No ai tagli, sì al contratto. La scuola sciopera contro la riforma

La scuola dice no. Dal giorno del varo del decreto legge 36, che ridisegna i criteri d’ingresso e le carriere degli insegnanti, gli istituti di ogni ordine e grado sono in mobilitazione e per il 30 maggio tutte le sigle sindacali (storicamente in concorrenza tra loro) hanno proclamato una giornata di sciopero.

Sono molti i punti considerati inaccettabili dai lavoratori. In primo luogo l’idea che per accedere ai fondi del Pnrr si debbano paradossalmente tagliare le risorse oggi disponibili, mentre si aspetta ancora il rinnovo del contratto scaduto da 40 mesi. Così le buste paga restano tra le più basse d’Europa, anche in presenza di una inflazione galoppante, e intanto si modifica unilateralmente il lavoro degli insegnanti, con nuovi pesanti oneri, e con pericolose incursioni ope legis in materie di carattere contrattuale.

Stop ai 500 euro, al via la Scuola di Alta formazione

Il decreto prevede la progressiva scomparsa della Carta del docente (500 euro annui per l’aggiornamento professionale), le cui risorse saranno destinate a un nuovo ente, la Scuola di Alta formazione, istituita nello stesso provvedimento. Sarà questo unico istituto che gestirà sia la formazione per l’ingresso dei nuovi insegnanti, sia l’aggiornamento per quelli di ruolo. E questo è il dato su cui si appuntano le critiche di molti docenti in servizio. Un sistema verticalizzato e omologante, che si concentra più sulle tecniche di insegnamento (riproposte più volte sempre uguali nelle diverse fasi della carriera) che sul valore della conoscenza, sulle materie di insegnamento di cui in pochi oggi si interessano.

Il nuovo sistema di fatto mette a rischio anche il dettato costituzionale di libertà di insegnamento. Infatti solo chi avrà seguito i corsi di quella scuola, avrà applicato quei metodi didattici in classe e sarà per questo giudicato “meritevole” da una commissione di Istituto, potrà ricevere un bonus. Ma, attenzione, le risorse del bonus non superano il 40% dei docenti “premiabili”. Dunque, i “meritevoli” non potranno superare quella soglia. E non è finita qui. Come viene finanziato il bonus? Con il taglio alle risorse per il personale, che viene ridotto annualmente di circa 2000 unità.

Un percorso a ostacoli

Vita dura anche per chi vuole entrare nella professione. Sulla gratuità o meno dei 60 crediti formativi abilitanti da prendere all’università non c’è chiarezza. Si dovrà poi fare il concorso e quindi affrontare un tirocinio triennale. Un percorso a ostacoli complesso anche dal punto di vista burocratico, che peraltro aggiunge nuovi oneri agli insegnanti già in servizio chiamati a fare da tutor.

Oltre che nelle scuole, il malcontento si percepisce anche in Parlamento. “Abbiamo ricevuto il testo già fatto dal governo – dichiara il capogruppo 5Stelle in commissione Cultura alla Camera Manuel Tuzi –. Stiamo preparando emendamenti per evitare i tagli all’organico. Se ci sarà una riduzione di studenti, sarà l’occasione buona per eliminare le cosiddette classi-pollaio, non per ridurre il personale”. Via anche il taglio alla carta del docente e infine l’impegno del gruppo dei pentastellati è di rendere meno burocratico l’ingresso nella professione. Tuzi sta valutando anche le criticità segnalate dai docenti sulla Scuola di Alta formazione.

Anche sul fronte Pd c’è l’impegno a evitare i tagli. Semmai si deve investire. Per il partito di Letta è importante riuscire a fare in poco tempo un lavoro ordinato e condiviso, in modo che non si ripeta quello che troppo spesso è accaduto in passato: riforme inapplicate e accumulo di precariato. “Mancano 10 mesi alla fine della legislatura – dichiara la senatrice Valeria Fedeli, che da ministra aveva già varato nuove regole per l’ingresso nella professione, poi mai attuate –. E’ importante che i partiti della maggioranza presentino emendamenti comuni sui punti fondamentali: l’ingresso nella professione, la formazione e la carriera”. Per Fedeli va fatta chiarezza sui crediti universitari per accedere al concorso (dovrebbero essere gratuiti), quanto alla formazione dev’essere obbligatoria e fatta in servizio, quindi pagata, e infine la carriera va disegnata in base alle funzioni e le responsabilità dell’insegnante. Chi per esempio fa il tutor per la digitalizzazione o gestisce un progetto contro la dispersione scolastica, è bene che guadagni di più. Una riflessione è necessaria anche sulla proposta della Scuola di Alta Formazione.

Per Stefano Fassina (Leu) oggi c’è da emendare il decreto, ma in prospettiva ci sarebbe bisogno di un grande confronto nazionale sulla scuola, sull’aziendalizzazione che è stata introdotta nel servizio pubblico ormai già da molti anni. Per ora i tempi non concedono molto spazio a lunghi dibattiti. Il decreto è in commissione al Senato e sarà palazzo Madama a modificare il testo: alla Camera sarà blindato per poter essere convertito entro il termine del 29 giugno. Per questo i gruppi di Camera e Senato stanno lavorando assieme. In settimana il primo termine per gli emendamenti.