosinistra, ovvero il decreto scritto nel 2017 assieme all’allora Ministro della Giustizia Andrea Orlando recante «Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale». Il provvedimento, oltre ad aver quintuplicato i centri per il rimpatrio presenti sul territorio nazionale, ha anche abolito il secondo grado di giudizio per gli immigrati a cui viene respinta la richiesta di asilo. Come se non bastasse, inoltre, il decreto ha riformato anche il primo grado di giudizio, trasformandolo in un rito camerale senza udienza e dunque senza contraddittorio e senza possibilità per il richiedente asilo di ricevere domande dal giudice. Una forma vergognosa e intollerabile di giustizia su base razziale (non a caso Walter Tocci e Luigi Manconi dissero che il decreto configurava «per gli stranieri una giustizia minore e un “diritto diseguale”, se non una sorta di “diritto etnico”»).

Alleati, siam fascisti!

de luca emilianoAnche sulle alleanze il Pd si è dimostrato tutt’altro che irreprensibile. Per stare alla cronaca di questi giorni, è incredibile pensare come Enrico Letta sia disposto ad accettare l’ingresso nella propria coalizione di Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna, tre ex dirigenti storici di Forza Italia, il partito che più di tutti ha contribuito a ripulire i fascisti e a portarli al governo del Paese. Chissà se anche questo rientra nel piano del segretario per «battere la destra». Così come è curioso che non abbia destato alcun imbarazzo nei democratici stare al governo assieme a Giancarlo Giorgetti, oggi presentato come esponente di una Lega moderata e rispettabile rispetto a quella salviniana, ma con un passato tutt’altro che trascurabile tra le fila del Fronte della Gioventù e del Msi.

I flirt del centrosinistra con fascisti ed ex fascisti, però, sono storia vecchia: ricordate quando nel 2015 Sergio Cofferati e Luca Pastorino uscirono dal Pd in polemica con la candidata alle primarie liguri Raffaella Paita, pupilla dell’ex Presidente Claudio Burlando? Allora i due furono tacciati di estremismo, ma passò in sordina il fatto che l’attuale deputata di Italia Viva avesse inquinato le consultazioni accettando il sostegno del giornalista Arrigo Petacco, noto per le sue pubblicazioni di segno revisionista, e di rappresentanti storici della destra locale, come Eugenio Minassi, allora coordinatore regionale di Ncd, ma con trascorsi da dirigente regionale del Msi e di An.

E che dire degli uomini forti del Sud, i Presidenti pigliatutto Michele Emiliano e Vincenzo De Luca? Il primo, sempre nella tornata di elezioni regionali del 2015, varò una sua personalissima versione del “partito della nazione”, mettendo su una coalizione che andava dal Pci ad ex esponenti del fascismo pugliese (Eupreprio Curto, Pippo Liscio, Antonio Martucci e Paolo Pellegrino), mentre alle ultime comunali di Nardò ha sostenuto il sindaco uscente Pippi Mellone, rautiano vicino a Casapound: «Non voglio lasciarlo ai fascisti», ha poi spiegato senza alcun imbarazzo l’ex magistrato. Anche gli abboccamenti di De Luca con la destra sono piuttosto noti. Per il Presidente della Campania valgano due esempi su tutti: la presenza nella coalizione a suo sostegno di Domenico Manganiello, ex coordinatore della Lega a Nola, secondo cui «i partigiani […] erano solo degli assassini autorizzati dai Gruppi di Liberazione», e l’elogio pubblico che dieci anni fa fece nei confronti di Gaetano Colucci, storico parlamentare salernitano del Msi e di An.

Insomma, più che costituire un argine all’avanzata dei fascisti, in tutti questi anni il Pd ha accompagnato il progressivo smottamento a destra del quadro politico nazionale e, a dispetto di chi continua a vedere nel partito guidato da Letta l’unica opzione possibile per fermare la Meloni, il nuovo corso intrapreso dai dem – che, rompendo l’alleanza con il M5S, si sono spostati ulteriormente verso il centro – lascia presagire tutto tranne che cinque anni di lotta e di difesa dei valori antifascisti e repubblicani. Anzi, a tal proposito ci riagganciamo a quanto accennato più sopra sulla difesa acritica del governo Draghi: l’ex Governatore della Bce, anche nell’ultimo discorso rivolto alle Camere, ha mostrato più volte insofferenza verso le logiche del parlamentarismo. Siamo sicuri che il Pd sia disposto a votare compattamente contro il disegno di riforma costituzionale presidenzialista che la Meloni minaccia da tempo? Dopo aver partorito le mostruosità dell’Italicum e della riforma Renzi-Boschi e aver sostenuto il taglio dei parlamentari con lo slogan “meno politici” non ne siamo poi così certi.

Forse, più che fare scelte che a molte e molti, comprensibilmente, possono sembrare giuste perché dettate dalla paura per l’esito delle prossime elezioni, a sinistra occorre mettere un punto e iniziare a lavorare per costruire un soggetto autonomo sul piano politico e culturale. È un processo lungo e faticoso e che, quasi sicuramente, non porterà a risultati immediati sul piano elettorale, ma ormai necessario e non più eludibile.