Né pop-corn, né Bearzot
Il Pd pensi a sé
più che ai 5 Stelle

Né i pop-corn, né Bearzot. Il Pd è alla ricerca di una strada nuova nel sempre più travagliato (e ambiguo) rapporto con i 5 Stelle. Non la rinuncia a fare politica, ovvero la disastrosa strategia renziana dopo la batosta elettorale del suo Pd: starsene sul divano a guardare divertiti (?!) la nascente alleanza giallo-verde, senza muovere un dito. (Per dire: se dopo un’altra storica sconfitta, quella del ‘94, D’Alema e il Pds avessero mangiato i pop-corn anziché prendere l’iniziativa nei confronti di Bossi e Buttiglione, la prima stagione berlusconiana sarebbe durata assai oltre e probabilmente non ci sarebbe stata alcuna vittoria dell’Ulivo…).

Ma fare politica non è consegnarsi all’ex nemico o santificare il leader che neanche due anni fa governava con Salvini. Le lodi più sperticate per Giuseppe Conte sono venute paradossalmente da esponenti democratici: chi lo ha paragonato all’ex ct della nazionale campione del mondo (Boccia), chi lo ha indicato come “un forte punto di riferimento dei progressisti” (Zingaretti). Pur con maggiore prudenza, il neo-segretario del Pd Enrico Letta, ha dato l’impressione di voler proseguire su questa strada.

Ricevendone in cambio alcuni schiaffi: il sostegno dell’ex premier a Virginia Raggi che ha sbarrato la strada proprio a Zingaretti nella corsa per il Campidoglio, nonché la rivendicazione dell’identità penta-stellata “né di destra né di sinistra” che difficilmente troverebbe casa in alcun partito progressista del mondo.

Il risultato è lo stop all’alleanza in vista delle elezioni amministrative: da Roma a Torino, da Milano a Bologna, forse anche a Napoli, si andrà con ogni probabilità divisi, anzi su fronti opposti. Il che – dal punto di vista dei democratici – non è necessariamente un dramma, anzi. Le rare vittorie locali (dall’Emilia Romagna alla Toscana alla Campania) sono state ottenute dal centrosinistra senza e contro i 5 Stelle. Lo stesso potrebbe accadere domani nelle grandi città. Ma a patto di rimuovere ogni ambiguità.

Il caso Roma e l’opposizione a Raggi

Prendiamo il caso di Roma. Lasciare tutto lo spazio dell’opposizione più convinta contro la sindaca Raggi alla destra e a Calenda nell’illusione di poter attrarre i voti penta-stellati in un eventuale ballottaggio, rischia di portare al suicidio perché – come fanno temere i sondaggi – spaccherebbe l’elettorato del centrosinistra, estromettendolo così dal secondo turno. Gualtieri o chi sarà il candidato dovrebbe mettersi invece alla testa del fonte anti-Raggi, denunciare il suo malgoverno e non solo per ragioni di convenienza: a parte Di Maio, Conte e Di Battista non c’è cittadino romano che non bocci radicalmente l’amministrazione grillina. E poi c’è anche una questione di coerenza: quella democratica è stata l’opposizione più continua e concreta nella capitale, perché regalare ora lo spazio ad altri?

La verità è che la grande preoccupazione in casa democratica sembra rivolta ad altre elezioni, quelle politiche del 2023 ed è una preoccupazione legittima: andare alle urne da soli o con i cespugli del centrosinistra consegnerebbe certamente il Paese a Salvini e Meloni. Ma anche per questo motivo è apparsa sorprendente la retromarcia del segretario Letta sulla legge elettorale: anziché insistere sul proporzionale – anche per attutire lo scompenso democratico provocato dal taglio dei parlamentari – si è tornati a proporre il maggioritario del Mattarellum. Con la solita argomentazione slogan già usata a sinistra da Prodi, Veltroni e Renzi: sapere già la sera del voto chi governerà il Paese. Dimenticando però che chi ha vinto – soprattutto a sinistra – è durato assai poco al governo, perché le coalizioni posticce, messe assieme per avere un voto in più della coalizione avversaria, non reggono mai alla prova del governo, e basta un Bertinotti, un Turigliatto, un Mastella per mandare tutto all’aria.

Allo stato attuale, poi, un programma comune di governo del centrosinistra e dei 5 Stelle sembra fantascienza. L’esperienza del governo giallorosso è del resto indicativa, tra conflitti e rinvii su tutte le grandi questioni nazionali: dal fisco alla giustizia, dall’immigrazione alla politica industriale. Per fortuna – verrebbe da dire – il lavoro grosso anche per l’avvenire sarà fatto dal governo Draghi con il piano per accedere ai 200 e passa miliardi dell’Unione europea, e le annesse riforme poste come condizione da Bruxelles.

Proprio il Pd appare la forza più convinta e responsabile nel sostegno all’esecutivo. Forse bisognerebbe partire da qui per giocarsi la partita del 2023. Identificarsi sempre più con un governo che sta ottenendo importanti risultati e sfruttare tutto il tempo a disposizione per riorganizzare le proprie fila e il proprio campo (i primi passi di Letta al riguardo sono stati incoraggianti, sia sulla parità di genere sia sulla centralità degli iscritti), senza l’ossessione degli alleati penta-stellati: quando sarà il momento si vedrà da che parte stanno, che forza avranno e dove sarà possibile incontrarsi. Lasciando da parte la strategia dei pop-corn ma anche i miti del nostro calcio.