Nei luoghi di lavoro si muore più di dieci anni fa e non per la pandemia

Oltre quattrocentomila denunce d’infortunio (484.561) e oltre seicento denunce con esito mortale (677) nei primi otto mesi del 2022. I dati statistici diffusi dall’Inail sono drammatici. Diventano impietosi se compariamo i dati del 2021 con gli altri del 2011. Nel 2021, infatti, in Italia i morti sul lavoro sono stati più dei caduti del 2011, al netto dei decessi per infortunio sul lavoro da Covid-19.

Una realtà imprevista e spietata, da raccontare con i suoi numeri implacabili, per sollecitare azioni di contrasto inedite perché a fermare le morti sul lavoro non bastano più gli strumenti fin qui utilizzati e forse ormai usurati considerando che dieci anni sono tanti e che ritrovarsi dopo tanto tempo al medesimo punto di partenza può significare soltanto che la rotta era imprecisa e che il tempo va urgentemente recuperato. In questo senso la comparazione qui presentata tra la numerosità infortunistica del 2021 e l’altra del 2011, si propone di descrivere il fenomeno allo scopo di rintracciare elementi di ponderazione che possano condurre i lavoratori e le lavoratrici ad approdi più sicuri.

Il dato degli infortuni prescinde dagli occupati

infortuni lavoroLa gravità della situazione è accentuata dagli indicatori che nel 2011 e nel 2021 contraddistinguono il mercato del lavoro, considerato come quadro storico di riferimento del fenomeno infortunistico in relazione alla popolazione lavorativa.
Nel 2011, stando al Rapporto sulla Coesione Sociale pubblicato nel 2012 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la platea degli occupati era di ventidue milioni e novecentosessantasette mila lavoratori e lavoratrici. Dieci anni dopo si compone di ventidue milioni e settecentoquarantasei mila occupati, informa la nota mensile dell’Istat sull’andamento dell’occupazione in Italia pubblicata il 2 febbraio scorso. La comparazione, dunque, mostra una lieve differenza occupazionale, minore nel 2021 rispetto al 2011. Nell’anno appena trascorso, però, non solo si registrano duecentoventuno mila occupati in meno ma si contano anche meno ore di lavoro svolte.

Quasi tre milioni di Cig

Qui la differenza si fa più consistente perché consultando i dati dell’Osservatorio Inps sulla Cassa Integrazione Guadagni, si apprende che nel 2021 sono state richieste e autorizzate complessivamente 2.821.165.153 di ore di cassa integrazione. Dieci anni prima, invece, il totale complessivo delle ore autorizzate era stato in numero di 973.164.427.
Collocata in tale contesto la comparazione evidenzia che, rispetto al 2011, nel 2021 hanno lavorato meno lavoratori e lavoratrici e per molto meno tempo; nonostante ciò si sono avuti più decessi sul lavoro.
Questo primo elemento è già di per sé destabilizzante del modello di lettura dei dati infortunistici cui si era abituati e certamente archivia l’antica equazione in base alla quale gli infortuni aumentano o diminuiscono con la crescita o decrescita dell’occupazione.

Una più approfondita ricerca, peraltro, renderà evidente che il nesso tra andamento infortunistico e oscillazione degli occupati era già stato scalfito negli anni passati e in determinati settori: per esempio quello edile. Oggi quel nesso si è infranto del tutto ed è bene tenerne conto nella programmazione d’interventi a tutela della vita dei lavoratori e delle lavoratrici.

Diminuiscono gli infortuni ma non i decessi

lavoroEsplorando con la dovuta cautela i dati statistici rilevati dall’Inail nel 2011 e nel 2021, si nota che il numero delle denunce d’infortunio non mortali è notevolmente diminuito: erano pari a 725.174 nel 2011; sono stati 555.236 nel 2021. Da quest’ultimo dato vanno sottratti i casi d’infortunio da Covid-19 che, nel solo anno considerato, sono stati 42.561; rimangono dunque 512.675 denunce. Si tratta di una riduzione che certamente conferma la trasformazione positiva dei livelli di rischio in atto ormai da diversi anni nel nostro Paese. È la numerosità degl’infortuni mortali a sollecitare invece un perfezionamento della trasformazione in corso.

Crescono gli omicidi bianchi

Nel 2021 gli infortuni mortali sono stati in numero di 1.221; togliendo le denunce con esito mortale da Covid-19 pari a 243, rimangono 978 denunce d’infortunio con esito mortale pervenute all’Inail.

Dieci anni fa i casi mortali rilevati dall’Inail furono 920. In un decennio, insomma, si registrano 58 decessi in più.
Chiaramente una comparazione per genere, classe d’età e luogo di accadimento (sul posto di lavoro o in itinere) richiederebbe una più approfondita analisi, disaggregata dagli infortuni per Covid e dunque impegnerebbe più tempo e più spazio.
Raffrontando tuttavia i dati per classe d’età si nota che nel 2011 la fascia anagrafica maggiormente colpita era quella compresa tra i 35 e i 49 anni, con una percentuale del 41,7%; dieci anni dopo la classe d’età più coinvolta è quella compresa tra i 55 e i 59 anni, con 254 denunce. È la conferma di una tendenza già intercettata dalla Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione nel suo Primo Rapporto sugli infortuni e le malattie professionali in Italia pubblicato nel 2019.

Analizzando gli Open Data Inail degli anni 2010-2018, il Rapporto evidenzia, per le vittime d’infortunio mortale, l’allargamento negli anni delle classi 51-60 e 61-66, suggerendo di tenerne conto per progetti mirati di prevenzione. Il dato, però, evidenzia anche la rischiosità cui è esposta una popolazione lavorativa come quella italiana caratterizzata da un progressivo invecchiamento.

Gli infortuni oscurati

L’attenzione verso gli infortuni sul lavoro dei mass e social media e degli attori sociali e politici (sindacati, associazioni, commissioni parlamentari, istituzioni preposte come, ad esempio, i comitati consultivi provinciali istituiti per monitorare il fenomeno) si concentra sui dati mensili diffusi dall’Inail, che riguardano le denunce pervenute all’Istituto. L’Inail però, in seguito alle istruttorie di rito, non riconosce come accaduti sul lavoro tutti gli infortuni denunciati. La mancata analisi di questo aspetto della questione induce a una lettura parziale dei dati e dunque fuorviante della realtà. Si tratta di un problema studiato ed evidenziato dal già citato Primo Rapporto della Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione.

È stato dimostrato, infatti, che le percentuali di riconoscimento degli infortuni accaduti nei luoghi di lavoro sono molto più basse rispetto all’andamento delle denunce presentate.

Gli infortuni delle persone non tutelate

Le voci relative alle cause di negatività nel riconoscimento degli infortuni sono: il “difetto di occasione di lavoro”, la “persona non tutelata”, “attività non tutelata”, la “carenza di documentazione valida”, la “morte non riconducibile all’evento” e infine “altre cause di negatività”.

È chiaro che a parte il “difetto di occasione di lavoro”, tutti gli altri casi di infortuni il cui mancato riconoscimento dell’Inail è dovuto alle altre voci, sono stati classificati negativamente dal punto di vista dell’obbligo di risarcimento ma sono infortuni a tutti gli effetti. Il decesso di una persona non tutelata che muore a causa del lavoro è un infortunio mortale anche se l’Inail non lo tiene in conto ai fini assicurativi in quanto si tratta di persona non tutelata.

Se c’è carenza di documentazione valida e non scatta il risarcimento, ciò non vuol dire che gli infortuni non siano accaduti. Vi è dunque, sottolinea il Rapporto, una distanza fra i dati raccolti per scopi assicurativi e le esigenze informative per scopi prevenzionali; una distanza che espelle dal dato complessivo degli infortuni un certo numero di lavoratori infortunati o deceduti sui luoghi di lavoro. Ne consegue che l’analisi realistica del fenomeno, utile per individuare interventi di prevenzione sempre più mirati, è oscurata dagli infortuni accaduti ma non riconosciuti.

Servono proposte innovative

Forse è arrivato il momento di fare scelte e battaglie innovative e perciò coraggiose. Le proposte che le organizzazioni sindacali confederali hanno presentato, va in questa direzione. Occorre però valutare altri strumenti aggiornando ai tempi e alle dimensioni del fenomeno figure e norme già esistenti.
Bisogna innanzitutto sconfiggere la marginalizzazione dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza rinvigorendone competenze e poteri.

Recentemente l’Associazione More Safe, presieduta da Giovanni Luciano, ne ha proposto il rafforzamento suggerendo che potrebbero svolgere funzioni di “ispettore interno” raddoppiandone il mandato, che oggi è di tre anni; prevedendone per legge la tutela in caso di segnalazioni e/o denunce; potenziandone ruolo e competenze tecniche mediante i moduli A e B previsti per gli Addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione. Tale proposta colmerebbe il vuoto nel campo delle ispezioni, che non diverranno certamente più efficaci ed estese con la recente assunzione di qualche migliaio di ispettori in più a fronte di oltre quattro milioni di imprese censite nel 2020 dall’Istat.

Istituire il White Pass

Altra proposta elaborata dall’Associazione More Safe è l’istituzione del “White Pass” da rilasciare alle aziende a seguito dell’applicazione, da rendere obbligatoria, del sistema di gestione della salute e sicurezza aziendale attualmente previsto ma non imposto dall’art. 30 del D. Lgs. 81/08.
Andrebbero inoltre aggiornate le funzioni dell’Inail, che oggi opera soltanto sugli infortuni accaduti e sul sostegno finanziario alle imprese nella loro azione prevenzionale. L’Inail dovrebbe intervenire direttamente sui lavoratori prima e non dopo l’infortunio; dovrebbe, in questo senso, informare il lavoratore appena assunto sui suoi doveri e diritti riguardo la sua salute e incolumità; e potrebbe anche farsi economicamente carico della istituzionalizzazione obbligatoria di assemblee sindacali periodiche e frequenti in ogni luogo di lavoro sul tema della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Sono attività comunicative utili per alimentare e divulgare la cultura della prevenzione e l’etica della responsabilità. All’Istituto, del resto, le risorse non mancano considerato che il suo bilancio ha un risultato positivo che si accumula anno dopo anno.
L’Inail, insomma, come ha scritto pure Raffaele Morese, dovrebbe pensare in termini prevenzionali anche ai lavoratori e prima che s’infortunino.