Napoli, SOS Biblioteca Nazionale: parte la protesta dei lavoratori

L’antefatto: il 2 novembre 2020 si insedia, come direttore del neonato museo autonomo del Palazzo Reale di Napoli, il dottor Mario Epifani. La creazione di questo istituto risale al 2019 e sottrae un monumento assai “redditizio” – lo scorso primo maggio è risultato il terzo sito più visitato in Italia dopo gli Uffizi e Pompei – agli uffici locali del Ministero della Cultura, già danneggiati dalla concessione dell’autonomia a Capodimonte e al Museo archeologico.

palazzo reale napoliE però, a differenza degli altri due musei, che custodiscono la massima parte delle collezioni d’arte e di antichità dei Farnese, Palazzo Reale nelle proprie raccolte non ha nulla che possa giustificarne lo statuto eccezionale. Da qui, forse, la ricerca spasmodica di un’identità per l’istituto da parte del ministro Dario Franceschini e del direttore Epifani, con l’ideazione e l’attuazione di alcuni progetti abbastanza discutibili da un punto di vista museologico. Tra questi, vi è il piano di espandere il percorso espositivo del Palazzo con l’aggiunta di nuovi spazi in cui allestire mostre e ospitare eventi privati (a detta del direttore, la cosa sarebbe di vitale importanza). L’operazione avverrà a spese della Biblioteca Nazionale, sistemata nel 1922 negli ambienti dell’ex-Appartamento delle feste su proposta di Benedetto Croce. Franceschini, infatti, è intenzionato a trasferirla nell’Albergo dei poveri, colossale e incompiuto edifico settecentesco voluto da Carlo di Borbone e situato in una zona marginale del centro della città.

La decisione è stata annunciata dallo stesso ministro il 6 luglio 2021, senza che prima fosse stato consultato nemmeno un funzionario bibliotecario. Sempre in quell’occasione, fu detto che per il progetto sarebbero stati destinati cento milioni del PNRR, fondi che però – come ha poi ammesso lo stesso Franceschini – non basteranno. Per di più, c’è anche l’accordo col sindaco Gaetano Manfredi, che lo scorso aprile ha dato mandato ai tecnici e agli ingegneri del Comune (ente proprietario dell’Albergo dei poveri) per procedere con le ispezioni e le operazioni preliminari al trasferimento.

Un patrimonio a repentaglio

I primi a manifestare la loro contrarietà a questa scelta sono stati i lavoratori e le lavoratrici della Biblioteca (qui il documento da loro elaborato). Infatti, l’Albergo dei poveri è in buona parte ridotto allo stato di rudere, incompiuto com’è e, oltretutto, gravemente danneggiato dai crolli verificatisi nel 1929 e dal terremoto del 1980. Tra l’altro, nel 2000 iniziarono dei lavori di restauro mai portati a termine anche a causa delle dimensioni dell’edificio, che si estende per una superficie di oltre centotremila metri quadrati. Spostare lì la Biblioteca Nazionale, allora, significherebbe dover attendere un tempo incalcolabile per la sua riapertura,Dario Franceschini impedendo quindi la consultazione delle sue collezioni, con grave danno per gli studiosi e per il pubblico.

Inoltre, va tenuto presente un dato drammatico: attualmente l’istituto dispone soltanto di sei funzionari bibliotecari – le uniche persone che conoscono bene la storia dei fondi librari e la ratio della loro sistemazione –, tutti ultrasessantenni. Di questi, per giunta, due sono prossimi alla pensione. Quindi a chi verrà affidata la direzione scientifica dei lavori? Chi potrà verificare se queste operazioni, così delicate, si svolgeranno nel rispetto della storia e del patrimonio della Biblioteca? E poi, come sa chiunque abbia qualche nozione elementare di archivistica o biblioteconomia, spesso i trasferimenti costituiscono un grosso pericolo per le raccolte, determinando delle vere e proprie emorragie: tutt’ora, non è infrequente che, in queste occasioni, si possa perdere un gran numero di libri e documenti.

Dunque vale la pena mettere a rischio le immense e preziose collezioni della Biblioteca (vi si conservano, ad esempio, milleottocento papiri ercolanensi e il più cospicuo e importante nucleo di manoscritti leopardiani al mondo, oltre a scritti autografi di san Tommaso d’Aquino, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Francesco De Sanctis e Benedetto Croce) per liberare delle sale in cui allestire mostre di scarso rilievo scientifico o da affittare ai privati? E perché devitalizzare una delle ultime istituzioni culturali di rilievo in una città desertificata dal turismo e affossata dal plebeismo dei suoi ultimi sindaci e dei super-direttori di Franceschini?

Lavoratori, ricercatori e studenti

Fino a ora, gli unici a mobilitarsi sono stati proprio i dipendenti della Biblioteca, che hanno cominciato una difficile campagna di sensibilizzazione nell’ostilità dei giornali locali, tra editoriali zeppi di dati non veri, col fine di delegittimarne le rivendicazioni, e articoli che rilanciano acriticamente le parole d’ordine della propaganda franceschiniana. A sostenerne la protesta, c’è stata soltanto un’interrogazione dell’infaticabile senatrice Margherita Corrado, e in questi giorni sono arrivati gli interventi sulla stampa di Tomaso Montanari, Eugenio Mazzarella e Piero Craveri. Ci sono poi i militanti dell’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, con i quali è stata organizzata una manifestazione lo scorso 16 giugno in Piazza Municipio (dei sindacati confederali, che pure si sono detti vicini ai dipendenti, non si è visto nemmeno un biblioteca nazionale napolirappresentante). Una dimostrazione, civile nei toni e nelle modalità, che si sarebbe dovuta tenere in Piazza del Plebiscito, se non fosse stata revocata l’autorizzazione concessa in un primo momento. Proprio in quel giorno, infatti, era cominciato il convegno con cui Franceschini ha riunito i ministri della cultura di quaranta paesi del Mediterraneo a Palazzo Reale: sia mai che i suoi omologhi stranieri avessero visto delle lavoratrici e dei lavoratori protestare contro le sue scelte.

Per tutta risposta, il ministro ha avuto l’ardire di dichiarare alla stampa che lui è disponibile a discutere “senza aggressioni” e, contemporaneamente, che è necessario andare avanti con decisione sui progetti per Palazzo Reale. La Biblioteca Nazionale, infatti, verrà rilanciata col trasferimento grazie a nuovi spazi, “multimedialità” e giovani, come ha dichiarato. E qui ci sarebbe da chiedersi che idea Franceschini ha dei giovani: veramente pensa che siano dei pesci da attirare con l’esca della gamification? E poi: ha mai messo piede nella Biblioteca? Ha mai visto la moltitudine di ricercatori e studenti universitari che ogni giorno ne affollano le sale? Lo sa che una sede decentrata e mal servita dal trasporto pubblico come l’Albergo dei poveri sarà per molti di loro difficilmente raggiungibile?

Insomma, in questa vicenda si combatte una battaglia di importanza fondamentale. Il progetto di Franceschini ed Epifani, infatti, rappresenta un salto di qualità nel disegno di smantellamento del sistema della tutela del patrimonio e nell’aziendalizzazione dei pochi istituti “salvati” dal disastro generale perché particolarmente redditizi. Vittima di una scelta ugualmente scellerata era stata la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia a Roma, ma mai era accaduto che l’esistenza di un museo autonomo fosse la causa di un’operazione del genere. Si spera, arrivati a questo punto, che le forze della sinistra che ancora tengono alla loro autonomia culturale e gli intellettuali che hanno criticato le scelte passate del ministro facciano almeno sentire la loro voce.