Nannini, Tosca, Patti Smith e gli altri
Il concertone sfonda nel vuoto

Il vuoto piega i luoghi ad una insolita convessità. Lo aveva sperimentato Papa Francesco, con la sua omelia tra le ali del colonnato di Piazza San Pietro rese livide dalla pioggia in una immagine che ha tolto il coperchio a Roma e l’ha scodellata su un mondo impaurito e chiuso. Lo hanno sperimentato anche i sindacati, officianti istituzionali di un rito laico niente profano di sapore globale che da decenni va sotto il nome di Concertone. Cancellate le grandi masse dal prato di San Giovanni, il Primo Maggio – condotto con scioltezza in studio da Ambra – è stato messo in scena con una sequenza quasi infinita di contributi musicali, alcuni registrati, materiale d’archivio, e di interpretazioni dal vivo da sale deserte e da piazze ugualmente spazzate dall’aria senza incontrare alcuna resistenza.

La loro vuotezza sembra aver abolito la contenzione di vecchi muri, di case e palazzi percossi dalle modeste onde sonore di piccoli impianti di amplificazione; l’assenza dei corpi, il tramonto del pubblico, il silenzio a brano concluso, hanno spinto verso l’alto i rumori, i canti, i messaggi commossi, le strette di mano a distanza. E il tutto si è conquistato, piaccia o meno, lo spazio immenso e vuoto di una preghiera, mentre le poche telecamere sorvolavano i tetti di Milano o riflettevano i mattoni di Firenze come quelli di Bologna, una messa cantata senza alcuna religione, un rito antico in una desolazione nuova e priva di credo, che non sia l’augurio perché trovi materia una nuova solidarietà e questa nuova solidarietà ci restituisca la materia, quella di cui siamo fatti, quella dei nostri corpi, fin qui reclusi, negati, nascosti, appiattiti.

Grandi autori da stadio hanno scelto il repertorio, la replica di vecchie interpretazioni. Così ha fatto Vasco Rossi, che pure ha pronunciato parole degne di un uomo bravo e di buona volontà. Così, Zucchero. Ma son parole e immagini che comunque sono scivolate via, cedendo il passo alla carica emotiva che altri autori hanno impresso a questa inedita edizione del Concerto del Primo maggio accettando la sfida dell’esterno notte, in buona sostanza di quel vuoto convesso, piazzando pochi attrezzi per far musica sui tetti di Milano, così ha fatto Gianna Nannini, oppure davanti a Palazzo Vecchio a Firenze, come ha scelto di fare Irene Grandi, davanti alle colline di Bassano del Grappa, sulla terrazza occupata da Francesca Michielin. Altri, come Paola Turci, Tosca, Noemi, Luca Barbarossa (servito nientemeno che da Rita Marcotulli e Paolo Fresu), Edoardo e Eugenio Bennato (bravissimi), Nicolò Fabi (intenso troppo intenso), Ermal Meta, Bugo si fanno adottare da sale da concerto romane o di altri luoghi e il risultato raramente è banale, perché grande è la concentrazione degli artisti e buona la loro qualità….ma son le piazze che incantano, è quel vuoto a muovere la vertigine.

Brava Paola Turci, densa e presente, costante, coerente. Potente Tosca, tecnica e animale come solo una grande artista, vibrante Noemi… Che donne e che interpreti, come se nel corso del tempo si sia finalmente solidificata una piattaforma italiana certa, sicura d’arte del canto di donna…una fase che in genere sfocia in un nuovo classicismo… Con Gianna Nannini, che dopo aver girovagato per qualche anno a caccia di un suo suono, di una sua nuova configurazione artistica, in grado di fornirle un registro personalissimo di emissione della voce non appeso alla tecnica, sembra approdata ad una più nuova “immaturità” solare. Lascia il gorgheggio, stringe le chiuse, abbandona i ricami e torna al sodo e insieme al lieve, all’essenziale, con nuova coscienza. E’ lei che “sfonda” Milano e i suoi tetti. E’ lei che colpisce, in un secondo tempo, con il videoclip di “Assenza”, e lasciamo perdere il senso didascalico, il richiamo, l’evocazione ai tempi che corrono… è un bel pezzo, elementare, energico, elastico non scontato e lei lo canta stra-bene. E’ lei che fora quella fascia di frequenze abbastanza anguste in cui quasi tutto, nel dominio di tempi anche loro monocordi, avviene oggi nella musica italiana, motivo per cui troppi brani sembrano frammenti di una stessa marmellata, il più delle volte abbastanza noiosa. E si salva l’acuto, lo strappo di polmoni, il merletto in favore di pubblico… E par che ci sia un bisogno spasmodico di autori in grado di smetterla con le lagne e i predicozzi sulla vita e sul senso della vita e sul nostro orizzonte e su ciò che non siamo, un bisogno estremo di testi poetici che non siano buoni da interpretare con lo spirito medianico-ispirato di un vigile urbano depresso ad un incrocio ingolfato.

Non se ne può davvero più di questa poetica d’accatto, di questa pletora di autori che a caccia di profondità per loro impossibili sfidano l’ernia. Anzi, c’è bisogno di cantautori, di gente che canta le sue cose, che le sa fare sapendo che, se lo incontra John Belushi non gli fracasserà la chitarra sul muro. Ed ecco che, personalissima visione delle cose, in questo fiume di immagini e di suoni colorati di vuoto e spesso di rammarico, appare una “luce”, piccola ma colpisce, modesta, quasi trasandata ma colpisce. Dai sottotitoli si capisce che si chiama Fulminacci e intona “San Giovanni”… “Con la luce, col fumo che scappano tra i panni/tu che stai con nessuno ma io con te da anni…”. Lui di anni ne ha ventitre e non sembra uscito da un talent, da una fabbrica di mediocri, è un ragazzo romano che canta sufficiente e par gli importi niente di dove deve andare… (questa mia rima è voluta, ma spontanea)…un lampo nel pop dei post-lunapop, ma sincero, ironico, divertente, perfino poetico, non si atteggia, non è andato dal costumista, dall’esperto di mood prima di sedersi e imbracciare la chitarra. Ma rompe il ghiaccio della monotonia, rompe le righe della quadratura industriale dell’autorialità come dello spettacolo. Chissà come finirà, ma intanto…

Intanto, il nuovo viene dal vecchio: perché ascoltare Patty Smith soffiare “Grateful” davanti a un cellulare e scoprire che si può sospendere il respiro per incanto conclamato di fronte ad una nano-ripresa video e audio ti mette sulla strada giusta: sai che le cose buone non sono lì dove guardan tutti quelli che oggi fanno musica, o credono di farlo. Poi, ti arrivano le immagini di uno Sting asciutto e italiofono mentre attacca una versione notturna di “Don’t stand so close to me” quando ormai non avevi bisogno di prove ulteriori: Alice non abita nei talent e il bel canto è solo ginnastica. Intanto, ancora,……

Intanto ancora il Concertone senza bandiere e “senza scorta” ha giocato bene la sua carta, nel vuoto pneumatico che oggi toglie il fiato a piazze e città, mentre spegne il lavoro. La tragedia è grande e davvero nessuno sa come andrà a finire, l’incertezza brilla nella notte di San Giovanni come forse mai dalla sua invenzione. E anche quel grande prato davanti al colosso della vanitosissima basilica sembra la spianata di Canne dopo la battaglia persa dai romani contro Annibale. Un deserto in cui echeggia il vento stanco della sconfitta, e i romani siamo noi. Siamo sempre noi. E’ lì, su quel prato che Alex Britti, magnifico chitarrista da sempre, ritrova il filo antico di un rock micidiale, complesso ma diretto ed efficace, irripetibile, perché Hendrix è il più irripetibile di tutti gli irripetibili. Così, solo, anche lui, sul prato desolato e verde di San Giovanni dove il virus ha fin qui sconfitto i romani, Alex intona una montagna, e si arrampica su quel sesto grado impossibile di “Hey Joe”, e pare l’eroe di una saga di cui sappiamo nulla. E il Concertone chiude nel buio.