“Msi partito democratico”: così Meloni&C archiviano la stagione delle bombe

Giorgio Almirante era un buon pastore, capace di riportare all’ovile, cioè alla democrazia, milioni di pecorelle smarrite, altrimenti vaganti nel buio di nostalgie repubblichine: destinate, in assenza di un intervento correttivo, a coltivare sogni di rivalsa e guerra civile. Giorgia Meloni ha chiuso con questo impegnativo messaggio il 2022. Nella più totale assenza di obiezioni. In questi tempi difficili e nei fumi alcolici e pirotecnici del capodanno si può anche dimenticare l’avviso “agli sbandati” del 17 maggio 1944 – o vi consegnate o sarete fucilati alla schiena, recitava in sostanza -, firmato da Almirante nella sua qualità di capo di gabinetto del ministro repubblichino Mezzasoma; dopo le lacrime versate da Meloni durante l’incontro con la comunità ebraica, possiamo – provvisoriamente, si intende – sorvolare sul ruolo svolto dall’ex segretario del Msi nella rivista “La difesa della razza”, dal 1938 principale strumento teorico dell’antisemitismo fascista. Ma la bufala del Movimento sociale italiano come traghetto di milioni verso la democrazia, questo il termine usato da Meloni, è un po’ difficile da mandare giu.

La “pecorella smarrita” Pino Rauti

Giorgia Meloni, presidente del consiglio
Giorgia Meloni

Una “pecorella smarrita” come Pino Rauti coinvolto nelle indagini sulla strage di piazza Fontana (da cui uscì indenne), usò il partito semplicemente come riparo per la sua organizzazione facendo rientrare gli adepti nel Msi poco prima della strage di piazza Fontana. Si avvicinava la tempesta, era ora di aprire l’ombrello. Ordine nuovo ebbe un ruolo da protagonista nell’escalation di attentati degli anni Sessanta-Settanta. Un altro agnello disorientato, Stefano delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale, anche lui con un excursus giudiziario costellato di assoluzioni, come Rauti legato ad apparati istituzionali deviati, rimbalzò dentro e fuori dal partito, a seconda delle congiunture (giudiziarie). A Rauti è stata recentemente intitolata una sezione di Fratelli d’Italia a Treviglio, in provincia di Bergamo. Molti hanno protestato, qualcuno ha ricordato che il fondatore di Ordine Nuovo è stato processato per la strage di piazza della Loggia e assolto, su richiesta del Pm, “per non aver commesso materialmente il fatto”. Ma lo stesso magistrato ne ha sottolineato la responsabilità morale per gli 8 morti e i 102 feriti del 28 maggio 1974.

Ammesso che le intenzioni di Almirante fossero buone, la gestione del partito, dal punto di vista del proselitismo democratico, fu un vero e proprio disastro. Basti pensare che Rauti intervenne al convegno del 1965 sulla “guerra rivoluzionaria”, organizzato dall’Istituto Pollio sulla falsariga di alcune elaborazioni del Sifar risalenti all’anno precedente, quello in cui il generale De Lorenzo metteva a punto il cosiddetto Piano Solo. Tra i partecipanti, al convegno, anche Delle Chiaie e Carlo Maria Maggi, considerato il mandate della strage di piazza della Loggia. Guerra non ortodossa contro la penetrazione comunista, manifestazioni sindacali e scioperi indicati come premesse di una spallata finale del nemico alle istituzioni, la proposta di organizzazioni miste militari-civili per contrastare l’offensiva rossa anche in tempo di pace: in pratica il menù della strategia della tensione, entrata nel vivo qualche anno dopo.

L’influenza di Ordine nuovo nelle scelte di Almirante

Giorgio Almirante, Msi
Giorgio Almirante

E’ il 1972, un mese prima dell’insediamento del governo Andreotti, pietra tombale sull’esperienza di centrosinistra iniziata negli anni Sessanta. Esplode una bomba a Peteano di Sagrado: tre carabinieri uccisi da un dispositivo piazzato su una Cinquecento da Vincenzo Vinci guerra e Carlo Cicuttini, entrambi di Ordine nuovo. Il secondo è anche segretario di sezione del Msi e, grazie a cospicue protezioni, riesce a riparare in Spagna. Eno Pascoli, già segretario del Msi a Gorizia, sarà amnistiato per il reato di favoreggiamento, poi condannato per reati connessi alla fuga di Cicuttini, alla fine assolto. Diversa la sorte di Almirante, che rinviato a giudizio per favoreggiamento userà lo scudo dell’immunità parlamentare e alla fine eviterà il processo grazie a un’amnistia. Miguel Gotor (“Generazione anni Settanta”, Einaudi 2022 ), ricorda che per la prima volta, nel novembre dello stesso anno, un rappresentante del partito di governo, il democristiano Arnaldo Forlani, accenna ad alzare il velo sulle responsabilità della destra eversiva, fino a quel momento protetta, anche al più elevato livello politico-istituzionale, da una pista anarchica costruita a tavolino.

La rete stragista

Vincenzo Vinciguerra sceglie una strada molto diversa da quella di Cicuttini. Ammette le proprie responsabilità e, pur senza collaborare in senso proprio con la giustizia, spiega ai magistrati che lo interrogano il senso della strategia della tensione. In questo modo, racconta nell’estate del 2000, si guadagnò l’ ”ergastolo contro lo Stato”, Stato che invece avrebbe voluto proteggerlo. “Le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 hanno un’unica matrice organizzativa – spiega il ‘soldato politico’ Vinciguerra – le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni . Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al centro studi di Ordine nuovo di Pino Rauti. Tale gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma anche a Roma e a Milano”.

Massimiliano Fachini di ordine nuovo
Massimiliano Fachini

Vinciguerra dice la verità. I processi hanno dimostrato, pur senza pervenire a condanne, che Ordine nuovo realizzò e organizzò la strage di piazza Fontana (Franco Freda e Giovanni Ventura hanno evitato la condanna a vita perché assolti in precedenti processi e quindi “salvati” dal principio – ni bis in idem – per cui non si può essere processati due volte per lo stesso reato). Ordinovista era Gianfranco Bertoli, il presunto anarchico che il 17 maggio 1973 lanciò una bomba a mano in mezzo alla folla che, davanti alla questura di Milano, partecipava a una cerimonia in memoria del commissario Calabresi. Ci furono 4 morti e 52 feriti, l’obiettivo principale era il ministro dell’Interno Mariano Rumor, “colpevole”, agli occhi degli eversori, di non aver proclamato lo stato d’emergenza dopo la strage milanese.

Gianfranco Fini (S) e Pino Rauti (D) durante il 16° congresso del Msi a Rimini il 12 gennaio 1990.
ANSA / F.FIORENTINI – ARCHIVIO STORICO

Ordinovisti erano Maurizio Tramonte, fonte “Tritone” del Sid (Servizio informazioni Difesa), Carlo Maria Maggi, capo della cellula Veneta, Marcello Soffiati, legato ai servizi americani, Carlo Digilio, esperto di esplosivi e successivamente diventato collaboratore di giustizia, tutti condannati per la strage di Brescia (28 maggio 1974). Ordinovista infine Massimiliano Fachini, che pochi giorni prima della strage di Bologna (2 agosto 1980), suggerì a un paio di camerati di allontanarsi dal capoluogo emilano romagnolo: condannato in primo grado, fu assolto in appello e cassazione, ma i magistrati giudicarono di “alta valenza indiziaria” la sua preveggenza.

I “duri” contro il segretario Arturo Michelini

Arturo Michelini segretario MSI
Arturo Michelini, segretario del Msi, scalzato da Almirante nel 1969

On nasce negli anni Cinquanta come corrente giovanile del Msi ispirata alle teorie di Julius Evola, antisemita, fautore della selezione di una stirpe guerriera. Secondo un rapporto della questura di Roma (citato in Gianni Flamini, il Partito del golpe), l’ispirazione teorica del gruppo si tradusse “concretamente nelle organizzazioni segrete e clandestine dei Far, fasci di azione rivoluzionaria, e della Legione nera, negli anni 1950 e 1951 si resero responsabili di una lunga catena di attentati con ordigni esplosivi”. Tra i 36 denunciati, Pino Rauti, considerato l’ideologo, e Clemente Graziani, individuato come organizzatore, successivamente assolti. Nella doppia veste, ufficiale e clandestina, Ordine nuovo gioca un ruolo importante anche nel Msi, schierandosi coi “duri” di Almirante contro i “pantofolai” guidati dall’allora segretario Arturo Michelini. Dell’organizzazione all’epoca fa parte anche Stefano delle Chiaie, successivamente uscito per fondare Avanguardia nazionale. Almirante forse è distratto, non vede o non vuol vedere. Sicuramente ha un debito con chi a suo tempo ha appoggiato la sua corrente, Rinnovamento, e questo sembra spiegare il suo atteggiamento nei confronti di ordinovisti e avanguardisti. Del resto, molti nel partito sanno cosa si muove tra questi epigoni dell’ortodossia repubblichina.

Mario Tedeschi, Masi
Mario Tedeschi

Nel ’74, quando l’organizzazione si sente privata di antiche protezioni, un dirigente di Avanguardia nazionale accusa il senatore del Msi Mario Tedeschi, piduista, strettamente legato a Federico Umberto D’Amato, capo del potentissimo Ufficio affari riservati, di osteggiare l’organizzazione dopo averla finanziata. “Oggi ci attacca duramente, eppure nel 1964-65 aveva molta simpatia per noi, tanto che ci finanziava regolarmente con un assegno mensile di 300 mila lire”. La lettera si riferisce, non a caso, agli anni del Piano Solo, il progetto golpista del generale Giovanni De Lorenzo, e del convegno dell’Istituto Pollio. Vero o falso che sia l’addebito, è noto che Tedeschi e l’Ufficio affari riservati organizzarono la campagna dei cosiddetti “Manifesti cinesi”, affissi da An nelle strade e attribuiti falsamente alla sinistra. Il loro scopo era spaventare la popolazione spingendola verso una richiesta d’ordine. Un primo, incruento saggio di una tecnica sperimentata negli anni successivi a suon di bombe, morti e feriti. Oggi la magistratura bolognese afferma che Tedeschi, direttore del Borghese, ha, insieme ad altri, ricevuto soldi dalla P2 nel periodo a ridosso della strage di Bologna per depistare a mezzo stampa le indagini sull’attentato. Sarebbe insomma, insieme a Licio Gelli, tra gli organizzatori e i mandanti del più grave attentato del dopoguerra (85 morti, 200 feriti).

La sfida a duello di Delle Chiaie a Pisanò

Giorgio Pisanò, Msi
Giorgio Pisanò

Delle Chiaie, latitante, si spinge, con impeto virile, più in là del suo fedelissimo e sfida a duello Giorgio Pisanò, anche lui parlamentare missino, custode di numerosi segreti e molto vicino, si è scoperto in anni recenti, al cosiddetto Anello, una sorta di salotto buono dei servizi segreti clandestini. Pisanò replica sul Candido, il settimanale da lui diretto, fa capire di sapere molto, ma su quel che sa tiene la bocca cucita: “ Resta dove sei e sta zitto. Perché se torni dovrai raccontarci tante cose: certi traffici d’armi, per esempio, con relativa scomparsa di fondi che ti erano stati affidati”. Pisanò sa qualcosa anche su piazza Fontana e lo fa capire parlando di “intrallazzi” tra Delle Chiaie e Mario Merlino, neofascista infiltrato tra gli anarchici e inquisito per l’attentato del 12 dicembre 1969. L’argomento viene accostato dal parlamentare ai rapporti del fondatore di An con il ministero dell’Interno e con l’Ufficio affari riservati. Non risulta che l’alto dirigente missino si sia rivolto alla magistratura per metterla al corrente delle proprie conoscenze.

Il cratere creato dalla bomba fascista nella Banca dell’agricoltura di Milano il 12 dicembre 1969

Secondo la testimonianza dell’ex avanguardista toscano Paolo Pecoriello, non è mai esistito un distacco netto tra Avanguardia nazionale e il Msi e l’organizzazione diede il massimo “contributo nel duello tra Almirante e Michelini nell’imminenza del congresso di Pescara. L’onorevole Almirante mise nelle mani di Stefano Delle Chiaie l’organizzazione della corrente Rinnovamento incaricandoci di prendere in mano, in poco tempo, la direzione del maggior numero possibile di sezioni”.

Nel ’56 Michelini vinse e Ordine nuovo andò per la sua strada per rientrare, come si è visto nel 1969. Avanguardia nazionale vide la luce invece nel 1960 e nel ’70 fu direttamente coinvolta nel golpe Borghese, apparentemente nato da un copione d’operetta, di fatto un tentativo, rientrato per un improvviso contrordine, di spostare a destra l’equilibrio politico italiano. Entrambe le organizzazioni furono sciolte negli anni Settanta per violazione della legge Scelba. Il giudice Vittorio Occorso, che nel processo a Ordine nuovo aveva rappresentato l’accusa, fu assassinato nel 1976 da Pierluigi Concutelli, “capo militare” dell’organizzazione.

Quando La Russa era il capo del fronte della gioventù a Milano

Oggi Giorgia Meloni dice che “il Msi ha combattuto la violenza politica e ha traghettato verso la democrazia milioni di italiani usciti sconfitti dalla guerra”. Forse certe cose la presidente del Consiglio non le sa, in fondo è nata solo nel ’77 e ha mosso i primi passi nel Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile missina, nel 1992. Magari potrebbe chiedere lumi a Ignazio La Russa, classe 1947, oggi presidente del Senato, anche lui ansioso, nonostante il seggio istituzionale occupato dall’ottobre scorso, di celebrare a tinte tenui la storia del Movimento sociale nell’anniversario della fondazione. Dice Wikipedia: “Il 12 aprile 1973, quando era uno dei capi del Fronte della gioventù di Milano, nella manifestazione organizzata dal Msi contro quella che veniva definita la ‘violenza rossa’ furono lanciate due bombe a mano Srcm modello 35, una delle quali uccise il poliziotto di 22 anni Antonio Marino”. Il Msi negò ogni responsabilità e, attraverso la denuncia di un suo esponente, indicò in Vittorio Loi e Maurizio Murelli gli autori dell’omicidio. Ma nel corso delle indagini, la vicenda crebbe in complessità.

Loi e Murelli erano legati a Nico Azzi, milanese di Ordine nuovo, che il 7 aprile, pochi giorni prima della manifestazione, aveva piazzato una bomba in una toilette del treno Torino-Roma, avendo prima cura di farsi notare dai passeggeri con una copia di Lotta Continua in tasca. Colpire e depistare, roba da manuale della guerra non ortodossa. Purtroppo per Azzi, l’ordigno gli esplose tra le mani e fu catturato. Le indagini sul giovedì nero rivelarono che la manifestazione e le devastazioni che per un pomeriggio paralizzarono Milano erano state organizzata in piazza San Babila, punto di ritrovo dei neofascisti milanesi, alla presenza di Pietro De Andreis, emissario del partito di Almirante. Il comizio finale era stato affidato al senatore del Movimento sociale Francesco (Ciccio) Franco, leader del movimento dei “Boia chi molla” a Reggio Calabria, che aveva visto, tra l’altro, ‘ndrangheta e organizzazioni neofasciste cavalcare la rivolta spontanea della popolazione dopo la decisione di istituire a Catanzaro la sede della Regione.

Uno degli slogan urlati durante la manifestazione milanese, “Aquila, Reggio, Milano sarà peggio”, conferma che l’intenzione era quella di estendere a livello nazionale l’esperienza fatta nel ’70 sulla punta dello Stivale. Qualcuno aveva programmato l’escalation. Davvero uno strano modo, per usare le parole di Meloni, “di combattere la violenza e traghettare milioni di persone verso la democrazia”.