Napoli, sfida elettorale incerta con l’ombra
di Bassolino

Alla fine, l’immagine che racconta meglio la campagna per le amministrative di Napoli è un selfie diventato in poche ore virale sul web. Ritrae il segretario del Pd, Enrico Letta, e il candidato del centrosinistra, l’ex ministro Gaetano Manfredi, in via San Gregorio Armeno, la strada dei presepi. I due guardano in macchina, ma non si accorgono che l’obiettivo – malandrino – è andato oltre. Inquadrando alle loro spalle una statuina di Antonio Bassolino, con tanto di fascia tricolore.

Gli artigiani del centro storico sono attendibilissimi sensori di come vanno le cose in città: se hanno rispolverato le icone, ormai quasi trentennali, del sindaco del “Rinascimento” significa che hanno colto un orientamento. Un sentimento. Una ‘nziria, direbbero i classici, dove il termine, letteralmente intraducibile, sta per uno stato d’animo a metà tra l’acribia e la voglia matta.

Tra poco più di una settimana conosceremo – oltre ogni ragionevole dubbio – la vera portata della ‘nziria di Napoli. Per ora, però, quel selfie narra che l’ombra di Bassolino si allunga sempre di più, e che la partita che si va delineando è in realtà un derby a sinistra. Con il centrodestra, indebolito, lacerato, balbettante – aggrappato a un giudice, Catello Maresca, che nonostante la combattività e il profilo più che dignitoso non riesce a sfondare – nella parte del convitato di pietra. Archiviato il decennio delle bandane arancioni, dell’ammuina elevata a sistema di governo, dell’improvvisazione politica e amministrativa, del carpe diem a come viene viene, a 8 giorni dall’appuntamento con le urne a Napoli non ci sono certezze al massimo probabilità, come amava ripetere il grande matematico Renato Caccioppoli.

Elezioni, allo stato, dall’esito impronosticabile. Il candidato ufficiale del centrosinistra parte avvantaggiato, trainato da una vera e propria “macchina da guerra”, ma Bassolino ha risalito la corrente con una campagna elettorale iniziata addirittura a febbraio. E Maresca, partito bene, ha perso progressivamente terreno, mentre la candidata di De Magistris, l’ex assessora Alessandra Clemente, non è ancora entrata nel match, e difficilmente, visti i tempi, ci riuscirà.

Gaetano Manfredi

Nonostante gli apparati in campo – o forse proprio per questo – il centrosinistra “ufficiale” qualche difficoltà a ripristinare le smarrite connessioni sentimentali col suo popolo ce l’ha. Sicché fa un po’ tenerezza il povero Pierluigi Bersani che, piovuto a Napoli l’altro giorno per sostenere Manfredi, s’è trovato di fronte solo trenta-persone-trenta, venticinque delle quali candidati nelle nove liste che sostengono la corsa dell’ex rettore della Federico II. Di liste, invece, Bassolino ne ha solo quattro. La metà esatta di quante ne sono rimaste a Maresca, dopo la falcidie della commissione elettorale confermata da Tar e Consiglio di Stato. Tra le vittime illustri, perfino la lista della Lega Nord, che quindi sarà assente nei prossimi cinque anni nel consiglio comunale della più grande città del Mezzogiorno: e anche questo è un segnale, a suo modo, quasi epocale.

I sondaggisti si mantengono prudentemente cauti, “quotando” la mega coalizione di Manfredi tra il 45 e il 47%, quella di Maresca intorno al 21%, Bassolino tra il 17 e il 18% mentre la Clemente appare nettamente staccata. Le rilevazioni, però, sono sulle coalizioni, e non sui candidati sindaco: la pratica del voto disgiunto, diffusa a sinistra come a destra, potrebbe dare risultati sorprendentemente diversi. Nel derby a sinistra, intanto, impazza la guerra dei testimonial. A Bassolino non è mancata la vicinanza, in questa battaglia, di pezzi importanti della vecchia guardia del Pci: dai semi-endorsement di Gianni Cuperlo, venuto a Napoli a presentare il libro “Terra Nostra. Napoli, la cura e la politica” in un teatro Sannazzaro gremito (“Per Antonio ho stima e riconoscenza. Per fortuna sono residente a Roma, perché a Napoli mi sarei trovato davanti a un bel dilemma”), e Massimo D’Alema, all’appoggio incondizionato di Pietro Folena, che durante una manifestazione dedicata ai cento anni del partito organizzata dalla rivista InfinitiMondi ha affermato testuale: “Se fossi elettore a Napoli voterei convintamente per Antonio Bassolino”. A livello locale, poi, tra gli ex Pci è un plebiscito per Bassolino: dall’ultimo segretario regionale dei Ds, Gianfranco Nappi, a Vito Nocera, a Guido D’Agostino, Raffaele Porta, Guglielmo Allodi.

Manfredi ha sentito da tempo puzza di bruciato e, bypassando il partito locale, ridotto a una propaggine di Palazzo Santa Lucia, sede della Regione, dove gli hanno confezionato le liste, si è rivolto direttamente ai vertici del Nazareno: oltre il leader Letta, a Napoli sono arrivati per sostenerlo, solo la settimana scorsa, le capogruppo al Senato e alla Camera Simona Malpezzi e Deborah Serracchiani, e il ministro della Cultura Dario Franceschini. In precedenza, anche Giuseppe Conte era venuto a farsi una pizza con lui.

L’ex sindaco, però, con il suo iperattivismo un primo risultato l’ha ottenuto: è il più presente sui media. Sarà perché non ha spin doctor. Che invece non mancano nel comitato elettorale di Manfredi, il quale – chissà se su loro consiglio – si è finora sfilato da tre confronti pubblici con gli altri candidati organizzati dal Mattino, dalla redazione napoletana di Repubblica e dall’Unione Industriali. Una decisione che è apparsa una gaffe, più che il frutto di una precisa strategia comunicativa. Perché affidarsi solo ai proclami del governatore regionale amico, che pure stavolta ha impostato tutta la campagna elettorale sulla promessa di finanziamenti a pioggia per la città (arrivando ad aggiungere, alla presentazione ufficiale delle liste a cui Manfredi ha partecipato praticamente da spettatore seduto in prima fila, che terrà chiusi i rubinetti se non vincerà il suo candidato) potrebbe non bastare a smontare la ‘nziria dei napoletani. Che stavolta sarà – sono in molti a scommetterci – il fattore fondamentale, quello che deciderà queste consultazioni.