Nella spirale, oltre la paura per raggiungere un mondo nuovo

In questo momento di riaperture, ripensare ai giorni del confinamento potrebbe significare trasformare in opportunità quel tempo che, per molti mesi, ci è apparso come perso. È quello che prova a fare Gianluca D’Andrea, con il suo Nella spirale (Stagioni di una catastrofe). Il testo è suddiviso in quattro sezioni, intitolate con i nomi delle quattro stagioni.

Le prime tre sono composte da testi di difficile definizione: sono delle riflessioni intime a partire da citazioni, poetiche o filosofiche, dei più svariati autori. La voce del poeta, nell’impossibilità di attraversare il reale a causa del confinamento, passeggia tra le letture e definisce un proprio spazio intimo di pensiero, in cui muoversi, seppur virtualmente.

Il percepire il tempo come «ultima era» (p. 9) dà avvio alle riflessioni della voce poetica: in questo è riconoscibile, per utilizzare un’espressione del filosofo Michaël Fœssel, una «ragione apocalittica», in cui il pensiero si pone di fronte a una scelta irreversibile, che bisogna prendere necessariamente e dalla quale non si può tornare indietro. In questa «urgenza» (p. 12), la poesia diventa lo strumento per ripristinare la profondità semantica delle parole, al fine di «vedere un altro mondo», per richiedere «un nuovo inizio» (p. 13).

Le prime tre sezioni sembrano essere il racconto di un percorso intimo e intellettuale, in cui la voce poetica stabilisce le ragioni del suo fare e ne predispone gli strumenti, al fine di iniziare la sua poiesis, la costruzione del proprio mondo poetico. È interessante notare come sia la sezione Inverno quella in cui compaiono i primi versi:

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?
La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva
le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

«Crisi» è termine apocalittico, poiché indica quella scelta irreversibile di cui si è già parlato. Accettare la crisi significa fermarsi sulla soglia, cedere all’indecisione e quindi all’immobilità. Per tale motivo, bisogna abbracciare lo scanto, quello spavento che dà la giusta scossa per ritornare ad agire. Scegliere l’Inverno per la propria poiesis significa vedere solo nella fine del vecchio mondo la possibilità di costruirne, o almeno immaginarne, uno nuovo. Lo spavento, quindi, non è un sentimento negativo, ma qualcosa da assecondare affinché si possa superare l’attaccamento al vecchio mondo. La sezione Inverno è il racconto della fine di un mondo, incarnato dalla bestia che muore assiderata, e l’inizio di un viaggio verso qualcosa di diverso da ciò che è stato. Nonostante l’esigenza del nuovo venga espressa sin dalle prime pagine di Nella spirale, solo l’ultima poesia, che conclude l’opera, si intitola propriamente Nuovo Mondo:

[…]
Così l’uomo si adatta alle stagioni,
come un respiro profondo sul ghiaccio
che avvolgendo il mattino nella notte
trasforma di anno in anno terra e aria.
Il suo passaggio è puro desiderio,
i suoi passi una scintilla di mare.
Come gocce in sospensione sul mare
sono già i nostri giorni e le stagioni
saranno nel futuro il desiderio
di nuove albe, nel cuore di ghiaccio
della terra, fin quando fiato e aria
si scomporranno nell’eterna notte.
Intanto questa notte è desiderio
d’aria e respiro, protesta del ghiaccio
alle stagioni in cerca d’altro mare.

Il termine «desiderio» è forse il centro di tutto: il nuovo mondo non sembra essere un luogo altro, ma una maniera diversa di osservare quanto già esiste. Anche questo nuovo mondo è fatto di stagioni, terra, aria, ghiaccio, albe, notti: è della stessa materia del precedente. Questa volta l’uomo però sembra vivere nel puro desiderio di attraversare questo mondo, come se il senso della sua esistenza fosse l’accettazione della natura del proprio ambiente. Quindi il desiderio del nuovo non è più utopia, nel senso di desiderio dell’altrove, ma paradiso, cioè desiderio di ritorno al giardino delle origini, a quando l’umano era in armonia col proprio ambiente.

La ragione apocalittica di D’Andrea non è cristiana, poiché non segue un senso lineare del tempo, ma pagana, poiché si muove in una spirale, quella del titolo. È la ragione del Ragnarok della mitologia norrena, in cui il mondo deve finire non per dare spazio a un piano di esistenza superiore, ma per rigenerare quanto già esiste.

Gianluca D’Andrea, Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), Massa, Industria & Letteratura, 2021.