No all’austerity primo obiettivo per l’asse del Quirinale

C’era una volta l’asse franco-tedesco e quelli cui non piaceva lo chiamavano, qui da noi, “Europa carolingia”. L’asse franco-tedesco c’è ancora, l’”Europa carolingia” non c’è mai stata. O meglio: ci sarà pure stata al tempo di Lotario, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, figli di Ludovico il Pio e degeneri nipoti di Carlo Magno, ma non c’è stata sicuramente negli ultimi settant’anni, da quando cioè francesi e tedeschi, deposta l’abitudine di massacrarsi spesso e volentieri sulla frontiera del Reno, si sono ritrovati a vivere insieme nella più pacifica e longeva costruzione politica comune della storia sul continente teatro di tutte le guerre: l’Unione europea.

Chissà se gli inventori del concetto di Europa carolingia rivisitata per far danni ai giorni nostri staranno cercando, ora, un nome da dare anche all’asse franco-italiano che pare configurarsi con la firma del Trattato del Quirinale da parte di Emmanuel Macron, in veste di capo del governo, e Mario Draghi dopo il lungo e amichevolissimo colloquio di Emmanuel Macron, in veste di President de la République, con Sergio Mattarella. Forse non è necessario sforzarsi a cercar nomi e precedenti storici. Viviamo tempi molto più prosaici di quel 22 gennaio del 1963, quando Charles De Gaulle e Konrad Adenauer firmarono con tutta la solennità del luogo e la buona retorica dei discorsi, il Trattato dell’Eliseo. Allora il ricordo della guerra più devastante nella storia del mondo era ancora presente negli animi, erano ancora vivi i padri francesi e tedeschi che avevano pianto i figli ammazzati in battaglia e le macerie erano state rimosse da poco dai centri delle grandi città di qua e di là del Reno.

De Gaulle e Adenauer alla firma del Trattato dell’Eliseo

La cerimonia di Roma è stata molto più sobria, e non solo a causa della cupa presenza, sullo sfondo, della pandemia. Una sobrietà voluta e quasi ostentata, che – sia detto en passant – sarebbe stata perfetta se si fosse rinunciato anche all’esibizione, inutilmente tonitruante a spaventare bambini e cani e altamente inquinatrice, delle Frecce Tricolori che a un certo momento hanno intrecciato in cielo i colori delle due nazioni.

Spessore simbolico

Il fatto è che l’asse franco-italiano o italo-francese, se proprio lo vogliamo chiamare asse, non ha nemmeno lontanamente lo spessore simbolico di quello che unì Parigi e Bonn e unisce ancora, seppure un po’ acciaccato dall’età e da una certa divaricazione degli interessi economici, Parigi e Berlino. Sbagliava profondamente chi ci volle vedere soltanto un’alleanza tra i forti e i ricchi e il cinismo di un disegno egemonico dei grandi, e dei loro sodali, ai danni degli altri. Chi non colse il carattere fondante che aveva per la costruzione politica e istituzionale dell’Europa unita la riconciliazione tra i nemici, anche con i suoi aspetti retorici e quasi sentimentali, come la scena di due politici navigati e inclini al cinismo nell’esercizio del potere come François Mitterrand e Helmut Kohl che sotto la pioggia di un fine settembre si tenevano per mano a Verdun, sul terreno della più sanguinosa battaglia tra tedeschi e francesi della prima guerra mondiale. Era il 1984 e qualcuno, guardando quelle foto, si commuove ancora.

Oggi, qui, c’è poco da commuoversi. Ma, pur con qualche dimenticanza e tra qualche ambiguità, l’accordo firmato al Quirinale, una sua sostanza politica ce l’ha. Soprattutto per quanto attiene alla cooperazione rafforzata tra i due paesi in sede comunitaria. A questo proposito dal testo e dalle dichiarazioni di Draghi e, quasi contemporaneamente, del commissario europeo Paolo Gentiloni a Bruxelles si capisce che Italia e Francia sono intenzionate a lavorare in tandem per la definizione di nuovi criteri che definiscano le regole di bilancio quando, passata l’emergenza pandemica (se e quando passerà), si tratterà di tornare ai “normali” criteri di controllo del debito. Il Patto di Stabilità, la gabbia soffocante degli anni pre-pandemia, non potrà essere riproposto com’era. Si tratterà di vedere come e quanto dovrà essere cambiato, ma le sue regole erano procicliche – dice Gentiloni – e in fin dei conti aggravavano il problema invece di risolverlo. Draghi dice che bisogna “correggere le regole sbagliate del passato”, che l’Unione si deve dotare di strumenti diversi e che su questo terreno Macron è pienamente d’accordo: Italia e Francia vogliono “procedere insieme”.

Torna lo spettro dell’austerity?

Queste affermazioni arrivano nel momento in cui a Berlino sta per essere approvato dagli iscritti ai partiti un governo formato da socialdemocratici, verdi e liberali certamente innovatore sotto molti aspetti, ma per partecipare al quale i liberali hanno posto come condizione l’assegnazione al loro leader Christian Lindner del ministero delle Finanze. E Lindner è un tenace sostenitore della disciplina di bilancio d’antan, quella blindata nelle più ferree leggi del Patto di Stabilità com’era. C’è allora il rischio che la Germania torni a mettere sulla bilancia il suo peso per far tornare Bruxelles nelle secche dell’austerity? E contro questa prospettiva la cooperazione prospettata nel Trattato del Quirinale può rappresentare un contrappeso abbastanza forte? Vedremo un asse anti-austerity franco-italiano, capace di aggregare altri paesi? La buona volontà sembra esserci.

Macron e Draghi dopo la firma del Trattato del Quirinale

Sul piano delle relazioni tra stato e stato, il Trattato prevede sviluppi non certo sconvolgenti ma non privi di qualche significato, soprattutto se si pensa che i rapporti in un passato anche abbastanza prossimo non sono stati sempre idilliaci. Anzi, nelle relazioni tra Italia e Francia c’è stato anche un incidente che rappresenta un inedito nell’Unione europea: il richiamo temporaneo dell’ambasciatore francese a Roma dopo il dissennato abboccamento tra i capi dei cinquestelle e i più facinorosi dei Gilet Jaunes a Parigi proprio nel momento delle più gravi manifestazioni eversive. Chissà che pensieri saranno passati per la testa di Macron quando si è incontrato con Luigi Di Maio in versione ministro degli Esteri…

Acqua passata

Acqua passata. Come pure, parrebbe, la pesante divaricazione di opinioni e di azioni, non solo diplomatiche, nella vicenda libica e i contrasti in materia di gestione dei profughi che hanno portato diverse volte anche a deplorevoli sconfinamenti della gendarmerie in territorio italiano. Insomma, i problemi in passato non sono mancati ed è un grande merito di Sergio Mattarella con la sua pazienza di mediatore, soprattutto dopo la follia della visita dei pentastellati ai casseurs di Parigi se, almeno per ora, sono stati tolti dal tavolo. La collaborazione tra i due governi – dice ancora il Trattato – prenderà forme simili a quelle del Trattato dell’Eliseo: consultazioni bilaterali preventive per la (possibile) adozione di una linea comune nei grandi appuntamenti europei, scambi di informazioni tra gli organismi di governo, partecipazione di un ministro italiano ai consigli dei ministri francesi e viceversa, adozione di comuni orientamenti in materia di politica militare e di sicurezza in vista di “una difesa europea comune più forte che contribuisca alla NATO”. C’è, poi, un capitolo la cui ambiguità suscita più di una riserva: la cooperazione rafforzata dovrà essere adottata anche nella “lotta contro le migrazioni illegali e i trafficanti per proteggere le frontiere esterne dell’Europa”. Proprio nei giorni in cui molti paesi dell’Unione chiedono soldi all’Europa per erigere muri sulle frontiere esterne e al confine tra la Bielorussia e la Polonia sta andando in scena la tragedia dei profughi, quelle affermazioni avrebbero dovuto essere molto più chiare.