Natalia Ginzburg, la voce di una “corsara” dai romanzi alle battaglie parlamentari

Un giorno Enzo Biagi le chiese: è vero che fa la finta tonta? Lei rispose candidamente: “E’ bene che risulti chiaro che mi muovo entro certi limiti, ed è inutile cercarmi altrove”. Ecco, è davvero inutile cercarla altrove Natalia Ginzburg, se non nei suoi libri, nelle sue storie, nelle parole pronunciate e in quelle trattenute. Bisogna cercarla ripercorrendo la sua vita, le ferite per le quali ha sofferto, i dolori che ha provato e le gioie che l’hanno percorsa. Soprattutto bisogna rivivere quei tempi di ferro e di fuoco durante i quali infuriavano nazismo e fascismo ed è cresciuta, con lei e attorno a lei, una generazione che ha segnato con il proprio coraggio e la propria intelligenza la storia migliore di questo Paese.
E’ quello che ha fatto Sandra Petrignani nel libro “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” (Neri Pozza, pagine 459, euro 18, finalista al premio Strega). Un lavoro difficile. Reso complicato dalla ricerca delle fonti, dei luoghi, degli indirizzi, dei testimoni e dei loro indizi. Ancora più complesso per gli intrecci delle storie dei tanti personaggi che hanno arricchito la vita della Ginzburg. E dalle tragedie che l’hanno segnata in modo indelebile. Due per tutte: la morte in carcere durante il fascismo di Leone Ginzburg, il primo marito, e il suicidio di Cesare Pavese con cui aveva condiviso la passione di quella grande scuola intellettuale che è stata la casa editrice Einaudi.

E’ un libro quasi monumentale (forse un po’ troppo, una scrematura non gli avrebbe nuociuto) quello di Sandra Petrignani, E’ un lavoro che, ricostruendo la figura di una grande scrittrice, illumina benissimo un’epoca. Un’epoca grande e tragica. Dentro la quale si aggirano Gian Carlo Pajetta, Adriano Olivetti, Vittorio e Lisetta Foa, Primo Levi, Eugenio Colorni, Filippo Turati. E poi Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Italo Calvino, Massimo Mila, Elsa Morante, Cesare Garboli, Alberto Moravia, Salvatore Quasimodo. E ne cito solo alcuni, perché il libro è un vero e proprio dizionario degli italiani illustri e un diario di viaggio in un tempo di rinascita nel quale si mescolano intuizioni, scoperte, dubbi, domande, avvistamenti. Un tempo nel quale, dopo il buio della dittatura, si respira la libertà e a casa Einaudi si dà la caccia ai nuovi scrittori e ognuno segue le proprie tracce e le indica agli altri e si discute, a volte si litiga, ci si divide e poi ci si riunisce.
E’ proprio quel clima della Einaudi – che sarà la casa di Natalia Ginzburg nonostante qualche tensione e un tentativo di abbandono negli anni difficili della crisi – a creare la combinazione intellettuale giusta. Nasce lì, sotto le ali protettive (e a tratti un po’ prepotenti) di Giulio il meglio della cultura italiana del dopoguerra. La casa editrice è un crogiolo di pensieri, di spunti, di idee. Sembra un vulcano in perenne ebollizione. E in quel vulcano Natalia vive, combatte (anche contro un certo maschilismo), cresce, si fa le ossa. Diventa quella grande scrittrice che poi conosceremo attraverso i suoi libri, da Lessico famigliare a Caro Michele, da Le voci della sera alla Famiglia Manzoni, dal testo teatrale Ti ho sposato per allegria, fino a quel Serena Cruz o la vera giustizia con il quale affronterà il dramma di un’adozione contrastata.
La strada di Natalia è lunga: da quei giorni a Palermo dove nasce nel 1916 e dove il padre Giuseppe Levi insegna medicina all’università al trasferimento a Torino dove cresce nella cultura antifascista (Filippo Turati fu nascosto in casa Levi prima della fuga in Francia), dal confino a Pizzoli in Abruzzo insieme a Leone fino all’arrivo a Roma. Un’adolescenza complicata (“avevo una sorella bellissima, probabilmente essere brutta mi dispiaceva”, ha raccontato), induriscono il carattere, in alcuni momenti spengono la luce negli occhi. Sandra Petrignani racconta con dovizia di particolari il rapporto con i genitori e con la famiglia, illumina i volti e le storie che nel corso degli anni trasformeranno Natalia Levi in Natalia Ginzburg. Quella che Italo Calvino, recensendo il suo romanzo E’ stato così sull’Unità nel 1947, definirà “l’ultima donna rimasta sulla terra”, una “donna forte” e una “forte scrittrice” che “crede nelle cose, nei pochi oggetti che può strappare al vuoto dell’universo”.
In questo senso anche una donna contraddittoria. O meglio, forse una donna eccessivamente coerente con se stessa e con le proprie idee, poco incline ai compromessi. Così ostinata da sfidare le convenzioni che abitano anche nel mondo della sinistra. Farà quasi scandalo un suo editoriale sull’Unità nel 1988 nel quale si schiererà per il mantenimento del crocifisso nelle aule scolastiche contro il parere di quasi tutti gli intellettuali laici tra i quali ci sono molti suoi amici. Lo fa perché quel Cristo in croce è “l’immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini”. Allo stesso modo farà discutere la sua scoperta del cristianesimo, lei ebrea di origini ebree. E a chi le chiedeva una spiegazione rispondeva: “Sì, io mi sento ebrea e cattolica, tutt’e due. Non so come, non potrei spiegare”. Ma tenne per sé come un segreto la sua conversione. Che infatti si scoprirà solo durante i suoi funerali che si svolsero, per sua espressa volontà, in chiesa.

Natalia Ginzburg

Dal libro di Sandra Petrignani emerge la figura di una scrittrice complessa, fedele a se stessa, gelosa della propria autonomia che ha tentato con i suoi libri di cercare se stessa dentro la vita che ha vissuto e le amicizie che ha frequentato.
C’è una forte passione civile nella vicenda umana di Natalia Ginzburg, che attraversa l’antifascismo e la Resistenza, passa per il partito d’azione e poi per il Partito comunista che abbandona negli anni Cinquanta per poi ritornarci più avanti durante la segreteria di Enrico Berlinguer. Sarà infatti deputata per due legislature dal 1983 e svolgerà quel lavoro con la stessa precisione e la stessa passione che aveva dedicato alla scrittura. “Dov’è oggi una moralità inflessibile come la sua? – si è chiesto Stefano Rodotà in un articolo sull’Unità del 9 ottobre 1991, dopo la sua morte – Come ritrovare il suo modo semplice e vero di cogliere il senso di una giornata parlamentare?”. In Natalia, ha aggiunto, “c’era la radice di una democrazia come rispetto di ogni interlocutore, libera dal timore di dar voce ai sentimenti e di pronunciare le grandi parole semplici, come giustizia”.
Ecco, libera. Una donna libera sia nel ruolo di scrittrice che in quello di politica. Libera di inseguire i suoi sogni e le sue storie, libera di raccontare le piccole cose. Libera di mettere in allarme tutta la sua famiglia per i suoi ritratti nel Lessico. Libera persino di farsi crocifiggere dagli intellettuali del gruppo ’63 che la ritenevano una specie di Liala, prigioniera di sentimentalismi. Libera, in politica, di seguire le proprie idee. E lo fece, con il piglio sicuro della vera corsara, negli editoriali che scrisse sull’Unità su qualunque tema, anche quelli più scabrosi. Libera di schierarsi, proprio sul giornale fondato da Antonio Gramsci, contro il cambiamento del nome al Pci dopo la svolta della Bolognina del 1989: “Dicono che il nome non è importante, a me invece sembra importantissimo”. Libera di scrivere, sempre sul quotidiano comunista, il più bel ritratto di Enrico Berlinguer “morto mentre parlava alla sua gente”. Libera infine di stare sempre e per sempre dalla stessa parte, dalla parte dei più deboli, degli ultimi. “Mi interessano di più gli sconfitti – disse un giorno – perché sono in genere migliori di coloro che vincono sempre”.

Italo Calvino
Giulio Einaudi

In un mondo in cui si ritiene di dover vincere sempre e per forza, anche calpestando il proprio avversario, anche insultando e oltraggiando, anche provando l’ebrezza dell’umiliazione dell’altro, la lezione di Natalia Ginzburg – la scrittrice e la militante politica unite dalla stessa travolgente passione civile e umana – è ancora viva. Per capirsi e per capire gli altri ci vuole infatti il coraggio di mettersi all’ascolto per cercare un brandello di verità dentro un altro punto di vista diverso dal nostro. Natalia Ginzburg quel coraggio ce l’aveva. E questo libro ce lo racconta senza nascondere nulla. Facendoci immergere in una stagione della storia e della cultura d’Italia così grande e bella da sentirne oggi fortemente la mancanza.