Napoli, tra debito
e alleati scomodi:
per Manfredi sarà dura

Dunque a Napoli Gaetano Manfredi fa il botto. Se una sua vittoria al primo turno era prevedibile – gli ultimi sondaggi lo avevano indicato molto vicino alla soglia del 50% –, di certo non era facile immaginare che arrivasse col 62,88%. Per rendere l’idea di quanto sia alta la percentuale, basti pensare che il risultato è secondo solo al plebiscitario 72,9% con cui Antonio Bassolino fu riconfermato sindaco nel ’97. Cos’ha funzionato?

In primis ci sono stati gli sforzi di Marco Sarracino, il giovane segretario metropolitano del Pd, che sta provando a ricostruire un partito lasciato in macerie dalla vecchia dirigenza popolare. Se il Pd a Napoli è tornato ad essere il primo partito il merito è anche suo. Poi c’è che in questi mesi Manfredi è stato l’unico a parlare dei veri problemi della città: il debito comunale e il boom del turismo. Un aspetto che, nel clima di sfiducia generale da parte dei cittadini, ha contribuito a farlo spiccare rispetto agli altri candidati.

L’astensione record

Il suo avversario diretto, Catello Maresca, non è mai stato realmente competitivo: ha condotto una campagna comica, che lo ha visto protagonista più per le mascherine col logo del Napoli e la candidatura a suo sostegno di Hugo Maradona che per la forza delle sue proposte. Maresca, infatti, ha provato a sfruttare l’argomento della fede juventina dell’ex rettore della Federico II, come se questa fosse il vero problema della terza città d’Italia. In più, il candidato sindaco del centrodestra è stato definitivamente azzoppato dalle frizioni con FI e FdI (che ad un certo punto si erano addirittura sfilati dalla coalizione) e dalla bocciatura da parte dell’Ufficio elettorale del Comune di quattro liste a suo sostegno, tra cui quella della Lega, “Prima Napoli” (un nome, anche questo, a dir poco comico).

Il vero sconfitto di queste elezioni, però, è Antonio Bassolino. Non ci sono dubbi sul fatto che le possibilità di arrivare al ballottaggio fossero poche, ma l’8,2% è un risultato veramente basso, soprattutto se si tiene conto della caparbietà con cui ha cercato la rielezione a sindaco di Napoli: cinque anni fa ci aveva provato attraverso le primarie, vinte in maniera a suo dire fraudolenta dall’ex figlioccia Valeria Valente; stavolta, invece, ha addirittura rotto con il suo partito, il Pd, pur di ottenere quella terza chance che lo avrebbe riscattato dopo i diciannove processi subiti. Era più che legittimo che Bassolino provasse ad ottenere un risarcimento, ma la sensazione è che, oltre alla voglia di rivalsa e alla nostalgia dei suoi, non ci fosse granché.

Il flop annunciato, invece, è quello di Alessandra Clemente. Il misero 5,58% raccolto dall’assessora alle politiche giovanili è il simbolo plastico del fallimento dell’esperienza arancione. Non sono bastati la riproposizione del rivoluzionarismo parolaio alla de Magistris e gli occhiolini strizzati a ristoratori e baristi per ottenere un buon risultato: ormai si tratta di un film già visto che non fa più presa sull’elettorato napoletano. Si concludono, così, dieci anni in cui il governo della città è stato nelle mani di una maggioranza che ha continuamente navigato a vista per l’imperizia amministrativa e l’inettitudine politica di assessori e consiglieri. I napoletani, dunque, hanno fatto capire che non rimpiangeranno la dappocaggine di de Magistris. Peccato che in tutto questo siano stati penalizzati elementi di valore come Elena Coccia, che pure ha lavorato molto bene alla Città Metropolitana.

Con questo brutto spettacolo offerto dalla politica e dalla società civile non era difficile immaginare un tasso di astensione da record: si è recato alle urne solo il 47,19% dei napoletani, il dato più basso di sempre per il primo turno di amministrative (il precedente record negativo era il 54,12% di affluenza del 2016).

In città, infatti, i partiti non esistono più. Lo stesso de Magistris è riuscito a governare per due mandati grazie al vuoto lasciato da centrodestra e centrosinistra, ma, evidentemente – come in parte abbiamo già detto – neanche lui è riuscito a suscitare l’interesse e la partecipazione della cittadinanza. Qualche commentatore coraggioso, per dire che il Pd non è più il “partito della ZTL“, si è azzardato ad affermare che la vittoria è merito dei consensi ottenuti nei “quartieri operai”. Peccato che a Ponticelli e Barra gli operai non ci sono più e, se è rimasto ancora un certo radicamento, è merito di quelle poche famiglie che hanno fatto la trafila Pci-Pds-Ds-Pd (e anche di qualche clientela, diciamocelo). Viene da chiedersi, poi, come si possa ritenere di aver risvegliato il voto popolare se in questi quartieri l’affluenza è stata di cinque punti al di sotto della media comunale.

Un percorso irto di insidie

Ora, dunque, per Gaetano Manfredi inizia la fase difficile. Il nuovo sindaco si trova non solo ad amministrare una città depressa dal punto di vista politico e sociale, ma dovrà anche fronteggiare le due emergenze che hanno reso il Comune ingovernabile: un debito talmente grande che è difficile persino quantificarne le dimensioni e un personale sempre più anziano e sottodimensionato (attualmente i dipendenti comunali sono 4600, mentre solo dieci anni fa erano 12mila). Non a caso questi due punti sono alla base del “Patto per Napoli” che Conte, Speranza e Letta hanno firmato al momento del lancio della candidatura di Manfredi, un documento con cui si chiede l’approvazione di una legge, sul modello del decreto “Salva-Roma”, che sistemi il disastro finanziario del Comune di Napoli liberando, così, risorse per assumere personale giovane e qualificato.

Bisogna vedere, però, se a Roma la Lega accetterà volentieri di approvare un simile provvedimento. Ad occhio, tenendo conto della velocità con cui il governo vuole procedere con l’autonomia differenziata, ci viene da dire che la più grande città del Sud non sia tra le priorità di Draghi&Co.

Ma le insidie per Manfredi non finiscono qui: la nuova maggioranza pullula dei soliti mestieranti della politica locale, per lo più centristi e moderati, eletti grazie a favori fatti o promessi (l’unico merito di de Magistris era stato quello di tenerli lontani per dieci anni dai luoghi di decisione della città). Per non dire dei transfughi del centrodestra che, guidati dall’ex coordinatore cittadino di FI Stanislao Lanzotti, hanno messo in piedi una lista con Noi Sud e Italia Viva che ha ottenuto anche una buona affermazione. Il prossimo Consiglio Comunale sarà ingovernabile.

Come se non bastasse, l’ex Ministro dell’Università ha perso un alleato fedele, la sinistra di SI e Art. Uno, che aveva dato vita alla lista civica “Napoli Solidale“. Con il 3,85% dei voti presi, infatti, scatteranno solo due seggi che andranno a Sergio D’Angelo – il potentissimo presidente di Gesco, l’impresa sociale che gestisce buona parte dei servizi comunali (qualche anno fa avremmo giustamente gridato al conflitto di interesse) – e al fedelissimo Rosario Andreozzi, in passato a dire il vero già fedelissimo di Bassolino e poi di de Magistris. Insomma, i due partiti che compongono LeU restano a bocca asciutta e, come a Roma e Milano, scompaiono dal Consiglio Comunale.

Il fattore De Luca

Non è un dato da poco, perché l’alleanza giallorossa, perdendo la sua “terza gamba”, resta senza l’elemento che fa da ago della bilancia nei complicati rapporti tra Pd e M5S. A Napoli, poi, il quadro è complicato ulteriormente dalla guerra in corso tra De Luca e i pentastellati. Il Presidente della Regione Campania, vincitore silenzioso di queste Comunali, rivendica per sé il risultato e sminuisce l’apporto dei grillini: “Lunedì sera, quando commentavamo i risultati, sono arrivati in massa gli esponenti dei Cinque Stelle. A Napoli avevamo più dirigenti dei Cinque Stelle che voti dei Cinque Stelle”.

Tutti i torti De Luca non li ha: l’alleanza con elementi provenienti dal centrodestra e dal Terzo Polo non è di certo una novità per il Pd, ma una loro presenza massiccia in coalizione è esattamente lo schema con cui l’ex sindaco di Salerno si è imposto a Palazzo Santa Lucia. Insomma, in quel 62,88% c’è tanto anche di suo. Chi pensava che Napoli potesse essere un laboratorio per tenere accesa la fiamma del Conte II come modello di governo nazionale alternativo a Salvini e Meloni evidentemente si sbagliava: la città per il momento era rimasta un’enclave rispetto al resto della Campania, ma le Comunali sono state usate da De Luca come cavallo di Troia per mettere finalmente una bandiera anche sul capoluogo della Regione. Il secondo passo dell’annessione sarà inserire in giunta Umberto De Gregorio, presidente dell’EAV (la partecipata dei trasporti della Regione), come assessore alla mobilità. Chissà come sarà la coesistenza con i nomi tecnici proposti da Manfredi e quelli in quota M5S avanzati da Fico e Conte.