No della Consulta su eutanasia
e cannabis, uno schiaffo
alla coscienza del paese

Zitti e buoni. Tra un Parlamento che non decide e una Consulta che non avalla, il tormentone dei Måneskin si è trasformato questa settimana nella colonna sonora (inno sarebbe troppo) di un Paese sbagliato. Perché in attesa di leggere le motivazioni delle sentenze, che verranno depositate più avanti, le poche parole con le quali la Corte ha bocciato martedì il referendum sull’eutanasia dando via libera a quattro dei cinque quesiti sulla giustizia, suonano come uno schiaffo alla maggioranza della popolazione. E lo stesso vale per il quesito sulla cannabis, cestinato il giorno dopo per un riferimento a tabelle sbagliate.

Cominciamo dall’eutanasia. Sono tanti i sondaggi che da anni ripetono come ben oltre la metà degli italiani sia favorevole a una legge che consenta una fine dignitosa a chi, malato e senza alcuna possibilità di guarigione, si trova costretto a passare (tutte) le notti e (tutti) i giorni tra il dolore del corpo e la disperazione della mente. Il rapporto Eurispes dice che il 75% degli italiani è favorevole all’eutanasia, una indagine Swg parla addirittura del 93% ma soprattutto di un trend in forte crescita: erano il 55,2% nel 2015.

Il mondo reale e quello legale

L’eutanasia in Italia viene ancora oggi assimilata all’omicidio volontario (articolo 575 del codice penale). Nel caso si riesca a dimostrare il consenso del malato si parla di “omicidio del consenziente” (articolo 579) e le pene vanno comunque dai sei ai quindici anni. La Consulta ha ritenuto che con l’abrogazione parziale dell’articolo 579, come indicato nel quesito referendario, non si sarebbe preservata “la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”. Ed è qui che il cortocircuito tra il mondo reale e quello legale si realizza in tutta la sua potenza ma anche ipocrisia. Perché quelle stesse parole, che prese da sole esprimono concetti e valori indiscutibili, perdono forza e addirittura senso se riportate e applicate nella sfera della realtà. Perché tra i deboli e vulnerabili che si vuole giustamente tutelare ci sono Marco e Carlo, c’è Anna, c’è Antonio che non sono nomi generici o inventati, come nelle interviste ai pentiti di mafia: Marco Bassi e suo fratello Carlo hanno 34 e 38 anni ed entrambi soffrono di sclerosi laterale amiotrofica, malattia terribile e progressiva che li ha costretti su una carrozzina fin da bambini. Come racconta la madre Sabrina al Corriere della Sera, i figli hanno deciso di non volere la tracheotomia: “Non vogliono in alcun modo venire attaccati ad una macchina per vivere come dei vegetali. Quando sarà il momento rifiuteranno la macchina e moriranno per soffocamento o, mi auguro, dopo una sedazione”. Anna Milazzo, 74 anni, ha una tetraplegia incompleta postoperatoria: ha la sensibilità agli arti ma non può muoversi. Ad assisterla c’è solo il marito Paolo di 80 anni. “Vorrei andare a morire in Svizzera, dice Anna, perché vivere in queste condizioni è un peso insostenibile”. Antonio vorrebbe accedere al suicidio assistito: ha 44 anni ed è tetraplegico dal 2020 dopo un incidente in moto: da otto anni ha bisogno di aiuto per qualunque cosa, “anche la più semplice come bere un bicchier d’acqua”. Casi diversi e storie diverse (l’eutanasia è differente dal suicidio assistito) ma che tutti rivelano l’assenza, e la necessità, di una legge che affronti con coraggio i temi del fine vita.

L’eutanasia nascosta

Quanti sono i malati deboli e vulnerabili che, proprio perché non tutelati, decidono di porre fine da soli, spesso in maniera violenta, alla loro sofferenza? E quanti quelli che si dirigono in Svizzera o in cliniche consenzienti? I giornali parlano dei casi più noti, come Mario Monicelli, Lucio Magri, Carlo Lizzani. Ma quanti gli altri, i deboli e vulnerabili di cui nessuno parla? Carlo Troilo ha raccontato in un libro la vicenda del fratello Michele, malato terminale di leucemia che si uccise gettandosi dal quarto piano della sua casa. Da allora Carlo, che ha scritto a lungo di questi argomenti sull’Unità, conduce una battaglia per portare alla luce quei numeri nascosti: oggi l’Istat dice che sono oltre 700 l’anno, quasi due al giorno. Nel 2007 uno studio dell’Istituto Mario Negri rivelò che negli ospedali e nelle cliniche private circa 20mila malati ottenevano ogni anno l’eutanasia clandestina. Silvio Garattini, allora direttore dell’Istituto, precisò successivamente che non si trattava di eutanasia ma di cessazione dell’accanimento terapeutico: “Un distinguo fragile, scrive Troilo, tanto che negli anni successivi il ricorso “silenzioso” all’eutanasia è stato sempre più spesso riconosciuto dai direttori di ospedali e cliniche”.

Il silenzio dei partiti

E’ in questa guerra dei mondi, quello reale e quello legale, che martedì si è inserita la Consulta che, dopo tre ore di consiglio, ha bocciato una richiesta firmata in pochi mesi da un milione e 240mila cittadini: ben oltre le 65.000 adesioni raccolte nel 2013 dall’Associazione Luca Coscioni, a conferma di come è cambiata, e sta mutando, l’opinione degli italiani. Certo, una questione così importante e delicata difficilmente poteva essere risolta con un sì o con un no: proprio per questo la responsabilità, più che della Consulta, ricade da tempo sul Parlamento e sui partiti che, con l’eccezione evidente dei Radicali, da anni su questi temi si tengono ignobilmente alla larga. Lo fecero nel 2006 quando ignorarono le parole del Presidente della Repubblica Napolitano che, rispondendo a una lettera inviatagli da Piergiorgio Welby che gli chiedeva di poter ottenere l’eutanasia, riferendosi al Parlamento si augurava che sui temi da lui sollevati ci fosse “un confronto nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento”. Lo ripeterono nel 2018 quando fecero spallucce dopo che la Consulta, la stessa che ieri ha bocciato il quesito referendario, nell’affrontare il caso Cappato-DJ Fabo, diede un anno di tempo al Parlamento per legiferare sul tema del fine vita.

Sì, se l’Italia del terzo millennio non ha ancora una legge capace di affrontare e regolare le questioni del fine vita – come avviene da tempo in Svizzera, Francia, Inghilterra, Olanda, Belgio, Germania, Danimarca, Lussemburgo, Australia e persino Colombia – la colpa non è della Consulta. Nello stesso tempo, è difficile pensare che dopo la sentenza di ieri quello che non è stato volutamente fatto in tanti anni, venga finalmente realizzato in breve tempo. La speranza, a questo punto, è una sola: che di fronte ai numeri e alle firme che crescono, qualcuno, prima o poi, si accorga che ascoltare il Paese che cambia ha una convenienza politica. Oltre che un senso civile.

Il pelo nella Cannabis

Discorso diverso, ma non di molto, quello del referendum sulla Cannabis che prevedeva di eliminare, tra le attività punibili penalmente, la coltivazione di sostanze stupefacenti.

Come ha spiegato in conferenza stampa il neo presidente della Consulta Giuliano Amato, le tabelle indicate nel quesito, la 1 e la 3, comprendevano “il papavero e la coca, le cosiddette droghe pesanti, mentre la cannabis è alla tabella 2”.  Peccato che, come hanno fatto subito sapere dal Comitato promotore: “dall’anno della bocciatura della Legge Fini-Giovanardi il comma 4 sia tornato a riferirsi alle condotte del comma 1, comprendendo così anche la cannabis”. Non male per un presidente che pochi giorni fa, appena insediato, aveva detto che di fronte ai referendum e al diritto dei cittadini di esprimersi “non andava cercato il pelo nell’uovo”.

Il risultato è che, oltre all’uovo, sono andate nel cestino 650.000 firme raccolte di slancio in una sola settimana, con un sospiro di sollievo per chi – leggi mafia e spacciatori – vive di rendita grazie alla incapacità (o volontà?) di non saper distinguere tra droghe pesanti e leggere. Gary Becker, Nobel per l’Economia e membro della scuola di Chicago, fu tutto tranne che un hippy e un fricchettone, ma rimasse fino alla fine un convinto antiproibizionista. A chi gli chiedeva il motivo di una scelta così liberal da parte di un accademico conservatore, rispondeva senza esitazioni: “C’è solo un modo per ridurre l’uso delle droghe: liberalizzarle”.