Mosca nasconde le falle della guerra sotto Grande Parata

All’Aragvi si diceva che spesso vi pranzasse Stalin. Era stato aperto nel 1938 nel cuore di Mosca, sulla Gorki, proprio di fronte al palazzo del Comune dove c’è la statua del principe Dolgoruky, il fondatore di Mosca. Era, di sicuro, un ristorante georgiano per i quadri di partito, i dirigenti, gli intellettuali e gli artisti. Insomma, per la nomenklatura. Negli anni del post stalinismo ci portavano i turisti. Un ritrovo di prestigio. Ma pure un punto di incontro di strani uomini d’affari, certamente di commensali privilegiati mischiati ad agenti del Kgb. I quali, tra piatti tipici come le polpette di verdura “pkhali” o la pizza al formaggio “khatchapuri”, si preoccupavano meno del cambio nero di valuta tra moscoviti e stranieri o della vendita sottobanco delle scatole d’alluminio con 500 grammi di caviale, ma molto di più delle notizie e delle faccende politiche, interne ed esterne. Era un mondo anche affascinante.

Da qualche anno l’Aragvi non c’è più. Chiusa un’epoca tra le tante chiuse in questo immenso Paese. E da qualche giorno non c’è più nemmeno l’acqua minerale che, insieme con la vodka e i vini di Tbilisi, scorreva a fiumi in quel ristorante, nell’Urss e poi nella Russia. Era la “Borjomi” frizzante e saporita. L’acqua in bottiglia dalle fonti termali nel centro della Georgia, era anche uno status symbol. Non mancava mai sui tavoli degli incontri ufficiali di Stato e di partito. La fabbrica, in questi giorni, l’ha chiusa la guerra. L’azienda georgiana ha avuto dei micidiali contraccolpi finanziari, il limitato accesso ai conti bancari, anche per via delle sanzioni occidentali, l’ha privata di valuta estera destinata a saldare i creditori. Insomma, chiusura definitiva e sono stati spediti a casa i lavoratori georgiani. Anche con l’addio alla Borjomi, uno dopo l’altro, vengono meno nuovi punti di riferimento nella Russia in guerra contro l’Ucraina. I primi giorni ricordammo la chiusura del primo Mac Donald sulla piazza Puskin.

Le prove per la parata del 9 maggio

Sulla Tverskaja, così come da anni è stata ribattezzata la Ulitza Gorki, sfilano i mezzi pesanti dell’armata russa. Fanno le prove per la parata del 9 maggio. Altre esercitazioni sono in programma mercoledì (in notturna) e sabato. Sarà, si promette, un evento come non mai. Come ai tempi più eroici. Il Cremlino sta preparando la partecipazione. E anche il clima emotivo. La “Konsomolskaja Pravda”, il giornale che piace tanto a Vladimir Putin, va giù pesante. Pubblica tabelle, paese per paese, sugli aiuti militari all’Ucraina e fa un parallelo storico: “Anche Hitler era armato dall’Europa”. Insomma, ora come allora.

La parata servirà anche a questo scopo, a battere sullo spirito russo. Sulla piazza Rossa sono già state erette le tribune ed è stata smontata l’impalcatura attorno al Mausoleo di Lenin. Il compito della Russia, oggi, è quello di “smilitarizzare” l’Ucraina imbottita sino all’inverosimile di armi europee e dell’Occidente tutto. Il commentatore del giornale dice: “Loro riempiono la piscina di cento litri e noi dobbiamo svuotarla di cento litri”. È la missione che la Russia di Putin si è intestata. Senza fare sconti, il giudizio si taglia con l’accetta e l’Ucraina diventa l’”Ucro-Reich”. Come la Germania di Hitler.

C’è poco da discettare: è la “denazificazione”. Che è passata come parola d’ordine, si è incuneata nella percezione comune e viene giustificata perché c’è un passato che “non si dimentica”. Tocca alle “Izvestja”, giornale paludato e governativo per eccellenza, dare il senso dell’operazione e della motivazione. Le parole della psicologa Veronika Nurkova, docente alla Statale di Mosca: “La grande guerra patriottica è ancora al centro dell’idea nazionale dopo tanti anni perché è un evento di cui la gente si sente parte. Non abbiamo vinto la guerra solo perché guidati da un grande capo militare (il famoso maresciallo Zhukov, ndr.), ma anche grazie agli sforzi eroici di tutto un popolo. E contro ogni previsione. Si è trattato di una scelta morale che è estremamente importante per la prospettiva di un popolo”. E, pertanto, si fa intendere che tutto il Paese sente questo richiamo e si convince – almeno si fa credere che sia così – che la “operazione speciale” è stata una strada obbligata. Per la stessa sopravvivenza del mondo russo. Quanto è davvero estesa questa consapevolezza? È un fatto che da tante dimostrazioni, da centinaia di episodi grandi e piccoli, da eventi che corrono sulla Rete, anche documentati da video e foto, un adesivo “no guerra” alla fermata del bus, si ricava che esiste un movimento di opposizione di una certa consistenza. Ma che, per ovvi motivi, fa fatica a diventare massa. Perciò, è più forte la propaganda ufficiale che ha buon gioco a vellicare il patriottismo che sconfisse nel 1945 le forze occupanti naziste. La forza della “Velikaja Pobieda”, della Grande Vittoria del 9 maggio prevale in questi giorni e in queste ore.

L’elenco delle armi all’Ucraina

E qui si torna alle motivazioni dell’invasione in Ucraina. La “Komsomolskaja Pravda”, s’è detto, ha fatto l’elenco di tutte le prime forniture d’armi pervenute a Kiev dai governi europei e Usa (per curiosità, secondo il giornale, l’Italia avrebbe fornito sinora 200 lanciagranate anticarro, 30 mitragliatrici e piani per cannoni semoventi e cannoni antiaerei. Solo?). Fatto sta che ai russi tutto ciò è sufficiente per trarre una sola conclusione: “Stiamo assistendo alla nascita di un esercito mostruoso, che vale la pena di segnalare al Guinness dei primati. Dopo tutto, se teniamo conto che l’esercito ucraino ha 255.000 militari, allora tutti avranno ricevuto un numero record di armi e munizioni”. Si tratta di una cifra di armi giudicata “colossale” e ciò porrà “l’esercito russo di fronte a compiti difficili per distruggerle”. Il fatto è che “non solo l’Ucraina stessa dovrà essere smilitarizzata, ma anche, a quanto pare, gli arsenali della NATO”. Il Cremlino, dunque, come ha sempre sostenuto, è cosciente che lo scopo di armare Kiev è “di non permettere a Mosca di vincere”, di conseguenza “i combattimenti in Ucraina devono continuare il più a lungo possibile”.

In questa guerra, però, non si hanno dati precisi sulle perdite russe. C’è molto silenzio. Ma ai vertici l’inquietudine si diffonde. La caduta sul campo, nelle settimane scorse, di alti ufficiali, la perdita di un numero elevato di mezzi, una nuova esplosione in una sede della Difesa in territorio russo a Belgorod, poco distante dal confine, il lieve ferimento ieri addirittura del capo di Stato Maggiore Valerij Gherasimov nel Donbass: sono tutte manifestazioni che allarmano, proprio alla vigilia della grande kermesse sulla Piazza Rossa tra una settimana.

Il generale Valeri Gherasimov

Però le problematiche sullo stato generale della Russia in tempo di guerra emergono anche dalla stampa ufficiale e dai provvedimenti del governo. Si fa sentire soprattutto la complessità di governare le conseguenze delle sanzioni, specie di tipo finanziario. Nessuno ne parla ma quanto stanno incidendo nel bilancio i costi della guerra? L’apparato militare-industriale lavora a pieno ritmo per rifornire il fronte, rimpiazzare i mezzi distrutti (già mille carri armati?) mentre il governo deve fronteggiare le questioni sociali che si presentano con forza. Non sfugga un’inchiesta del quotidiano “Kommersant” sulle conseguenze delle sanzioni nella logistica. La Russia accusa un problema enorme sullo spostamento dei container, sulla loro disponibilità e sul flusso di merci via strada dall’Europa occidentale. C’è in atto una intensa discussione sulla diversificazione dei movimenti verso l’Est (Cina), anzi sulla stessa capacità di costruzione dei container. Poi si cerca anche di fronteggiare gli effetti dell’inflazione che viaggia, secondo le cifre pubblicate, attorno al 17% su base annua. Questo stando alle ultime rilevazioni dell’Ufficio nazionale di Statistica (RosStat). Si dice che “il panico si è placato” rispetto alle precedenti rilevazioni legate alla corsa all’accaparramento dei beni primari. Due categorie di beni sono diventate meno care e hanno frenato l’inflazione. Guarda un po’, sono state le verdure legate al “borsch”, il piatto di verdure storico, a favorire il trend, soprattutto il cavolo sceso del 5,1%. Il settore che mostra sofferenza grave è quello dei trasporti. Il traffico aereo è fortemente penalizzato e le tariffe sono alle stelle. I russi viaggiano di meno, anche perché molte rotte non sono più coperte. L’estate arriva e la guerra ha sconvolto tutti i programmi delle famiglie. I servizi di sicurezza avvertono: attenti alle spiagge del Mar Nero dove arrivano le mine.

Misure sociali

Il governo del premier Mikhail Mishustin, su imbeccata di Putin (così le agenzie ufficiali si premurano sempre di sottolineare) si è premurato di allineare, per quanto possibile, i redditi da pensione e ha assunto alcuni provvedimenti sociali che dovrebbero tamponare l’insofferenza generale. Il capo del governo ha firmato un decreto che abbassa il tasso d’interesse – dal 12% al 9% – dei mutui per la casa. Le banche danno sino ad un massimo di 12 milioni di rubli (circa 158 mila euro) nelle città più grandi come Mosca e San Pietroburgo. Il salario minimo, a quanto pare, per via dell’inflazione sarà indicizzato del 9%: attualmente è di 13.890 rubli, circa 185 euro.

Si tratta di provvedimenti annunciati per queste festività del mese di maggio quasi a mostrare il volto buono nonostante le gravissime difficoltà del momento. Quel che conta di più, proprio in questi giorni, è come si arriverà al 9 maggio. La festa del lavoro è stata onorata in molte città ma non a Mosca. Qui si è esibito solo il leader del partito comunista, Ghennadi Ziuganov, il quale con bandiere rosse e qualche ritratto di Stalin e Lenin, accompagnato da alcune centinaia di persone, ha deposto fiori al monumento di Marx sulla piazza del Teatro Bolshoi. E, da parte governativa, al fine si sottolineare l’attaccamento alla patria, è stato anche raccomandato alle scuole che, all’inizio delle lezioni, si svolga l’alzabandiera e l’esecuzione dell’inno nazionale.

Nel frattempo, invece, per marcare che non si scherza sul piano dei diritti umani e della democrazia, a San Pietroburgo sono stati arrestati due giornalisti della “Novaja Gazeta”, Elena Lukyanova e Alexei Dushutin, il giornale costretto a chiudere qualche settimana fa. Tutto come previsto. “Vse normal’no”, tutto a posto.