Nella guerra alle ONG a rimestare fango arriva pure il ministro degli Esteri

Speriamo che nelle prossime ore, se non è già avvenuto, Antonio Tajani venga denunciato per diffamazione. Il motivo c’è: il ministro degli Esteri davanti alle telecamere, al termine della riunione dei ministri degli esteri europei dedicata al dossier migranti, ha sostenuto che le navi delle ONG che salvano i naufraghi “hanno appuntamenti in mezzo al Mediterraneo con i trafficanti che poi caricano i migranti sulle loro navi”. A parte l’italiano approssimativo, il senso dell’affermazione è chiaro: le ONG sono in combutta con dei criminali per compiere un reato, quello di immigrazione clandestina.

Non sappiamo se Tajani creda davvero a quello che proclama in tv. Conoscendolo tutto è possibile. Lui sostiene di averlo detto anche nella riunione dei ministri e per amor di patria speriamo che non lo abbia fatto davvero. In quel consesso c’era almeno una ministra che rappresentava un governo, quello tedesco, che le ONG (e le loro navi) non solo le appoggia politicamente, ma le finanzia direttamente. Annalena Baerbock non avrebbe ingoiato senza reagire l’accusa implicita (ma mica tanto) di finanziare attività criminali rivolta dall’italiano al governo di cui fa parte. Né sarebbe stato accettabile per i ministri degli altri dieci stati che hanno difeso e difendono l’operato delle organizzazioni umanitarie che salvano persone in mare criticando l’attitudine machista del governo Meloni. E neppure per la Commissione di Bruxelles la cui portavoce, proprio ieri, è tornata a ricordare agli attuali governanti di Roma che salvare i profughi in mare è un dovere sancito da tutte le leggi internazionali e provare a respingerli in blocco è invece un comportamento illegittimo, oltre che moralmente ripugnante.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri (da https://commons.wikimedia.org

Spacciatori di balle

Lasciamo stare, perciò, quello che ha detto e non ha detto Tajani davanti ai suoi colleghi e concentriamoci sulle sue accuse esternate coram populo italico tramite teleschermo. Anche perché il ministro degli Esteri è il più altolocato degli spacciatori di balle sulle ONG ma non è certo l’unico. Sempre ieri il suo collega alla Difesa Guido Crosetto ha sfidato anch’egli il rischio di una denuncia per diffamazione sostenendo praticamente la stessa tesi, la quale riempie peraltro da settimane le pagine e gli schermi dei media. Quelli di destra – va da sé – ma anche quelli che hanno scelto la linea di dare credito al melonismo di governo “perché vediamo che cosa faranno”.

L’accusa di complicità con gli scafisti rivolta alle ONG non è un’invenzione né di Tajani né di Crosetto né di media amanti della verità, del buon giornalismo e del bon ton come La Verità (appunto), Libero o Rete Quattro. Il primato della brillante trovata va attribuito all’allora ministro dell’Interno Marco Minniti (ahinoi pd), il vero iniziatore della guerra alle ONG con la sua pretesa che si sottoponessero a un “codice di condotta” che era la negazione del senso della loro iniziativa. Una sbandata securitaria che la sinistra paga cara ancor oggi. Venne poi il grillino Luigi Di Maio, il quale introdusse in Italia l’espressione “taxi del mare” che lasciò un segno indelebile della cialtroneria della nostra classe dirigente insieme con lo slogan “abbiamo sconfitto la povertà”. Da allora la balla si è riaffacciata come un fiume carsico lungo tutta la vicenda delle migrazioni in Italia fino a riesplodere con la guerra dichiarata a tutti – ONG, Macron, Commissione europea, Germania, Papa Francesco e radical chic sotto ogni bandiera –  dal governo Meloni-Salvini. O Salvini-Meloni.

Il caso Iuventa

Ma ha, la teoria della complicità, una sua pur sia minima attinenza con la realtà? No, ovviamente. Da quando sono state formulate le prime accuse e qualcuno ha pensato bene di investirne i tribunali della repubblica italiana ci sono state più di venti inchieste. Tutte sono state concluse con un non luogo a procedere per inesistenza del reato tranne una. La sola che ha avuto un seguito è quella che ha portato a un processo ancora in corso (almeno in teoria) a Trapani. Al centro del dibattimento era una puntata del programma televisivo Report dell’11 novembre del 2017 in cui molto confusamente venivano mostrate alcune manovre della nave Iuventa, appartenente alla ONG tedesca Jugend Rettet, che potevano essere interpretate come concordate e coordinate con una motovedetta libica e con una imbarcazione di scafisti al largo della Tripolitania. Nel processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina gli avvocati difensori hanno sostenuto che quella interpretazione era errata in quanto i membri dell’equipaggio in realtà avevano solo cercato di rimorchiare lontano il mezzo dei trafficanti per sgombrare l’area delle manovre di salvataggio e a questo punto il procedimento, nel maggio scorso, è stato interrotto e rimandato a data da definire.

La nave Iuventa
La nave Iuventa, sequestrata nell’agosto 2017 nel porto di Trapani. Foto Johannes Moths/Hotspot-Foto / ipa-agency.net / Fotogramma

La motivazione ufficiale è stata la “mancanza di interpreti” (sic) ma è ragionevole il sospetto che la procura di Trapani abbia preferito soprassedere. Anche se si fosse dimostrato che sul posto del salvataggio c’erano stati contatti tra i volontari di Jugend Rettet e gli scafisti, questo non necessariamente avrebbe provato una complicità né tanto meno l’esistenza di un “sistema” di appuntamenti concordati tra la ONG e le organizzazioni criminali.  E poi, ammesso e assolutamente non concesso che ci fosse qualcosa di illecito nell’episodio, si sarebbe trattato comunque di un reato commesso dai rappresentanti di una sola ONG, in una situazione in cui operavano all’epoca molte altre. Tutte complici?

Il “pull factor” che non esiste

Insomma, non esiste la benché minima prova di quello che il ministro degli Esteri italiano è andato avventurosamente a sostenere in tv. E altrettanto infondata è anche la versione per così dire soft della stessa accusa che viene rivolta alle ONG. Quella cioè che, pur non essendo direttamente complici come “taxi del mare” (espressione che pure nelle parole di esponenti governativi è tornata a risuonare nonostante la grama sorte toccata a chi per primo l’importò in Italia), le navi delle organizzazioni umanitarie funzionino come indiretta attrattiva per i viaggi dei migranti, i quali prenderebbero il mare solo perché sanno che qualcuno, alle brutte, li salverà. Si tratta del cosiddetto “pull factor” che viene evocato da chi non è abbastanza becero da sostenere tout court la teoria del grande complotto tra delinquenti. Ma è inesistente anch’esso. Nessuno dei tanti studi sistematici condotti in materia ha dimostrato l’esistenza di una relazione positiva tra la presenza delle navi ONG al largo della Libia e la quantità di partenze dalle coste nordafricane. In particolare, una ricerca meticolosa condotta da due studiosi della European University, i professori Eugenio Cusumano e Matteo Villa, ha dimostrato che non solo non c’ è una relazione statistica positiva, ma che in certi periodi ce n’è addirittura una negativa. Le partenze avvengono per motivi che nulla hanno a che vedere con le ONG. Dipendono dalla quantità degli arrivi di profughi via terra in Libia dai paesi dell’Africa sub-sahariana, dalle condizioni dei lager in cui vengono rinchiusi dai libici, dalle condizioni di instabilità politica tra le varie forze in campo e le tribù, da fattori meteorologici, nonché, ovviamente, dall’attività delle organizzazioni criminali che, spesso con la connivenza se non la complicità delle autorità, gestiscono il lucroso mercato.

Nonostante questo, i sostenitori del pull factor continuano a sostenerne l’esistenza e da molti mesi si fanno forti di un fantomatico “rapporto segreto” di Frontex che lo confermerebbe. Peccato che il rapporto sia tanto “segreto” che, nonostante la sua pubblicazione sia stata più volte annunciata come imminente e qualche agenzia e qualche mezzo di informazione amico del governo ne abbia fornito indiscrezioni, a nessuno è stato possibile leggerlo.