Next generation
a rischio per via
di 5 paesi recalcitranti:

Sono ora ventidue i parlamenti nazionali che hanno dato il loro accordo all’aumento del massimale delle risorse proprie europee fino al 2%, necessario per consentire alla Commissione europea di creare debito pubblico europeo e finanziare il Recovery Plan (o Next Generation EU).

Cinque Paesi recalcitranti

Mancano ancora cinque parlamenti all’appello lanciato dalla Commissione europea, dal Presidente del Parlamento europeo Sassoli e dallo stesso Consiglio europeo ma si tratta delle assemblee più recalcitranti che potrebbero ritardare sine die l’avvio dei finanziamenti europei ai paesi colpiti dagli effetti devastanti della pandemia.
In prima fila c’è l’Austria il cui governo “popolare” – nonostante la coalizione con i verdi europeisti – si è messo alla testa di chi si oppone alla riforma dell’Unione (non-paper di dodici governi) e al piano di azione sociale (non-paper di undici governi).

Si contendevano il secondo posto fra gli euroscettici i finlandesi la cui Corte costituzionale aveva obbligato il Parlamento ad un voto a maggioranza super-qualificata scatenando il filibustering dell’opposizione (i “veri finlandesi”) che si divertivano a leggere nell’emiciclo favole europee e i polacchi con la maggioranza parlamentare bloccata dal “no” di diciannove puri e duri oppositori del debito europeo.

Ora che i finlandesi hanno faticosamente ratificato i polacchi bloccano l’aumento delle risorse insieme ai Paesi Bassi che uniscono alla loro nota “frugalità” (che viene notoriamente contraddetta dalla politica fiscale allegra verso le multinazionali) i lunghi negoziati per la formazione di un nuovo governo dopo le elezioni legislative del 17 marzo e all’Ungheria di Viktor Orban infragilito dalla rinata coalizione delle opposizioni che potrebbe mettere in discussione la sua leadership alle elezioni nel 2022.

Ultima fra i ritardatari la Romania, diventata forse il paese più instabile nell’Unione per i contrasti fra il presidente della Repubblica, conservatore europeista con la maggioranza governativa liberale e anch’essa europeista e il partito socialista euroscettico e travolto dagli scandali ma giunto a sorpresa in testa alle elezioni dello scorso dicembre, partito che si ispira al sovranismo polacco e ungherese.

I tempi si allungano

La Commissione ha sottolineato più volte che, dopo l’ultima ratifica, dovrà trascorrere almeno un mese per avviare la creazione del debito europeo e porre le basi finanziarie del Next Generation UE che dovrà essere dotato di 750 miliardi di euro da distribuire fra i ventisette sotto forma di sovvenzioni e prestiti che dovranno essere spesi entro il 2026.

Ursula von der Leyen

Nel frattempo, a Bruxelles è iniziato da parte della Commissione l’esame dei primi quindici PNRR (Piani nazionali di ripresa e resilienza) presentati da Italia, Portogallo, Germania, Grecia, Francia, Slovacchia, Danimarca, Spagna, Lettonia, Lussemburgo, Belgio e Slovenia che saranno poi presentati al Consiglio in giugno. Con una incredibile faccia tosta, i piani sono stati presentati anche dai governi austriaco, polacco e ungherese nonostante il fatto che i loro parlamenti non abbiano ancora ratificato l’aumento del massimale delle risorse proprie.

I limiti del sistema europeo

Tutta la vicenda del piano europeo “per la ripresa e la resilienza” ha accentuato i difetti del sistema europeo che, fin dalla metà degli anni sessanta, fa letteralmente i conti con i problemi del bilancio e del suo finanziamento.

Fu la Francia di Charles De Gaulle a bloccare per la prima volta il passaggio dal metodo intergovernativo fondato sui contributi degli Stati ad un modello sostanzialmente federale fondato su imposte europee e il potere fiscale del Parlamento europeo: ci fu così il periodo della “sedia vuota” perché De Gaulle richiamò a Parigi i suoi ministri e i suoi ambasciatori.

Il Parlamento europeo

Poco più di dieci anni dopo fu Margaret Thatcher a tentare di mettere in crisi il sistema europeo con il suo “I want my money back” improvvidamente sostenuta dalla Farnesina. Alla testa della Commissione europea non c’era più Walter Hallstein ma il ben più modesto lussemburghese Gaston Thorn che si schierò dalle parti dei governi provocando una reazione quasi rivoluzionaria del Parlamento europeo appena eletto che, guidato da Altiero Spinelli, tentò – sconfitto con onore dalle diplomazie nazionali – la via del potere costituente.

Poco è cambiato da allora sotto il cielo plumbeo di Bruxelles perché il bilancio europeo continua ad essere una percentuale irrisoria dell’insieme dei bilanci nazionali, è largamente finanziato da contributi nazionali con decisioni prese all’unanimità dal Consiglio e ratificate all’unanimità dai parlamenti nazionali. Con questo sistema, che Jacques Delors chiamò “l’ingranaggio”, basta un nonnulla perché la macchina si fermi (una sentenza perversa del Tribunale costituzionale tedesco, una maggioranza pervicacemente ostile in un parlamento nazionale…) mettendo in crisi le politiche comuni che hanno bisogno del bilancio europeo per essere sviluppate e per realizzare i pur limitati obiettivi che gli Stati hanno deciso di affidare all’Unione europea.

Aprire il cantiere dell’Unione Europea

Nelle stanze della Commissione europea e nelle sale di riunioni del Parlamento europeo così come fra economisti e fra alcune forze politiche (i Gruenen in Germania per fare un solo significativo esempio di chi potrebbe andare al potere in una posizione di forza dopo il 26 settembre) cresce la consapevolezza che il sistema debba essere cambiato e che il “cantiere dell’Unione europea” debba essere riaperto a cominciare proprio dalla politica fiscale che riguarda molti aspetti del futuro dell’Unione a cominciare dai “costi della non-Europa” per le risorse che si perdono ogni anno a causa di elusione e evasione facilitate dai paradisi fiscali, dalle distorsioni al funzionamento del mercato interno e last but not least dalla necessità di garantire il finanziamento a lungo termine di beni collettivi a dimensione europea.

A metà luglio la Commissione europea presenterà delle prime proposte innovative sulla web tax e sulle imposte o dazi europei sui prodotti ad alto contenuto di carbonio (carbon tax) e poi nel 2023 un quadro globale per la tassazione delle imprese cogliendo l’occasione offerta dalla politica fiscale della nuova amministrazione Biden.

La strada per la politica fiscale europea è tuttavia in salita se si considera che questo tema non è stato compreso fra le priorità del dibattito sul futuro dell’Europa nella Conferenza che si è aperta a Strasburgo il 9 maggio. Spetterà alle forze economiche e sociali e alla società civile usare lo strumento della conferenza per definire e rivendicare il legame fra democrazia europea e politica fiscale equa e solidale ponendo le condizioni dell’apertura del cantiere della riforma europea dopo la Conferenza.