Mottarone o Morandi,
se il cantiere vale
più della vita

Quanto vale una vita? Chi se la sente di dare una risposta, di fronte ai quattordici morti schiacciati in una cabina della teleferica che avrebbe dovuto lasciarli sulla cima del Mottarone, una pacifica montagna tondeggiante in alto, con una gran vista sui laghi tra Piemonte e Lombardia? La stessa domanda dovremmo porla molto spesso, però, anche quando l’emozione e la commozione vengono meno perché ci si abitua a tutto e ci si abitua presto soprattutto al dolore e al lutto degli altri, per esempio di fronte a mille (forse di più) morti sul lavoro in un anno, alle centinaia di migranti che popolano il Mediterraneo tra la Libia e noi, al bambino annegato e abbandonato come uno straccio sulla spiaggia o ai bambini di Gaza.

Ci ha turbato la fine di Luana, stritolata da una macchina che tesseva, forse perché l’abbiamo vista, grazie a instagram o a facebook, giovane e bella. Quanti muratori, quante operaie e quanti operai ci lasciamo alle spalle, invisibili, una notizia a una colonna che nessuno si prende la briga di leggere e un nome, forse una fototessera. Dei migranti non si sa nulla, neppure il numero: cadaveri inghiottiti e consumati dal mare. Dei bambini di Gaza senza colpe si sa che sono vittime secondarie, vittime collaterali, di un eterno conflitto, quando il torto si distribuisce da una parte e dall’altra, senza che nessuno voglia mai riconoscere il proprio.

Della domenica sulle pendici del Mottarone pare che si conosca ormai quasi tutto. La notte scorsa sono state interrogate e fermate tre persone, finite in carcere: il proprietario della società che gestisce l’impianto, il direttore e il capo operativo del servizio. I carabinieri e i pm della procura di Verbania sono riusciti a ricostruire quanto è accaduto proprio grazie alle dichiarazioni dei tre: avevano manomesso il freno d’emergenza della cabina per evitare di fermare l’impianto e quindi perdere gli incassi di una giornata festiva. Nei giorni precedenti il sistema funzionava male, mostrava anomalie che un intervento dei tecnici non era riuscito a risolvere. Si sarebbe dovuto fermare tutto e chissà per quanto tempo. La soluzione? Via il freno d’emergenza, nella presunzione che tanto la fune di traino non si sarebbe spezzata.

La  scorciatoia della “forchetta”

Invece domenica quella fune, di una infinità di fili d’acciaio ritorti, non ha retto. Poi ci sono le immagini: la cabina schiantata, le corde saltate, la “forchetta” rossa che era rimasta lì proprio per bloccare il funzionamento del freno d’emergenza… Seguiranno ancora indagini, periti al lavoro, prove, avvocati in mezzo, tribunali. Si dovrà persino risolvere il rebus della proprietà della funivia, tra la regione Piemonte e il comune di Stresa: contenzioso esemplare in un paese confuso.

Tra le tante cronache, un titolo mi ha colpito. Cito dall’Huffington post: “Perché la tragedia della funivia è peggio di quanto potessimo pensare”. Quattordici morti in quel modo, durante una gita, sono comunque una tragedia. Ma chiunque avrebbe sperato in un accidente imprevedibile, abbiamo sperato in un fulmine, nella forza incontenibile di un evento naturale. Un illustre giornalista si era persino avventurato ad ipotizzare l’atto di terrorismo, giusto perché su quel vagoncino erano saliti alcuni turisti israeliani: criminali all’opera con incredibile tempismo.

Tutto invece sarebbe accaduto per non lasciare gli incassi dell’apertura dopo i mesi del covid, per compensare una perdita (che magari sarà già stata compensata da uno dei tanti decreti ristori di questi mesi). Sarei curioso di sapere a quanto sarebbero ammontati quegli incassi a fine domenica. Un calcolo semplicemente mostruoso, che somma indifferenza, egoismo, ingordigia, voracità e pure stupidità… Non so che altro. Il denaro che prevale su tutto e prevale sulla vita...

La bussola del denaro

I quattordici morti del Mottarone erano in vacanza. Gli altri morti, quelli che abbiamo ricordato, erano al lavoro oppure fuggivano dalla guerra oppure erano precipitati nella guerra senza cercarla la guerra. Alla fine la morte arriva perché qualcuno vuole più soldi: l’imprenditore che elimina un marchingegno che avrebbe dovuto rendere sicuro il telaio, il capo cantiere che pretende più fatica e velocità ed elimina le protezioni, il trafficante dei porti libici che vende un posto sul gommone sapendo che andrà a fondo e che qualcuno ci penserà ma ben consapevole che forse nessuno ci penserà.
Tra le “glorie” patrie resterà eterna memoria del crollo del ponte Morandi, sopra Genova: verifiche mal fatte, manutenzioni pessime, aggiustamenti al risparmio. Perché i dividendi per gli azionisti si debbono pur pagare.

Luana D’Orazio, morta lavorando ad un orditoio

Verrebbe sempre voglia di tornare ad Hannah Arendt e a quella sua fortunata definizione, a proposito della più orrenda catastrofe del ventesimo secolo, lo sterminio di ebrei, rom, omosessuali, oppositori del nazismo. La “banalità del male”, scrisse Hannah Arendt. Vale anche per le vittime del Mottarone, anche se sono state solo quattordici, non milioni. Per poche migliaia, forse, di euro, il ricavato di una giornata a rischio, banalmente deciso dopo un grossolano ragionamento tra un gestore di funivie e i suoi tecnici: tanto che cosa vuoi che succeda, le norme, i collaudi, possiamo sempre dire che la funivia è stata controllata, collaudata, ci sono le carte, i timbri, la burocrazia, tutto a posto…
Gli uomini qualche volta si distraggono, l’errore umano è comprensibile. Al Mottarone qualcuno non ha saputo rinunciare ad un traguardo, il guadagno, per raggiungere il quale si può mandare al diavolo qualsiasi principio, qualsiasi valore, qualsiasi umanità, persino la propria dignità, anche il rispetto per se stessi e per il proprio mestiere.