Narodni Dom, la scintilla del fascismo
Cento anni dopo restituzione agli sloveni

Accadde il 13 luglio del 1920 che una folla rumoreggiante si radunasse a Trieste in Piazza Grande, appena ribattezzata piazza dell’Unità d’Italia. Che l’arringasse Francesco Giunta, amico personale di Mussolini, interventista, legionario fiumano, squadrista, fascista della prima ora, fiorentino di suo ma spedito dal nascente partito ad occuparsi del confine orientale. Che il Giunta si riferisse ad un confuso episodio avvenuto a Spalato qualche giorno prima nel corso del quale due italiani erano stati uccisi. Che proprio quel pomeriggio, là tra la folla venisse accoltellato a morte tale Giovanni Nini e che corresse subito la voce ‘è stato uno slavo’. Che il Giunta cogliesse l’occasione al volo, invocando a gran voce ‘occhio per occhio, dente per dente’, e che quel fiume di gente iniziasse una specie di pogrom antislavo. Che se la prendessero con sedi commerciali, studi di avvocati, banche slovene e croate, scuole private della comunità ortodossa serba, ditte di spedizioni, magazzini, negozi, locande, tipografie. Che si ritrovassero in piazza Oberdan davanti al Narodni Dom, la ‘casa nazionale’ degli slavi di Trieste che ospitava anche l’Hotel Balkan, che gli appiccassero il fuoco e che le fiamme divorassero l’albergo, gli uffici della Cassa depositi e prestiti, la sala di lettura,la palestra, la sala grande dedicata agli spettacoli, il ristorante, il caffé, la biblioteca, la redazione di ‘Edinost’. Narrano le cronache che attorno alla mezzanotte fosse tutto finito, che il fascismo italiano avesse trovato la sua scintilla, che gli sloveni fossero avvertiti del loro destino. Pochi anni dopo ne italianizzarono i cognomi, ne proibirono l’uso della lingua e il Tribunale speciale comminava le prime pene capitali ai ‘terroristi slavi’.

Accaddero poi molte altre cose, la guerra, l’aggressione italiana alla Jugoslavia, nel ‘43 l’annessione dell’intera regione costiera al Reich, la Risiera, i quaranta giorni di occupazione da parte dell’esercito jugoslavo, il dramma delle foibe e dell’esodo, lo status giuridico della città irrisolto e affidato dal 12 giugno del ’45 al governo americano fino al ’54, e una tensione etnica costante, sottotraccia ma presente per decenni. Accadde anche che il 13 luglio del 2010 tre presidenti di tre repubbliche (Giorgio Napolitano, lo sloveno Danilo Turk, il croato Ivo Josipovich) si prendessero per mano a Trieste e deponessero insieme una corona al Narodni Dom e un’altra al monumento all’esodo degli istriani e dalmati, prima di assistere con solenne compostezza al concerto diretto da Riccardo Muti in piazza dell’Unità. Si parlo’ all’epoca con molto ottimismo di “memoria condivisa”, in un posto dove pero’ ognuno ha la sua, che raramente coincide con quella del vicino. Ma fu un gesto di indubbio valore politico. Quanto alla memoria, meglio affidarla all’indagine degli storici, che molto hanno indagato e prodotto, e molto ancora produrranno.

Accadde anche che il 23 febbraio 2001 il Parlamento italiano approvasse la legge di tutela dei diritti dei cittadini italiani di lingua e cultura nazionale slovena, e che l’art. 19, intitolato “restituzione di beni immobili”, prevedesse che nell’edificio dell’ex Narodni dom trovino sede “istituzioni culturali e scientifiche sia di lingua slovena sia di lingua italiana”. E che quasi vent’anni dopo, il 13 luglio del 2020, siano altri due presidenti della Repubblica, Sergio Mattarella e Borut Pahor, a firmare il protocollo per la restituzione del Narodni dom. Non lo faranno in quella sede, ma nel Palazzo del Governo. In precedenza i due presidenti si saranno incontrati in un altro luogo simbolo , la foiba di Basovizza, dove nessun capo di Stato sloveno si era mai soffermato per un omaggio alla memoria delle vittime. Insieme onoreranno anche il cippo che a Basovizza ricorda i quattro giovani antifascisti (che ancora oggi la destra locale chiama “terroristi”) ivi fucilati. Simboli, ancora simboli, e ogni simbolo una querelle storiografica, una memoria diversa, una speculazione politica.

Accade anche in questi giorni che ogni anima della città reagisca a modo suo. Gli ‘italiani’ del mondo del grande esodo da Istria e Dalmazia sono divisi: una parte considera “storica” la presenza del presidente sloveno alla foiba, un’altra parte la ritiene “una provocazione”. La destra nazionalista al solito ritiene che nulla sia dovuto agli sloveni.

Neanche il mondo sloveno appare compatto. Una parte rivendica la totale “slovenità” del Narodni Dom e lo considera come una semplice e dovuta riappropriazione del maltolto, un’altra, che ha avviato anche una raccolta di firme tra le più illustri della cultura cittadina (solo due nomi tra tanti: Claudio Magris e Mauro Covacich), auspica invece che la nuova “casa nazionale” degli sloveni apra le sue porte: non solo a iniziative e istituzioni italiane, ma anche serbe e croate, due forti comunità ben radicate a Trieste, come testimoniano la storia della città e le più recenti immigrazioni. Si vorrebbe una “casa” che sia certo degli sloveni, ma al contempo figlia della migliore tradizione cosmopolita della città, e non frutto sterile delle tragiche fratture dello scorso secolo. Senza fertile convivenza, da queste parti non c’è futuro.