NATO e Ucraina: il déjà-vu di Bucarest

Chissà se la scelta di Bucarest, tra le 30 capitali della NATO, è stata casuale oppure si è voluto darle un preciso connotato simbolico. Certo è che la riunione del consiglio dei ministri degli Esteri si è tenuta in una città legata alla memoria di un momento politico particolarmente importante della storia recente dell’Alleanza, che ha ancora, quattordici anni dopo e nel pieno della devastante offensiva russa in Ucraina, una sua corposa attualità.

Foto ufficiale dei ministri degli Esteri NATO

Nell’ordine del giorno del summit che si tenne nella capitale rumena dal 2 al 4 aprile del 2008 c’era il tema dell’allargamento della NATO ad est. Il futuro ingresso nell’alleanza di Croazia e Albania fu discusso e approvato senza problemi, quello della Macedonia del Nord, oggetto di un veto da parte della Grecia, venne rimandato (si è concluso poi nel 2020), ma il vertice si impantanò sulle richieste di adesione che venivano dai governi di Kiev e di Tbilisi. Il presidente americano George W. Bush era favorevole e tentò una forzatura imponendo la questione all’ordine del giorno. Tutti gli europei, compresa la Gran Bretagna nonostante la sua special relationship con Washington ed escluse solo le Repubbliche baltiche e gli altri paesi vassalli dell’ex impero sovietico, erano contrari. Il no era fondato su una serie di motivi, i più importanti dei quali erano l’instabilità istituzionale dei due paesi candidati, l’esistenza al loro interno di regioni potenzialmente secessioniste (il Donbass per l’Ucraina, l’Abkhasia e l’Ossezia del nord per la Georgia) ma, soprattutto, la determinazione a non compromettere definitivamente i rapporti con la Russia.

Sotto quest’ultima ragione si celavano sicuramente interessi non tutti e non sempre limpidi ed onestamente dichiarati di carattere commerciale ed economico, a cominciare da quelli legati alle forniture energetiche, ma c’era anche una esplicita scelta strategica. Da un lato si riteneva – e al vertice fu detto – che stringere l’accerchiamento della Russia avrebbe portato, per una deleteria eterogenesi dei fini, a rafforzare il potere autocratico di Vladimir Putin, il quale solo un anno prima aveva brutalmente interrotto i rapporti di pacifica convivenza con l’occidente. Dall’altro – ma questo fu espresso in maniera assai più sfumata – si pensava che la fuga in avanti di Bush avrebbe ancor più sbilanciato il delicato equilibrio all’interno dell’alleanza tra gli Stati Uniti e l’Europa, con la creazione di una sorta di rapporto privilegiato tra Washington e le capitali dell’est a scapito dei paesi della “vecchia” Europa. A bene vedere, questa configurazione dei rapporti è ancora attuale nell’anno di grazia 2022 o almeno lo è stata fino a qualche tempo fa.

La “porta aperta”

Bush fu messo in minoranza nel vertice del 2008, ma impose un compromesso nel quale c’erano tutte le ambiguità che avrebbero avvelenato la questione dell’allargamento ad est della NATO fino ai giorni nostri. Nel comunicato finale fu scritto che per Ucraina e Georgia l’alleanza manteneva una “porta aperta”, la possibilità futura di un’adesione quando le condizioni politiche interne (all’epoca la maggioranza degli ucraini era contraria) e la situazione internazionale l’avessero consentito. Per la NATO, insomma, l’ingresso dei due paesi era un impegno cui prima o poi si sarebbe ottemperato. Non è necessario sottolineare quanto questo carattere di “questione aperta” che l’adesione soprattutto di Kiev all’alleanza guidata dagli Stati Uniti ha conservato abbia offerto a Vladimir Putin il destro per mascherare le ragioni dell’invasione dell’Ucraina che andavano in realtà ben al di là della necessità di impedire l’”accerchiamento” e affondavano nel ben più torbido terreno dell’ultranazionalismo panrusso.

Per molti versi il consiglio dei ministri che si è tenuto nei giorni scorsi nello stesso luogo del summit del 2008, il pomposissimo palazzo del Parlamento fatto costruire dal dittatore megalomane Nicolae Ceausescu, è stato un déjà-vu. Ancora una volta all’ordine del giorno figuravano le aspirazioni di Ucraina e Georgia a varcare quella “porta aperta” e stavolta alla compagnia si è aggiunta anche la Moldova. C’era una differenza, però: il fronte della “vecchia Europa” non c’è più. Il segretario generale Jens Stoltenberg ha potuto dichiarare senza tema di essere smentito che tutta l’alleanza è concorde sul principio che i vicini della Russia attualmente o potenzialmente minacciati possano, se lo vogliono i loro governi, entrare nella NATO, come peraltro stanno facendo già Svezia e Finlandia. Restano da definire, certo, tempi e modi, ma questa è un’altra storia e non si sa quando l’adesione vera e propria potrà cominciare e quando concludersi, ma il principio è stabilito.

Le differenze tra il 2008 e il 2022

Quali considerazioni trarre da questa differenza tra il 2008 e il 2022? La prima, quella che può apparire come la più ovvia, è che l’aggressione russa all’Ucraina, la determinazione con cui è stata iniziata da Putin ignorando brutalmente i tentativi di mediazione che pure esistevano, e anche la criminale spietatezza dei trattamenti riservati alle popolazioni civili, abbiano cancellato tutti gli spazi di ragionevolezza sull’opportunità di cercare il modo di opporsi alle mire russe senza mettere il dittatore russo con le spalle al muro. Ma è proprio così? O si rischia di riproporre lo stesso errore che gli americani cercarono di indurre nel 2008 e che gli alleati europei corressero ma non abbastanza lasciando il riferimento alla “porta aperta”?

Un errore che potrebbe essere avere anche un’inquietante estensione geografica su un’altra area. Alla riunione dei ministri degli Esteri ha partecipato, con i colleghi di Ucraina, Georgia e Moldova, anche il capo della diplomazia di Sarajevo e nel comunicato finale accanto alle regioni del Mar Nero viene definita come “strategicamente importante” per la NATO anche quella dei Balcani occidentali e d’altronde è stato anche detto nel vertice che la scelta di Bucarest è stata motivata anche dalla sua posizione geografica: confinante a nord e a est con l’Ucraina, la Moldova e il Mar Nero e a ovest con la Serbia, notoriamente legata alla Russia. Una “porta” starebbe per aprirsi anche alla Bosnia-Herzegovina? Sono stati presi in considerazione i rischi di creare in piccolo (ma mica tanto) con Belgrado  lo stesso tipo di conflittualità che si è determinata a suo tempo con Mosca?

Per tornare alla Russia, un’analisi spassionata della situazione dovrebbe tener conto di un dato oggettivo: Vladimir Putin non è eterno, prima o poi scomparirà o per motivi biologici o perché scalzato dal potere. Qualcuno può realisticamente pensare che un suo successore, fosse anche il più democratico e il più aperto verso l’occidente (ipotesi tutt’altro che certe), non avrebbe anch’egli il problema di governare una situazione in cui i missili della NATO sono schierati a poche centinaia di chilometri e a qualche minuto di volo da Mosca? Non sono queste le considerazioni che hanno dissuaso la maggior parte degli osservatori e dei decisori politici a scartare l’ipotesi che obiettivo vero della guerra fosse il regime changing al vertice della Russia?

Chiudere la strada a tutte le alternative di de-escalation possibili è l’errore che – indicano molti segnali – l’amministrazione americana non vuole più commettere. Che, forse, i capi di Washington non hanno mai commesso veramente se è vero, come pare, che un certo livello di contatti con Mosca è stato mantenuto anche nei momenti più duri. Ha qualche senso che soltanto la NATO, tetragona, sia rimasta sulle posizioni di Bush di quattordici anni fa? E che gli europei oggi contino meno di zero?