Nella strategia americana il primo colpo nucleare non è più un tabù

Joe Biden non escluderebbe più l’uso dell’arma nucleare come first strike (primo colpo) se la guerra dei russi in Ucraina superasse un determinato livello di intensità e di pericolosità. Lo ha scritto ieri il Wall Street Journal proprio mentre il presidente americano si trovava in Polonia, in visita a una divisione aviotrasportata dell’esercito americano e poi a colloquio con un gruppo di rifugiati nella cittadina di Rzeszòw, un centinaio di chilometri dal confine con l’Ucraina.

Secondo il giornale, che cita “fonti dell’amministrazione”, il presidente avrebbe rivisto la posizione, che aveva assunto durante la campagna elettorale, per cui l’arma nucleare sarebbe stata da considerare solo come deterrenza contro il possibile uso da parte del nemico, da usare cioè solo dopo un eventuale attacco atomico degli avversari, e sarebbe tornato alla dottrina classica del first strike, ovvero il colpo da sferrare nel caso che si profilasse la prospettiva di soccombere in uno scontro convenzionale.

La “linea rossa”

Il WSJ mette in relazione questa scelta di Biden con le affermazioni, sue e del segretario generale della NATO, sulla “linea rossa” sull’uso da parte dei russi di armi chimiche, biologiche, ed eventualmente nucleari tattiche, al superamento della quale gli occidentali darebbero una “risposta adeguata”. L’”adeguatezza”, insomma, consisterebbe proprio nella escalation nucleare. La quale – particolare di grande importanza – non potrebbe essere graduale giacché, a causa delle scelte di strategia compiute in passato, gli americani e la NATO, a differenza della Russia, disporrebbero di un numero molto limitato di armi nucleari tattiche.

Sarebbero stati soprattutto alcuni degli alleati europei – il giornale non fa nomi ma potrebbe trattarsi della Polonia, delle repubbliche baltiche e forse della Gran Bretagna – a spingere verso il mutamento di strategia, che il capo della Casa Bianca avrebbe accompagnato comunque con la riserva che al first strike si dovrebbe arrivare solo in “circostanze estreme” e cioè dopo che i russi avessero effettivamente fatto ricorso alle armi “proibite”.

La (per ora presunta) svolta strategica è arrivata nel momento in cui si fanno sempre più frequenti da parte di fonti ucraine, americane e della NATO le denunce di possibili attacchi chimici o batteriologici che le forze russe, sempre più in difficoltà sul terreno, potrebbero scatenare per piegare la resistenza ucraina. Timori che trovano un possibile inquietante riscontro in una campagna nella quale si sono lanciati da giorni i media russi sulle attività in Ucraina del figlio del presidente americano. Hunter Biden – denunciano le fonti moscovite – sarebbe coinvolto nella realizzazione di laboratori di ricerca e fabbriche in cui gli ucraini starebbero testando o addirittura producendo agenti biologici per uso bellico. Officials dell’amministrazione Usa smentiscono con sdegno le insinuazioni e avanzano anzi il sospetto che la campagna possa servire da copertura all’eventuale bombardamento, da parte russa, di qualche laboratorio in cui effettivamente esistano fattori patogeni che si potrebbero diffondere all’esterno in modo da poter poi accusare gli ucraini di averli creati a scopo bellico. Sono le accuse, assurde, che sono state rivolte alla dottoressa Cornelia Silaghi, ricercatrice italiana che lavora all’università di Kharkiv a una ricerca epidemiologica, la quale è stata costretta a difendersi dalle notizie diffuse dal ministero della Difesa di Mosca secondo cui nel suo laboratorio si sarebbero fatti esperimenti sul possibile uso di pipistrelli infetti come “bombe biologiche” da far arrivare in Russia.

Hunter Biden con il padre Joe

Altri motivi di inquietudine vengono da scenari che circolano sui media americani e che sarebbero stati evocati anche nel Consiglio atlantico di giovedì scorso e nei colloqui riservati a margine. Si tratterebbe della eventualità che una nube tossica generata da un bombardamento con armi chimiche in una località dell’Ucraina occidentale possa essere trasportata dal vento sul territorio polacco. In quel caso si potrebbe ritenere l’evento alla stregua di un attacco diretto a un paese della NATO e scatterebbe il dispositivo dell’articolo 5 del Trattato atlantico, ovvero l’entrata in guerra di tutta l’alleanza.

Contenzioso territoriale

Il clima è questo, insomma. E ne ha risentito anche la terza giornata in Europa di Joe Biden, la cui visita in Polonia è cominciata con l’allarme creato da un incidente che per fortuna è rientrato presto. L’aereo con il quale il presidente polacco Andzrej Duda volava all’appuntamento con l’americano nella base di Rzeszòw è dovuto tornare a Varsavia ed effettuare un atterraggio di emergenza per un guasto tecnico. Niente di grave, solo un ritardo nel programma ufficiale, ma in un primo momento si era pensato al peggio. Biden si è intrattenuto con i militari della 82esima brigata aviotrasportata e poi ha avuto l’incontro con i rifugiati dall’Ucraina, soprattutto donne e bambini.

Mentre il presidente americano era in Polonia, a Bruxelles è proseguito e si è concluso il Consiglio europeo cui Biden aveva partecipato giovedì. I lavori sono ripresi con uno dei soliti interventi in teleconferenza del presidente ucraino, stavolta però molto polemico. Volodymyr Zelenski, dopo aver ripetuto le accuse agli europei di rifiutare aiuti militari adeguati al suo paese se l’è presa particolarmente con il leader ungherese Viktor Orbán, colpevole di non aver rotto come gli altri i ponti con Mosca e di essere il capofila di quanti si oppongono all’ipotesi che le sanzioni colpiscano pure le forniture energetiche russe.

Il territorio della Transcarpazia

Va detto a questo proposito che tra i due paesi esiste da anni un contenzioso territoriale che riguarda la Transcarpazia, abitata, oltre che da ucraini e ruteni, da una consistente minoranza magiara. A Budapest non mancherebbero tentazioni di approfittare della situazione di difficoltà in cui versa l’Ucraina per cercare di modificare il confine a favore dell’Ungheria. Analoghe tentazioni vengono attribuite, peraltro, anche alla Polonia, che da sempre rivendica la parte della regione storica della Galizia – quella dove si trova l’importante città di Leopoli – che dopo la seconda guerra mondiale venne assegnata all’Urss e passò poi all’Ucraina. Tentazioni, fonti di possibili contese e di tensioni che testimoniano ancora una volta quanti e quali problemi possano scaturire nelle aree delicate dell’Europa orientale dall’affermazione di sentimenti nazionalistici.

Quanto al resto dei lavori del Consiglio europeo ci sono da registrare pochi e incerti passi avanti sul tema che era all’ordine del giorno: gli approvvigionamenti energetici. Ci sarebbe un accordo di massima sulla necessità, scontata, di differenziare il più possibile le fonti, con un occhio di riguardo alle possibili forniture di gas liquefatto americano e canadese, per il quale Biden il giorno precedente aveva battuto non poco la grancassa (sono in gioco miliardi di dollari) e si sarebbe parlato con una certa concretezza della possibilità di mettere in comune le scorte. La misura che sta particolarmente a cuore ai paesi dell’Europa meridionale, e della quale Draghi si è fatto alfiere, e cioè la fissazione di un tetto massimo comune europeo al prezzo del gas è stata invece respinta con durezza dalla Germania e dai paesi del nord. Anche qui sono in ballo interessi economici fortissimi. Per ora l’Europa continua a finanziare senza farsi scrupoli la guerra di Putin.