Niente embargo europeo
a Erdoğan: ogni paese
deciderà per conto proprio

“Era importante che tutta l’Europa assumesse la stessa posizione, ma abbiamo lasciato ai singoli Stati l’impegno di farlo perché questo crea immediatezza. Questo fa sì che non si debba fare un embargo europeo che poi porta a mesi e mesi di lavoro che avrebbero vanificato l’immediatezza dell’intervento”.

Questo è ciò che ha testualmente dichiarato il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio al termine del consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea che si è riunito a Lussemburgo per discutere sull’invasione turca del Kurdistan siriano. Fatta la tara alla sintassi e al buon senso, il massimo esponente della nostra diplomazia, ci ha comunicato così che il vertice non è servito a un bel niente. Non ha deciso l’unica cosa sensata che i ministri dell’Unione avrebbero dovuto decidere: l’embargo, ovvero lo stop immediato, decretato tutti insieme e con un atto delle istituzioni europee, alla fornitura di armi al regime di Erdoğan, che si sta macchiando di crimini contro le popolazioni civili e sta destabilizzando nel modo più pericoloso una delle aree più delicate del pianeta.

Paradosso

Uno degli aspetti più paradossali di questa ennesima e penosissima manifestazione di impotenza è che, a quanto si è potuto sapere, il veto decisivo contro ogni ipotesi di posizione comune sarebbe stato esercitato dal rappresentante del governo di Londra. Insomma, su una questione di così rilevante importanza strategica e con tante conseguenze in materia di vita o di morte per intere popolazioni, a “fare la politica” dell’Unione europea sarebbe stato proprio il paese che la sta lasciando. Complimenti. Il ministro britannico, sempre secondo le ricostruzioni del dibattito, sarebbe stato appoggiato dai colleghi dell’Ungheria e degli altri paesi di Visegrád, ossessionati da una sola preoccupazione: che la minaccia dell’autocrate di Ankara di spedire in Europa i tre milioni e mezzo di profughi siriani, la cui permanenza in Turchia è stata “comprata” dall’Unione con tre miliardi di euro versati e altri tre promessi, possa riaprire la cosiddetta rotta balcanica.

Ne abbiamo viste tante, ma un fallimento come questo dell’istituzione che rappresenta i governi europei in un momento tanto grave avremmo voluto proprio non vederlo. E francamente ci saremmo volentieri risparmiata l’ineffabile ipocrisia con cui Di Maio (ma non è stato certo il solo) ha cercato di spacciarci la vergogna per una cosa seria sostenendo che “tutta l’Europa” avrebbe assunto “la stessa posizione”, ma si sarebbe “lasciato ai singoli Stati l’impegno di farlo perché questo crea immediatezza”, mentre “un embargo europeo” porterebbe “a mesi e mesi di lavoro (?) che avrebbero vanificato l’immediatezza dell’intervento”. Ma che significa? Ma quale “immediatezza”?

Ora – ha fatto sapere ancora il nostro ministro degli Esteri – il governo di Roma varerà un decreto per “bloccare l’esportazione di armi verso la Turchia per tutto quello che riguarda il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni”. Chiaro anche questo, no? Il blocco – che “non è un embargo” si affretta a precisare Di Maio – riguarderà il futuro. I contratti stipulati e gli impegni presi in passato verranno rispettati. Erdoğan potrà continuare a sterminare i “terroristi” curdi, compresi vecchi e bambini, con le armi europee. E anche italiane (sarebbe utile che qualche ministero informasse l’opinione pubblica su tipi e quantità di armamenti che abbiamo fornito in passato alle forze armate turche).

Impotenza

L’ennesima prova di impotenza dell’Unione, o meglio dei governi dell’Unione perché ci si può sempre aggrappare alla (fievole) speranza che la nuova Commissione ribalti la decisione e quella (un po’ più solida) che lo faccia il parlamento europeo, ha seguito di poche ore l’incredibile spettacolo dell’incontro con Erdoğan del Secretary General della NATO Jens Stoltenberg. Il norvegese l’altro giorno aveva esortato il premier turco a “contenersi” (un po’ come raccomandava Berlusconi ai suoi avversari nei talkshow italiani), assicurandogli però la comprensione sua e dei vertici dell’alleanza per “i problemi di sicurezza” della Turchia. È appena il caso di ricordare che è proprio con le ragioni della “sicurezza” che il regime di Ankara ha cercato di spacciare agli occhi del mondo l’aggressione contro i civili curdi.

D’altra parte, i margini d’intervento di Stoltenberg nel raccomandare “contenimento” ad Erdoğan erano piuttosto ristretti. La Turchia è per numero di uomini sotto le armi e attrezzature di battaglia la seconda potenza militare nella NATO dopo gli Stati Uniti, che in Anatolia conservano diverse installazioni e un’importante base dell’aviazione. Si tratta di una contraddizione che esiste da ben prima dell’ultima avventura del regime turco. Già in passato e in diverse occasioni, specialmente da quando la Siria è precipitata nel caos, Ankara ha svolto nell’area un ruolo di destabilizzazione assai poco in linea con quelli che dovrebbero essere gli interessi e i princìpi (se contano ancora qualcosa) dell’Alleanza atlantica.

Ha ancora senso la NATO?

Quanto lontano può spingersi l’autocrata turco nel perseguire la sua propria politica di superpotenza regionale che utilizza senza scrupoli le milizie jihadiste, senza sfasciare l’assetto della NATO? La risposta è: parecchio visto che, purtroppo, il via libera alla sua ultima avventura è venuto proprio dalla capitale più importante dell’alleanza. L’operazione militare nel Kurdistan siriano è cominciata appena Donald Trump ha annunciato di voler ritirare il contingente che ancora si trovava laggiù dopo la guerra comune dei curdi e dei GI’s americani contro l’Isis. Poi non si è capito bene se, fra un tweet avventato e una rivolta delle alte sfere militari e dei senatori repubblicani, the Donald abbia fatto o meno marcia indietro.

Si tratta di circostanze note e ampiamente dibattute dalla politica negli Stati Uniti e dai media in tutto il mondo. Ciò che, almeno per ora, resta nell’ombra è la domanda di fondo che questi eventi dovrebbero sollevare: come può funzionare, e (di più) ha ancora un senso, un’alleanza in cui il capo del paese più forte ha tra i suoi obiettivi principali la guerra contro l’Unione europea, a colpi di dazi e non solo, e quello del secondo per potenza militare si lancia in una guerra che tradisce tutti i princìpi e gli ideali di quello che una volta si chiamava l’Occidente?

Non sarebbe il caso di cominciare a chiederselo?