Prigioniere in casa:
il lockdown accresce
la violenza di genere

“Vorrei ordinare una pizza”. E il poliziotto dall’altra parte, per fortuna, ha capito. Il 112 è un numero troppo breve per essere quello di una pizzeria. “Mi darebbe una mascherina 1522” e il farmacista ha inteso il messaggio. A quel numero rispondono i centri antiviolenza. Che hanno visto in questi mesi aumentare del 73 per cento le richieste di aiuto. E poi uno sguardo terrorizzato rivolto al vicino, di solito tenuto per imposizione a distanza, che non ha girato la testa dall’altra parte. Episodi di ordinaria violenza. Sono stati disperati e fantasiosi i modi con cui le donne hanno cercato di uscire dal dramma che stavano vivendo tra le mura di casa. Non nuovo, subito magari per anni. Ma reso insopportabile dal lockdown che si è dimostrato un acceleratore della violenza sulle donne fino al femminicidio.

Lockdown e violenza

Donne prigioniere di un compagno, di un marito, di un uomo con cui si erano illuse di condividere un progetto di vita. Complice il Covid, si sono trovate a doversi difendere, loro e spesso i figli, tra le mura di casa diventate una prigione senza via d’uscita. Non c’era la spesa da fare, un ragazzino da accompagnare a scuola, una corsa al negozio più vicino, per riuscire ad avere uno spazio di libertà in cui gli schiaffi, gli strattoni, la violenza potevi anche illuderti che non ci fossero.

E’ duro il bilancio della pandemia. Coi numeri è il caso di fare i conti nel giorno in cui viene celebrata la giornata mondale della violenza sulle donne. Sono morte in questi mesi del 2020 già 91 donne, riferisce il rapporto Eures. Una ogni tre giorni, troppo spesso in ambito familiare. Tra marzo e giugno ne sono morte 26, ventuno erano conviventi con l’assassino. In quattro casi su 5. A frenare la violenza domestica, spia di una possibile morte, è servito a poco che da più di un anno nell’ordinamento penale ci sia il cosiddetto “codice rosso” con l’obbiettivo di prevenire il femminicidio. Viene naturale una considerazione amara: chi è carnefice dentro di sé non si arresta davanti ad una ipotesi di pena dura. Se l’odio acceca il dopo conta poco.

Tra le mura di casa la violenza è stata psicologica e fisica. La convivenza forzata ha portato a reazioni esasperate, fino all’omicidio. Il culmine di un rapporto esasperato fatto di maltrattamenti pregressi, violenze psicologiche e lacrime di coccodrillo in una escalation allucinante. Violenze spesso tenute nascoste per paura, per dipendenza, per scoramento. Un caso su due delle morti di donne ha questo retroterra. Omicidi annunciati.

Panchine rosse, cartoline, firme, ricerche, programmazioni tv, per invitare alla riflessione su una piaga che non conosce confini e condizioni sociali. Le vittime sono nel nostro orizzonte. Basta essere disposti a vedere e non scegliere di guardare altrove per non avere problemi. Il nostro collega, un vicino, l’uomo cordiale che passeggia col suo cane e saluta gentilmente, tutti possono essere gli aguzzini che esasperati dagli impedimenti per il virus hanno fatto ancora più male.

Dal corpo alle idee

Le donne devono misurarsi con la violenza, ma non solo. C’è anche l’intolleranza con cui fare i conti. Vox, l’osservatorio sui diritti ha fatto una mappa che fotografa l’odio via social. Che sembra diminuire ma si radicalizza. E si accanisce contro le donne e subito dopo contro gli ebrei. L’anno scorso i discorsi dell’odio erano rivolti sempre per primi alle donne però, a seguire, c’erano i migranti. Quest’anno il picco anti-islamico è stato registrato in seguito alla liberazione di Silvia Romano. Per quanto riguarda gli ebrei, la senatrice Liliana Segre è stato un obbiettivo, per così dire, privilegiato. Quello omo-lesbo-transfobico e misogino è cresciuto con l’arrivo in aula del disegno di legge Zan e dopo l’omicidio di Maria Paola Gaglione a Caivano. E per quanto riguarda le donne c’è stata però una sostanziale modifica. L’attacco attraverso la tastiera non è stato portato come tradizione all’aspetto fisico, al corpo ma piuttosto sulla professionalità espressa nei più diversi mestieri. Innanzitutto le giornaliste. La gogna mediatica ha attaccato le professioniste di sinistra da destra e viceversa. Tutte hanno ricevuto una solidarietà di maniera. E niente di più.

C’è stato il contributo di GiULiA nell’analisi di questo cambio di obbiettivo. Dal corpo alle idee. Quasi a non voler consentire il diritto di analizzare la società, gli accadimenti, il mondo. Una sorta di censura sessista. Quali le contromisure? Un errore da non fare è lasciare i commenti senza repliche. Chi attacca e si autoesalta si può spegnere. La risposta, il dialogo, il contraddittorio sembrano poter frenare la spirale dell’odio. Quello che è certo è che contro la spirale dell’odio c’è bisogno di un’alleanza tra tutti. Al di là del sesso. Tutti, insomma, debbono impegnarsi per l’inclusione e combattere le discriminazioni.