Nazisti sugli schermi, nazisti nella realtà, quando i cattivi di Cinecittà erano “veri”

Siamo durante la II Guerra mondiale, lungo le sponde del  lago di Como. Un uomo con l’aria piuttosto provata entra  in un piccolo albergo: vuole chiedere rifugio per lui e alcuni suoi compagni, durante la notte. La radio trasmette il ritornello del Trio lescano Tulipan. Non sa che l’hotel è occupato dalle truppe germaniche. Mentre si qualifica come “Silvio, il giornalista partigiano, quello che scrive alla Scintilla” e discute animatamente con la burbera proprietaria, arriva alle sue spalle un militare nazista armato di mitra: “Hände hoch! Mani in alto! Was ist das?”. Urla: “Partisan! Bandit! …traditore italiano… tu hai sparato camerati tedeschi…”.  Nel giardino lo mette con la faccia al muro. Però, un istante prima dello sparo, inaspettatamente il soldato viene fatto secco da Elena, la figlia della proprietaria, che lo colpisce con un grosso ferro da stiro a carbonella.

È una delle scene con cui inizia il film Una vita difficile (1961): diretto da Dino Risi, prodotto da Dino De Laurentiis, scritto dal grande sceneggiatore Rodolfo Sonego, ex partigiano, è ambientato tra la fine del conflitto e il boom economico. Silvio Magnozzi è Alberto Sordi, la ragazza che lo aiuta è Lea Massari, la proprietaria dell’hotel è Lina Volonghi. E il tedesco, che entra in scena per sparire nel giro di un minuto? Poco più di una comparsa, penserà qualcuno. Dal punto di vista formale, sì. Dal punto di vista del suo curriculum, no. Si chiamava Borante Domizlaff. Il suo nome sfila nei titoli di testa tra quelli degli attori e tuttora compare sui siti dedicati al cinema, come Comingsoon, in quell’unico ruolo (sebbene abbia fatto la comparsa, con meno rilievo, pure in altri film).

Borante Domizlaff
Borante Domizlaff

Ebbene, Domizlaff era un autentico ex maggiore delle SS; quindi interpretava,16 anni dopo la fine della guerra, se stesso. Non solo, a Roma aveva prestato servizio nella Sicherheitspolizei (SD, il servizio di informazioni e intelligence delle SS) ed era stato tra i militari che il 24 marzo del 1944, sotto il comando di Herbert Kappler, a turno uccisero nelle Fosse Ardeatine, con un colpo alla nuca, 335 prigionieri italiani: scelti dalle SS e dalla Questura di Roma, sotto il controllo della Repubblica di Salò, come vittime della rappresaglia dopo l’attacco compiuto  il giorno prima in via Rasella dai partigiani dei Gap (Gruppi di Azione Patriottica), quando erano morti più di 30 soldati del reggimento Bozen. Sembra paradossale che un ex SS, oltre tutto coinvolto ufficialmente in un eccidio e per questo processato tra 1947 e 1948, sia stato chiamato per quel ruolo in un film diretto da un regista famoso; per giunta, interpreta proprio la parte dell’assassino di partigiani, per quanto “ridicolizzato” a colpi di ferro da stiro.

Eppure il suo caso non è stato unico. Anzi, altri ex ufficiali e soldati hitleriani – dal Dopoguerra in poi – vestirono, in vari film (alcuni famosi) girati in Italia, le divise delle SS e della Wehrmacht o fecero i consulenti sul fronte militare. Oltre che in Una vita difficile, Domizlaff, per esempio, compare nel film di Vittorio De Sica La Ciociara (1960), sempre in divisa tedesca (​​Sophia Loren vinse il premio Oscar come migliore attrice protagonista); altri suoi camerati si resero utili, come vedremo, in Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini e in La caduta degli dei (1969) di Luchino Visconti, più in vari altri film, precedenti e successivi. Per giunta, quegli stessi ex ufficiali e soldati nazisti vissero a lungo in Italia, per lo più a Roma e dintorni, puntando molto sul cinema come fonte di reddito, negli anni in cui Cinecittà era una fucina di produzioni.

La storia di questi attori molto particolari pone parecchi interrogativi: sul modo in cui entrarono indisturbati nella Mecca della cinematografia italiana; sul caso – più o meno fortuito – per cui nel mondo del cinema romano venivano accolti ex soldati tedeschi perché interpretassero se stessi; sulle protezioni e coperture di cui godettero nel giro neofascista; su quelle di cui usufruirono grazie a una parte delle alte sfere del Vaticano e grazie agli apparati dello Stato italiano. A tutto ciò è dedicato un libro documentatissimo, e leggibile come un romanzo, appena arrivato nelle librerie. Si intitola Nazisti a Cinecittà (Nutrimenti. Milano 2022). È stato scritto dal giornalista Mario Tedeschini Lalli, di formazione accademica storico contemporaneista, dopo 5 anni di ricerche svolte in Italia e all’estero. Anni durante i quali ha individuato e incontrato persone e ha scovato documenti oppure si è avvalso delle opportunità offerte dal Web per  esplorare archivi, trovare testimonianze, intervistare i familiari dei protagonisti.

Ecco dunque, oltre a Borante Domizlaff, comparire sui set cinematografici un altro ufficiale nazista, a sua volta tra i carnefici delle Fosse ardeatine: Karl Hass, anche lui ex maggiore delle SS, comandante dell’Amt VI dell’Aussenkommando Rom der Sicherheitspolizei und des SD. Mentre Hass in quel periodo riuscì a sfuggire ai giudici, Domizlaff, catturato dagli inglesi, fu trasferito in Italia nel 1947 per il processo sull’eccidio delle Fosse Ardeatine. Durante le udienze sedeva in prima fila accanto al suo comandante, Kappler. Nel 1948 la sentenza condannò Kappler all’ergastolo, ma assolse tutti i coimputati perché, secondo i giudici, avevano agito “nella esecuzione di un ordine”, senza capire che era stato un “illegittimo”. Domizlaff (che poi sposò un’italiana e rimase per 15 anni a Roma) aveva capito così male quell’ordine che negli anni successivi – dopo essere tornato in Germania per fare l’assicuratore – restò fedele a Kappler, aiutandolo persino a evadere dall’Italia nel 1977.

Hass al tempo del processo Priebke

Karl Hass, invece, era sfuggito al primo processo sulle Fosse Ardeatine (cui però aveva assistito tra il pubblico, usando un finta identità); in compenso venne arruolato sotto falso nome, nel 1947, dal controspionaggio militare americano e anche dai servizi segreti del ministero dell’Interno italiano: in funzione anti-comunista, al fianco di formazioni fasciste più o meno clandestine. Nel frattempo, prestò molto spesso il suo volto, la vecchia divisa e le competenze al cinema italiano. Per esempio, è stato il consulente militare nel film Il processo di Verona (1963, dedicato alla fine di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini), diretto da Carlo Lizzani; prima ancora aveva avuto un parte in Londra chiama Polo Nord, uscito nel 1956 con la regia di Duilio Coletti. Mentre nel 1969 il regista Luchino Visconti, tra i padri del neorealismo e vicino al PCI, sul set de La caduta degli dei diresse la scena in cui il ruolo di comandante di un plotone di esecuzione è interpretato da Hass. Lo stesso che 25 anni prima aveva ucciso, rispettando il suo turno, due prigionieri nelle Fosse Ardeatine. Di certo, Hass è stato sulla scena almeno fino agli anni Settanta, quando interpretò un generale tedesco nel film La linea del fiume (1975), di Aldo Scavarda. Dopo mezzo secolo di vita tranquilla in Italia, nei dintorni di Roma, fu “scoperto” a metà degli anni Novanta grazie alle rivelazioni di Erich Priebke (il braccio destro di Kappler a Roma, estradato dall’Argentina in Italia nel 1995): furono arrestati, processati e condannati all’ergastolo, in via definitiva, nel 1998.

Un altro frequentatore del giro di Cinecittà è stato il barone Otto Gustav von Wächter, uno dei primi e più importanti esponenti del nazismo austriaco. Un pezzo da novanta, insomma, che fino al 1944 era stato il governatore del distretto di Leopoli, complice nello sterminio di migliaia di persone, soprattutto ebrei, durante l’occupazione tedesca dell’Ucraina occidentale; per poi approdare a Roma sotto falso nome e trovare protezione nel 1949 in Vaticano, grazie all’aiuto del tristemente noto vescovo austriaco filo-nazista Alois Hudal (lo stesso che dopo la guerra contribuì a organizzare un sistema di vie di fuga verso l’estero per alti esponenti nazisti). Anche von Wächter può vantare due ruoli cinematografici, nel 1949:  come comparsa nel film La forza del destino, versione cinematografica dell’opera verdiana diretta da Gaspare Gallone, e anche, probabilmente, in Donne senza nome, diretto a Roma dall’ungherese Géza von Radvànyi (la storia di un gruppo di internate).

Infine, ecco comparire nel mondo del cinema romano, come consulente militare, un altro fan di Hitler: il conte sudtirolese Anton Bossi Fedrigotti, che negli anni Trenta si era trasferito in Germania e aveva aderito, nel 1933, al Partito nazista; dopo la guerra, dal 1947, fu molto attivo proprio in Alto Adige-Südtirol nell’organizzare la fuga dei nazisti, incluso il suo amico Otto von Wächter (tutti puntavano sul Sud America). Già da tempo colpito dal fascino del cinema, fece il consulente per il film, già citato, Londra chiama Polo Nord (1956), in cui recitava Hass; dopo, trasferitosi a Roma nel 1957, lo fece per Sotto dieci bandiere, sempre di Coletti. Poi fornì la sua esperienza per il film Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini (con Sordi di nuovo protagonista e Domizlaff ancora come comparsa) e per Le quattro giornate di Napoli (1962) diretto da Nanni Loy. Partecipò come consulente, insieme ad Hass, anche alla produzione de Il processo di Verona (1963).

Otto Gustav von Wächter

Probabilmente molto, ammette lo stesso autore, c’è ancora da scoprire. E varie domande restano sospese. Per esempio, in quale misura produttori e registi, apparentemente ignari, hanno saputo quali fossero stati i trascorsi di certe “strane” comparse e di certi “strani consulenti? Presumendo, com’è probabile, che fossero ignari, c’era un’organizzazione di supporto che, tra l’altro, piazzava nazisti a Cinecittà? Non resta che augurarci di leggere un seguito, sebbene Tedeschini Lalli oggi escluda che dietro ci sia stato “un sotterraneo tentativo di infiltrazione nel cinema italiano”; semmai vari ex nazisti mai pentiti e squattrinati “si aiutavano a vicenda” e cercavano di guadagnare qualcosa “nel mondo del cinema, dove lavorare è più facile, anche informalmente”.

Vedremo se ci saranno ulteriori scoperte. Nell’attesa, è importante ciò che scrive l’autore verso la conclusione: “Una ricerca nata dalla semplice curiosità per quella che mi sembrava una stranezza della storia mi ha portato molto lontano, a contatto, non puramente intellettuale, con un altro mondo… Sono passato dall’altra parte dello specchio per capire, per descrivere e, in un certo senso, per condividere”. Tuttavia, aggiunge, che, a 77 anni dalla fine della guerra, non si può che continuare a guardare questo viaggio con “il punto di vista dei 335 uomini e ragazzi italiani uccisi con un colpo alla nuca tra le tre del pomeriggio e le otto di sera di quel 24 marzo 1944”. Perché si può stare “da una parte sola”, quella delle vittime.

Mario Tedeschini Lalli, Nazisti a Cinecittà, Nutrimenti, Milano 2022

Al libro è dedicato un sito ricco di informazioni e immagini: https://www.nazistiacinecitta.it/